Questione di crisi (col Qatar) – l’evoluzione editoriale

La crisi col Qatar continua e ogni giorno ci svegliamo con nuove notizie, in generale piene di propaganda, da entrambi i lati. Una delle ultime perle riguarda gli Emirati Arabi, che hanno bandito le maglie del Barcellona – sì, la squadra di calcio – perché Qatar Airways ne è sponsor principale e sulla maglia c’è una scritta quasi gigante citante il nome del ricco Stato del Golfo.

Non è un mistero che gli Arabi vadano matti per il calcio, argomento sempre verde di conversazione amichevole, ma che prendono molto sul serio. Qui in Saudi, l’azienda è solita organizzare ogni anno, per i ragazzini calciatori, una settimana di allenamenti con i trainer di squadre internazionali, principalmente europee. Nel 2015 era toccato anche ad una squadra italiana – che per rispetto alla fede calcistica del mio amato nonno non nominerò chiaramente, ma ne avete dolorosa testimonianza fotografica qui sotto.Gazette

Indovinate un po’ quest’anno a chi è toccato invece? Ovviamente al Barcellona. Il corso si è svolto a Maggio, giusto qualche settimana prima della crisi, che dal punto di vista degli allenatori è stata una manna dal cielo: si sono presi la loro bella ricompensa e sono scappati giusto in tempo. Ma dal punto di vista editoriale ha creato qualche problema.

Come vi accennavo tempo fa, sono ormai diversi mesi che sto collaborando con il mensile del camp, è una pubblicazione interna per la comunità che ha l’obiettivo di raccontare i principali appuntamenti del mese precedente e aggiornare tutti gli expat di cosa bolle nella pentola degli eventi. La foto qui sopra mostra la copertina proprio di questo mensile, per cui immaginatevi un equivalente con le foto della squadra sponsorizzata dal Qatar. Impossibile da proporre oggi.

Nuove linee guida consigliavano di evitare ogni immagine con la maglia ufficiale, mentre siamo riusciti a negoziare ottenendo almeno la presenza dei trainer – che erano ovviamente ovunque tra i ragazzini, ma per fortuna vestiti senza riferimenti allo sponsor. L’articolo ovviamente non menziona il nome della squadra, per cui la sfida era anche più grande per l’editor del testo: sarà stato tutto un complotto del Real Madrid?!SponsershipHeader_565x215_v2_tcm233-809064

O forse del Milan?! (o forse di Emirates ;))image

E’ arrivato Ramadan (versione 2017)

Puntate precedenti:

Come affrontare il mese del digiuno in Saudi, quando le giornate lentamente si trascinano verso il tramonto, i ristoranti sono chiusi, la gente affaticata e non c’e’ altro da fare se non chiudersi coi colleghi non musulmani nella stanzetta del caffè?

Nel 2014 l’abbiamo sofferto, nel 2015 ci siamo rifugiati in attività sportive e giochi in scatola con gli amici, nel 2016 abbiamo scoperto il Bahrain.. Ebbene, ci sono voluti quattro lunghi anni per perfezionare il piano, ma alla fine ci siamo arrivati: 2017, l’anno della soluzione DEFINITIVA al Ramadan.

I più fedeli lettori ricorderanno come tra gli indiscutibili vantaggi del Ramadan c’e’ la possibilità di attraversare il confine tra Arabia e Bahrain evitando ore di code alla dogana. L’indiscutibile svantaggio e’ che in tutto il paese i ristoranti sono chiusi fino a sera e anche dopo il tramonto e’ comunque vietata la vendita di alcolici.

A tutto questo c’e’ una soluzione e si chiama “Liquor Shop“. Il Bahrain, infatti, come pochi altri posti nel GCC, permette di acquistare l’alcol in luoghi dedicati, ovviamente chiusi durante Ramadan. Fino a questo maggio non avevamo mai messo piede. Ma poi abbiamo elaborato un piano in tre fasi.

Fase 1: l’assalto col carrello

Tutto inizia, ovviamente la settimana prima di Ramadan. Arriviamo in auto al Liquor Shop: chi lo immagina un luogo malfamato tipo spacciatore di fumo nel boschetto dell’hinterland milanese si sbaglia di grosso. A parte la location, che e’ un anonimo capannone nell’area industriale di Manama, una volta entrati ci si sente in paradiso, manca solo San Pietro con le chiavi. Tutto sbarluccica di meraviglia: scaffali ricolmi di tutte le migliori marche internazionali, casse di birra in pronta consegna e addirittura l’area dei vini e’ arredata come una cantina di legno, con prodotti che arrivano da tutte le parti del mondo. Immaginateci con il naso all’insu’ a camminare per le mensole spingendo il nostro carrellino. La gioia potrebbe capirla solo Buffon con in mano la Champions League.

champagne

Ecco come si presenta l’area dei vini, bella eh?

Fase 2: lo stoccaggio

Una volta passati in cassa e lasciate generose porzioni dello stipendio (le tasse sono pari al 100-150% del valore del prodotto, una bottiglia di vino italiano parte da 10 euro), bisogna trovare un luogo dove seppellire il tesoro fino al ritorno durante il mese proibito. L’isola e’ per metà disabitata e non manca certo di buche, ma c’e’ da fidarsi? La soluzione e’ una sola: riempire un trolley con il prezioso carico e portarlo in hotel. Al check-out, prima di ripartire per Saudi, lasciamo il trolley alla reception con la richiesta di custodirlo fino al nostro ritorno.

Fase 3: qui si sboccia manco fosse primavera

Una volta alla settimana, la giornata lavorativa si conclude in Bahrain, sempre al solito hotel. Al momento del check-in, tiro fuori un cartellino e lo consegno alla reception. Pochi minuti dopo, ci consegnano un trolley blu. Saliamo in camera e disfiamo i bagagli. In quello blu ci sono diverse sorprese: alcune birre, una mini confezione di baileys (il caffe’ al mattino ci piace berlo corretto), uno spumante, tre bottiglie di rosso e una di bianco. Unico vincolo: una volta aperta, la bottiglia deve finire. Il primo brindisi, ogni volta, e’ sempre per lui, il Ramadan.

E’ proprio vero che la necessità aguzza l’ingegno.

Questione di crisi (col Qatar)

La notizia che più rimbalza tra i media da diversi giorni ci riguarda piuttosto da vicino, almeno in termini geografici. Quattro Paesi arabi (Egitto, Emirati, Bahrain, guidati da Saudi), seguiti da altri successivamente, hanno rotto le relazioni diplomatiche con il ricco stato del Qatar, per motivi politici che non stiamo ad indagare.

Il Qatar è stato fin da subito un Paese che ci ha affascinati: cosí vicino all’Arabia, geograficamente e culturalmente, ma più pulito ed efficiente, è stato spesso meta di vacanza fuori porta negli ultimi 4 anni. Doha dista circa 3 ore di auto dal nostro villaggio, su una strada poco trafficata che taglia il deserto, ed è una bella città moderna sempre piacevole da visitare.

A seguito della crisi, i diplomatici qatarini sono stati cacciati in fretta e furia dai Paesi coalizzati, ma è Saudi quella che ci è andata giù più pesante. Spazio aereo chiuso immediatamente e licenza ritirata a Qatar Airways, confini di terra e mare bloccati – per un po’, niente weekend a Doha: le ripercussioni sono state pesanti, in primis per chi in Qatar ci vive, ma anche per chi come noi ci sta vicino.

Il vero disagio affrontato ha riguardato, come prevedibile, tutto quello che è legato alla compagnia aerea di bandiera: dopo anni di fedeltà e privilegi acquisiti con sudore e soldi (tanti, tanti soldi), abbiamo dovuto cancellare i nostri prossimi biglietti aerei e passare alla concorrenza. Come noi, molti altri già con un piede in vacanza (tra 2 settimane finisce sia Ramadan che la scuola): paura e delirio in Saudi! Ormai l’argomento più discusso sui forum del villaggio in cui viviamo è come riuscire a farsi rimborsare i biglietti pur non potendo parlare con il call center o accedere al sito internet – tutto impallato.

Il principale problema di Qatar Airways resta comunque quello logistico: tutti i Paesi con cui confina l’emirato hanno chiuso o limitato l’accesso nel proprio spazio aereo, non lasciando molte alternative alle rotte qatarine. Pare che ora, per arrivare a San Paolo (Brasile) si debba far scalo tecnico ad Atene, mentre per raggiungere l’Africa sembra il gioco dell’oca.

I veri disagi però li stanno subendo i residenti del Qatar: lo stato confina via terra solo con Saudi, ed è proprio da quella via che arrivano buona parte dei beni alimentari, ora stipati nei camion fermi in dogana. L’assalto ai supermercati è stato immediato: scene da pre-uragano, con la differenza che l’uragano passa, la maretta con Saudi chi lo sa.

Ovviamente, quanto i camion che trasportano viveri anche le auto civili sono rimaste bloccate fuori dal Paese: se ne avvistano diverse per le strade saudite in questi giorni, e non hanno molte alternative. Vagano raminghe per le strade dissestate, intrappolate in un mondo parallelo: speriamo che lo stargate si riapra presto.

A lezione di comunicazione (araba)

Communication in saudi

Una cosa di cui sono immensamente riconoscente all’azienda in cui lavoro e’ che sulla formazione non risparmia, neanche in tempi di vacche magre. Tra le tante occasioni, la scorsa settimana ho frequentato un breve ma interessante corso sulla comunicazione. Arrivo nell’edificio fronte mare che ospita tutta la formazione del personale, trovo la mia aula e mi guardo intorno.

Iniziamo dall’insegnante: un tizio saudita smilzo, dal baffo brizzolato e lo sguardo dolce, vicino ai sessanta, con due master, un dottorato e innumerevoli titoli di insegnamento in varie universita’ anglosassoni. A dispetto dell’introduzione che termina con: “Mi chiamo Abdulaziz, ma voi potete chiamarmi DOTTOR Abdulaziz”, per la durata del corso in realta’ si dimostra una persona che quando parla l’ascolti volentieri, un’intellettuale della vecchia scuola.

E poi gli allievi: vi si trova un po’ di tutta la rappresentanza del panorama aziendale. Per la maggioranza giovani ingegneri sauditi volenterosi, qualche expat di breve corso come il sottoscritto, un paio di signori barbuti con abiti svolazzanti.

Inizia il corso, che prevede una pausa di 15 minuti ogni ora, una pausa pranzo di 90 minuti, e la conclusione per le tre del pomeriggi. Piu’ che un corso formativo, una lunga pausa interrotta da spiegazioni. Un po’ come quando per fingermi salutista voglio mangiare lo yogurt e ci rovescio un chilo di Nutella: piu’ che un derivato del latte, un estratto di nocciola.

Complici le continue interruzioni, il corso alla fine scorre veloce: dottor Abdulaziz segue per filo e per segno il suo bravo libretto pieno di appunti ordinati, chiaramente ispirato a qualche costoso corso americano. Gli manca il carisma comunicativo di Tony Robbins, pero’ si vede che gli piace insegnare e che agli studenti vuol bene, come quando non fa mancare il suo supporto (“You are perfectly right!”) in occasione di un commento un po’ ingenuo del giovane ingegnere saudita di turno.

Ma cio’ che sorprende, nella lista di cose nuove imparate in quel giorno, ci sono due piccole perle di saggezza araba sulla comunicazione, incompatibili con il nostro mondo:

  • Regola della vita #1: Mai chiedere “Perche’?“. Se per noi e’ la domanda della curiosita’, quella che il nostro fanciullo interiore ci spinge a formulare e che ha portato alla nascita delle grandi menti della scienza, nella cultura araba e’ interpretata come accusatoria: “Perche’ hai telefonato ad Ali?”, “Perche’ ieri non eri al lavoro?”
  • Regola della vita #2: il linguaggio del corpo e’ importante. Quando si parla o si ascolta, bisogna stabilire un contatto diretto con gli occhi, tranne che con persone dell’altro sesso. Sia mai che nasca un’emozione.

Imparo e porto a casa: da oggi mi vedrete in azienda girare bendato articolando domande che contengono perifrasi improbabili come ad esempio: “Per cotal ragione l’altro ieri Mohammed ha utilizzato il colore giallo nel grafico sul prezzo del petrolio?” Basta capire come tradurlo in inglese, ed il gioco e’ fatto.