Pic of the Week – Votazioni da remoto

Come di consueto, nel periodo Natalizio il blog si prende una pausa di contenuti, ma mantiene la sua regolarita’ settimanale. Un paio di foto, un brindisi di auguri e ci si vede il prossimo anno!

Per la prima volta da quando siamo in Saudi, abbiamo esercitato il nostro diritto dovere di voto al referendum del 4 dicembre. Non ci è chiaro se la scheda è arrivata in tempo in ambasciata dato che le poste saudite misurano il trascorrere del tempo su una scala diversa dalla nostra, ma noi l’abbiamo fatto! 

Su 1009 elettori nel paese, l’affluenza di voto è stata del 20% circa – mi sa che i problemi con le poste non hanno interessato solo noi.

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Fermi tutti, arriva il Re!

L’idea iniziale di questo post era di raccontare un’esperienza accaduta in un weekend lavorativo e di come avessi avuto l’impressione che i palazzi fossero tutto un brulicare di attivita’ di manutenzione, tinteggiatura e giardinaggio. Poi ho scoperto che il re veniva in visita ed allora tutto ha assunto un altro colore.

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Nei sei giorni precedenti la visita, dovuta all’inaugurazione di un bellissimo museo (almeno dal di fuori) si dice costato quanto il Burj Khalifa di Dubai, centinaia di addetti hanno svolto le seguenti attivita’: rifacimento dei segni stradali, installazione di bandiere dell’Arabia su ogni lampione palo ed angolo di cancellata, invio primo avviso che impone a tutti di sgomberare i parcheggi dei dipendenti per 24ore, creazione di una nuova aiuola ritagliata dal cemento, installazione di luci colorate di fronte ad ogni moschea, ritinteggiatura di tutti i muri esterni, invio secondo avviso che blocca l’accesso al camp da quasi tutti i cancelli d’ingresso durante il giorno della visita, sostituzione di tutta l’erba con altra erba ma piu’ verde, convocazione di tutte le testate giornalistiche dotate di modernissimi generatori a gasolio e parabole satellitari e tecnici audiovideo in appostamento almeno da 4 giorni, installazione di gigantografie del re, preparazione di un tappeto molto costoso per la parata, allestimento nell’atrio del palazzo principale di un confortevole salotto con sedie di vero oro e tavolo degustazione datteri, invio terzo avviso che informa che l’ospedale rimarra’ chiuso nel pomeriggio della visita, pulizia cardini delle porte di ingresso e rimozione di qualsiasi ostacolo sotto le stesse che possa creare motivo di inciampo per gli ospiti reali.


Immagino che alcuni lettori del blog (penso a quelli che vivono nei paesi scandinavi) abbiano assistito a qualche visita dei regnanti, ma sono sicuro che niente di tutto cio’ sia mai successo.

Per me e Valentina e’ stata occasione di una riflessione su come si sviluppano le dinamiche gerarchiche qui in Saudi, dove, ricordiamolo, tutto e’ forma. L’ossequio, prima di tutto, deve essere comunicato con rigore, senza sbavature ne’ tentennamenti. Tutto deve essere esclusivo, con solo una strettissima cerchia di persone che avra’ il piacere di essere in comunicazione diretta a gestione dell’evento. Poco importa poi se sul carrozzone si aggrapperanno all’ultimo i potenti locali di turno. Infine, improvvisamente tutto diventa efficiente: le cose si fanno e si finiscono nell’arco di poche ore, nessuno mette dei veti o si dilunga in discussioni che rallentano l’esecuzione dell’attivita’ preparatoria; ti giri un attimo e… bum! tutto e’ gia’ pronto ed allestito.

E subito il pensiero corre al sovrano benevolente, mentre una lacrima lenta scende sulla guancia al ricordo di quanti giorni fossero passati l’ultima volta chiedendo la sostituzione della cartuccia della stampante dell’ufficio.

L’Italia nella storia dell’oro nero

L’insediamento dei primi pionieri in terra d’Arabia è una storia parallela a quella “ufficiale”: il deserto è sempre stato un universo a parte, ma dagli anni ’40 ha iniziato ad intrecciare le sue vicissitudini con quelle del mondo occidentale.

L’Italia non fa eccezione: anche noi abbiamo incrociato le dune sabbiose della Penisola Araba, in diversi momenti e con diverse intensità.

Il 19 ottobre 1940 un bombardiere italiano ha erroneamente bombardato la provincia Orientale della’Arabia: fosse successo oggi, avrebbe preso in pieno la zona residenziale vicina agli uffici che ci ospitano ogni giorno. Sono morte 19 donne e 5 bambini. Questa sfortunata esperienza ha portato all’evacuazione delle famiglie rimaste, via aereo o via nave approdando in India. Al momento dell’attacco a Pearl Harbor (dicembre 1941) solo due donne erano rimaste, ed erano entrambe infermiere. Il periodo della Seconda Guerra Mondiale viene definito “il tempo dei cento uomini“, in riferimento ai pochi rimasti in terra araba.

bombeMa non verremo ricordati solo per aver fatto un gran casino. Nel 1944 le mura della mensa del camp principale sono state costruite grazie all’aiuto di manovalanza italiana in arrivo dall’Eritrea (ai tempi, ancora colonia del Bel Paese), a causa di una mancanza di lavoratori locali. La mensa è ancora in piedi e nei decenni si è molto ampliata per andare incontro al crescente numero di dipendenti – tutti sempre molto affamati.

dining-hallNel novembre del 1948 venne aperto anche una locale adibito a barbiere/ parrucchiere: uno dei primi parrucchieri è stato un italiano. L’attività era molto attesa e frequentata: fin dai primi mesi rimaneva aperto fino alle 8 di sera, e le donne lavoratrici erano autorizzate ad uscire prima dall’ufficio nel caso di feste programmate a cui partecipare: bisognava apparire al meglio.

Nei decenni a seguire, il rapporto tra Italia ed Arabia Saudita è stato più commerciale: abbiamo fornito materiale da costruzione, aerei, cibo. Negli ultimi anni è aumentato sensibilmente il numero di italiani che hanno deciso di trasferirsi in Arabia per lavorare, contribuendo ad esportare anche molte competenze.

Fauna del deserto parte III

Puntate precedenti:

Nonostante tra i due sia Valentina la piu’ orientata agli animali, quest’oggi tocca a me, il petroliere senza cuore, a narrarvi le gesta di due splendidi esemplari di animali del deserto. L’avevo anticipato due settimane fa: nel cuore dell’Empty Quarter, a pochi passi dal pianeta di Star Wars, ci siamo ritrovati a tu per tu per un’ora abbondante con due esemplari di cani saluki e quattro maestosi falchi.

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Partiamo dai primi: forse non tutti sanno che una delle razze di cane piu’ antiche ad essere allevate dall’uomo e’ proprio quella saluki. L’unica certezza e’ che il cane e’originario del medioriente, con diverse dispute su chi sia il reale detentore del “marchio”: chi dice che i primi allevamenti fossero in Iraq, chi in Persia (tant’e’ che si chiama anche Levriero Persiano), chi in Yemen (dalla citta’ di Saluq).

Al netto della citta’ di provenienza, quello su cui tutti concordano e’ che siano dei fenomenali corridori: se sfidati sulla terra battuta sono secondi solo ai levrieri (da cui hanno una chiara linea di discendenza diretta), ma e’ sulla sabbia del deserto che sono imbattibili, arrivando a velocita’ superiori a 60 Km/h. I motivi sono chiari anche ai meno esperti come me: dal fisico slanciato e leggero, hanno delle zampe quasi palmate che li permettono di galleggiare sulla sabbia e sprigionare tutta l’energia della falcata mentre corrono.

Abbiamo visto dal vivo la loro capacita’ di corsa e possiamo garantirlo: sono fenomenali! L’altra cosa che stupisce oltre al loro atleticismo e’ l’ossessione per la preda: una volta puntata, non staccano gli occhi di dosso e la rincorrono fino ad averla raggiunta. Si narra che fossero allevati dai nomadi per la caccia alle gazelle e alle volpi del deserto: grazie al loro stile di corsa piu’ efficiente, non importa la distanza, ma alla fine i cani raggiungevano le prede per sfinimento.

Ottimi corridori e cacciatori, la loro indole amichevole li rende pessimi animali da guarda: se un ladro entrasse in una casa abitata da un saluki, questi gli indicherebbe direttamente dove trovare la refurtiva!


Passiamo ai falchi. Anzitutto ero partito con un dubbio: come mai sono degli uccelli cosi’ comuni nelle tribu’ nomadi del deserto, quando da noi sono associati alla fauna montana? A pensarci bene, la risposta e’ semplice: come quasi tutti gli uccelli, anche i falchi migrano; nel periodo invernale e’ molto comune trovarli nei climi piu’ miti della penisola araba, dove venivano catturati ed ammaestrati per la caccia. Spesso poi scappavano durante l’estate e bisognava ricominciare la cattura e l’addestramento l’inverno seguente.

Negli anni piu’ recenti, i falchi sono a tutti gli onori diventati uno status symbol nei paesi del Golfo: per spostarsi viaggiano in first class, su un trespolo di fianco al padrone; costano anche decine di migliaia di euro e come i cani di razza hanno il pedigree e la discendenza.

Come i saluki, sono velocissimi: nella fase di discesa superano i 250 Km/h e la forza della velocita’ permette loro di piombare sulle prede e spezzare loro la schiena, garantendo un’uccisione halal. Prima di liberarli per l’addestramento di caccia (che viene eseguito facendo ruotare nell’aria una specie di animale impagliato pieno di piume mentre il falco si lancia alla sua cattura), viene inserito un rilevatore GPS, sia mai che il falco decida di andare a cacciare per i fatti suoi sparendo dalla vista del padrone (e per poco non ci e’ capitato di assistere alla fuga).

L’altro aspetto affascinante sono le diverse tecniche di picchiata: alcuni salgono molto in alto per una picchiata in verticale, altri invece si allontanano molto e picchiano ad una velocita’ incredibile, alcuni cercano di afferrare la preda ruotando di 90 gradi.

Dopo qualche volteggio adrenalinico, l’allenamento finisce. Il falco cattura il fantoccio impagliato, ritorna sul trespolo e gli viene servita una quaglia che divora quasi per intero, ingoiando tutto, ossa comprese. Nel frattempo, un addetto gli spruzza addosso dell’acqua, per imitare l’effetto del sangue della preda, che fa aumentare la soddisfazione della caccia (oltre a raffrescarlo dopo l’intensa attivita’). Insomma, altro che vampiri: anche il falco si gasa col sangue!

Volete sopravvivere nel deserto? Vi bastano tre compagni di avventure: un cammello, instancabile mezzo di trasporto; un falco, formidabile cacciatore dei cieli per le prede piccole; un cane saluki, fenomenale corridore per le prede piu’ grandi. Tre animali indispensabili per le tribu’ nomadi che attraversavano il deserto d’Arabia.

Storie di ordinaria censura

Il mondo delle immagini digitali o stampate ha tutto un suo universo parallelo qui in Arabia. All’interno dei camp è una usanza abbastanza diffusa pubblicare un magazine mensile, che documenta le attività, gli eventi, le iniziative che si sono svolte all’interno di queste mura, e il nostro non fa eccezione, anzi.

Nonostante la comunità non sia la più grande, la nostra Gazzetta non ha eguali: è di gran lunga la più professionale. In questi ultimi mesi ho avuto occasione di collaborare con loro, mettendo a frutto le nozioni di Photoshop imparate di recente. Leggete tra le righe: in pratica, sono il braccio della censura.

fab4differenzeCome esercizio di manipolazione delle immagini è ottimo: ci si confronta con fotografie reali, da dover modificare realisticamente. In pratica, tutti gli scolli delle donne vanno coperti fino al collo, le canottiere diventano magliette, gli shorts pantaloni lunghi. Vi sembrerà eccessivo – non vi sfugge niente ! – ma almeno provo a farlo con naturalezza. I magazine occidentali vengono invece censurati in modo leggermente più rude.


Nessuno è indenne, nessuno passa inosservato. Sei finita nello sfondo sfuocato di un’immagine della festa al parco ed indossavi la tua canotta preferita? Non hai scampo, verrai coperta, anche se sei talmente lontana che risulti essere un puntino in lontananza.

frida-differenzeLe donne locali, come immaginabile, non hanno mai bisogno di essere modificate, ma la faccenda non è più semplice. Per pubblicare la foto di una Saudi è necessario ricevere la liberatoria firmata dal suo guardiano – di solito è il padre o il marito, ma anche il fratello o il figlio. Va da sè che fotografie di gruppo ritraenti diverse donne locali siano praticamente impossibili da pubblicare, a meno che non si conosca di chi si tratta: il riconoscimento delle figure nere è sempre un grattacapo.

storica-differenzeA volte la “censura” delle immagini arriva anche ad altri livelli inaspettati: ad esempio, non si pubblicano scatti di persone che ballano – il che limita molto la documentazione di eventi dance, oppure viene richiesto di coprire le braccia delle donne anche nelle foto storiche – un oltraggio! Il peggio però resta il censurare le amiche: chiedo pubblicamente scusa, ma per fortuna restano comunque bellissimeelina-differenze