Vale & Teo in Giordania: viaggio ai confini del petrolio

Consapevoli di far passare un paio di notti insonni alle nostre mamme, qualche giorno fa abbiamo varcato i confini dei benestanti paesi del Golfo ed intrapreso la nostra prima avventura con l’unico paese confinante con Saudi che non produce significative quantita’ di petrolio: la Giordania.

Sulla carta, anzi sulla cartina, il paese appare interessante. A nord confina con la Siria, ad ovest con l’Iraq, ad est con Israele (tecnicamente una parte sono i territori Palestinesi). L’unico confine che dalla nostra prospettiva sembra normale, ma che per il resto del mondo normale non e’, e’ il confortevole confine meridionale con Saudi.

Equilibri geopolitici a parte, il nostro era un genuino interesse turistico. Il paese, oltre ad aver aperto la porte a 1 milione di profughi arrivati dalla Palestina (negli anni ’70), dall’Iraq (negli anni 2000) e dalla Siria (questa e’ storia recente), ospita almeno due attrazioni uniche al mondo. Il Mar Morto sul confine est ed il bellissimo sito archeologico di Petra. E col prestesto di visitarle entrambe, e’ andata a finire che abbiamo attraversato la nazione nord-sud-nord  guidando per 800 km attraverso le non cosi’ pessime strade giordane.

Iniziamo con il Mar Morto, che e’ proprio come uno se l’aspetta. Salatissimo, impossibile annegare, senza vita al suo interno. Le ultime due qualita’ hanno convinto Valentina a fare il bagno. Per il resto e’ divertentissimo mettersi a galla (la sensazione e’ quella di avere un materassino incorporato) oppure spargersi fango nero come la pece dappertutto e poi sciacquarselo nell’acqua del mare (consiglio: evitare di lavarsi la faccia, si rischia di avere visioni mistiche).

Passiamo a Petra su cui bisogna spendere qualche parola in piu’. A proposito di spesa: l’ingresso costa 60 euro a testa. Il luogo e’ magico e si ha la sensazione di vivere attraverso il tempo, un po’ come camminando in una Pompei costruita nel Grand Canyon. I monumenti impressionano, specie sapendo che sono scavati nella roccia per decine di metri di altezza. Purtroppo, la crisi turistica che tutta l’area sta vivendo trasforma l’esperienza in un’assalto al turista. Centinaia di persone (probabilmente più dei turisti stessi) offrono i seguenti servigi: guida turistica; guida di cavallo, mulo o cammello; venditore di cartoline, fossili, pietre colorate, vasetti con sabbia colorata; ristoratore di baracca costruita dentro una tomba millenaria che offre succo di melograno, arancia, limone; nonnina con fornello abusivo del te’ che urla “happy hour”. La contemplazione delle tombe dei Nabatei si alterna a momenti di compassione per tutte queste persone che solo pochi anni fa avevano un flusso di turisti 10 volte maggiore.


Il resto del paese al di fuori di Amman, che é una ordinaria caotica metropoli mediorientale dalle origini romane (lo sapevate che i romani la chiamavano Filadelfia?), sembra esca fuori dai racconti biblici: uliveti, terre rosse argillose, pastori circondati da capre e pecore, pendii rocciosi che si aprono in valli che lasciano a bocca aperta. Condizioni climatiche a parte, é qui che si trova la risposta alla domanda: “Come sarebbe l’economia saudita se non ci fosse una goccia di petrolio?”. 

Perché alla fine il senso del viaggio era questo: sottrarre il benessere importato dai petrodollari alla cultura araba e vederne il risultato. Non molti fuochi artificiali purtroppo, specie in questi tempi di vacche magre.

Made in Saudi – e funzionante

L’Arabia è famosa per essere il primo produttore di petrolio al Mondo, e se siamo qui è grazie a questo. La società saudita che gestisce le risorse petrolifere del Paese è nata Americana, negli anni è stata nazionalizzata pur mantenendo una chiara impronta tipica di realtà degli USA: è opinione diffusa che questo aspetto tenga a galla il gigante dell’oro nero, preservandolo da eccessive ingerenze locali. Insomma, almeno tra gli espatriati non c’è grande fiducia verso la capacità imprenditoriale dei Sauditi, popolo che cura molto le apparenze e le relazioni, ma meno i contenuti.

Eppure, al di fuori del mondo petrolifero, ci sono alcuni esempi piuttosto illustri di società saudite al 100% che sanno il fatto loro. In questi anni, abbiamo imparato a conoscerne 3 – che non vi diranno nulla, ma la cui insegna luminosa scorta da lontano fa su di noi l’effetto  del miraggio dell’oasi sul beduino assetato:

  • Jarir bookstore: fondata a Riyad nel 1979, la catena di librerie e articoli da ufficio è ovunque nell’area del Golfo. Il suo fondatore ci aveva visto lungo, comprendendo la mancanza di offerta nel settore. Nel 2003 è stata quotata nella borsa locale, ma è soprattutto annoverato per essere uno dei negozi nel triangolo delle Bermuda dell’art and craft, meta di pellegrinaggi ricorrenti. In poche parole, santo subito!

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  • Saadeddin Pastry: fondata nel 1976, è una catena di pasticceria. Offre dolci principalmente di stampo arabo, ma la cheesecake ai mirtilli è un must intramontabile e imperdibile. Propone una formula killer della dieta: si possono acquistare anche singole fette delle torte, rendendo impossibile resistere alla tentazione con la scusa che “Tanto è solo una fetta!”. Certo, ma una fetta al giorno… Ha negozi in tutto il Paese, ma soprattutto ne ha aperto uno proprio fuori dal nostro villaggio – cosa che fanno in pochi, ma a quanto pare buoni.

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  • Bateel: last but not least. Nata ad inizio degli anni ’90 da un’oasi al centro dell’Arabia e dall’idea di un economista di origini afghane (!), è una catena di boutique di datteri! Hanno negozi in giro per il Mondo, ma ovviamente è in Medio Oriente che vengono maggiormente apprezzati. Di recente, il gruppo di Louis Vuitton ne ha acquistato una quota, per rendere l’idea del concept: tutto viene poi riposto in scatole raffinate di ogni genere, perfino di legno finemente intagliato. C’è chi storce il naso all’immagine di fare scorpacciata di datteri, ma qui ne vale davvero la pena. Con la scorza di limone candita, col cioccolato fondente, con le mandorle, ce n’è per tutti i gusti, anche per chi – come me – non ha mai apprezzato questo frutto zuccherino.

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Speriamo di avere occasione di allungare questa lista: intanto ci godiamo quel che offre il convento!

Bilancio di tre anni di Arabia: sogni di Rock & Roll


E siamo arrivati a tre. Dal 18 settembre 2013 ad oggi, la mia residenza e’ stata qui, tra palme, dune, moschee, palazzoni, ruderi di palazzoni, centri commerciali e villette circondate da carpet grass.

Come si e’ soliti dire in queste circostanze, molte cose sono cambiate: lontani sono i tempi in cui ero alla ricerca di una routine, di un’identita’ lavorativa e dei documenti rimanenti per ricongiungermi con Valentina.

Basta pero’ abituarsi un momento e l’Arabia ti sa dare tutto cio’: una routine quotidiana molto stabile, che fa bene alla salute (meno bene al cervello secondo i cultori del dinamismo cerebrale); un’identita’ lavorativa ben definita, in cui bisogna crearsi un set di competenze distintive e riconoscibili; ed infine i documenti, tonnellate di documenti, che noi Italiani siamo ben capaci di digerire e processare con la dovuta agilita’. Al singolo individuo tocca il compito di non farsi bastare tutto cio’, continuando ad investire in se stessi e progettando il proprio futuro, per forza di cose lontano da qua. Sapendo che la vita in Saudi e’ un po’ come quella di una rock band: prima o poi il successo e l’agio passano, il compito principale e’ non darli per scontati.

E come il vento settembrino in Saudi porta sabbia e il sollievo del rinfresco, cosi’ la stessa brezza porta nel blog il bilancio di un altro anno in Arabia:

  • 45 – i dollari guadagnati in un anno mantenendo il mio patto settimanale di attivita’ sportiva, a scelta tra 30 minuti in palestra, 10.000 passi camminati o 30 minuti di attivita’ fisica (maggiori dettagli: http://www.pactapp.com/).
  • Migliaia – le capsule di caffe’ Nespresso compatibile importate dell’Italia (si sa, gli italiani bevono tanto caffe’).
  • 90.000 – le miglie guadagnate , esclusivamente con voli Qatar Airways & partner
  • Decine – le promesse di upgrade alla business class, rigorosamente in aeroporti italiani
  • 2 – i free upgrade ottenuti in business class. Rigorosamente in aeroporti non italiani.
  • 3 – le coppie di amici che hanno lasciato Saudi nell’ultimo anno (in direzione Irlanda, UAE e Danimarca). Nuove mete da visitare nelle prossime vacanze.
  • 5.800 – le pagine studiate per preparare l’esame di Chartered Financial Analyst (CFA) nelle pause pranzo e nei weekend.
  • ~4000 – i litri di carburante consumati nell’ultimo anno guidando in giro per la penisola araba. In pratica il consumo di un Boing 747 per un volo Milano-Parigi.
  • 52 – i post scritti da me e Valentina nell’ultimo anno. Ogni venerdi, puntuali!

Chi viene e chi va: massalama

L’Arabia Saudita è come un porto di mare per gli expat: ne passano tanti, si fermano – chi più chi meno -, e poi arrivederci e grazie. La prospettiva di vita “estera” in questo Paese è solitamente piuttosto limitata: credo che chi decide di trasferirsi a Londra (o Parigi, New York, Sidney…) possa immaginare di restarci, e farsi adottare. Non in Saudi: qui si è di passaggio.

Ci sono diverse modalità per congedarsi dall’esperienza araba: chi sbatte la porta e giura di non metterci più piede, e chi se ne va festeggiando e salutando con gratitudine questi anni di caldo e sabbia. Entrambe le cose accadono con egual frequenza.

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Nel caso del saluto sereno, la procedura è sempre la stessa. Abbiamo imparato che quando si mette in vendita la propria auto sul gruppo Facebook del camp è un segnale inequivocabile: qualcuno se ne sta per andare! E iniziano le cosiddette garage sale, le vendite nei garage: a tutto ciò che si è acquistato per vivere con comodità in questi anni viene attaccato un cartellino col prezzo – chi prima arriva, meglio alloggia.

Si possono fare grandi affari e molti si sono arredati casa proprio così, spinti dal buon prezzo e dalla pigrizia nell’intraprendere il viaggio – sempre pieno di sorprese – nei negozi di mobili della città. Per questo il dejavu è sempre dietro l’angolo: quella poltrona grigia mi pareva proprio di averla già vista da qualche altra parte!

Pur essendo in Arabia da soli 3 anni, abbiamo già assistito alla partenza di diverse persone ed ultimamente anche di quelle che fanno parte del nostro gruppo di amici più vicini. Ogni weekend diventa così occasione di organizzare una festa – come se non ce ne fossero a sufficienza! Ogni volta con persone diverse: con mariti, senza mariti, con dress code, in pigiama, di giorno, di notte. Tutto per salutare chi parte per approdare ad una nuova avventura, in terra straniera o magari nel proprio Paese d’origine: goodbye, massalama – e buona fortuna!

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Chart of the week: la vida petrolera

La vida petrolera” e’ un’allegra definizione di un collega messicano della vita alimentata dai petrodollari, a lui i diritti di copyright!

A seguito del basso prezzo del petrolio, raccontavo la scorsa settimana come il taglio dei costi abbia impattato la quantità dei viaggi aziendali concessi durante l’anno (che comunque rimane meglio dei licenziamenti che si stanno verificando in molte altre aziende dell’oil and gas). In generale, oltre che l’azienda a risentirne è l’intero paese, drogato da un decennio di alti prezzi che l’hanno reso vulnerabile a qualsiasi repentino movimento al ribasso.

Ho provato a raccontare in quattro semplici grafici come il calo del petrolio abbia impattato la nostra vita quotidiana, che comunque rimane sempre assai confortevole.

Il confronto e’ tra il primo semestre 2015 e 2016:

  • In quel periodo, il prezzo del greggio e’ sceso da una media di 58 a 40 dollari al barile (-31%). Per un paese che esporta circa 7 milioni di barili al giorno, ogni dollaro in meno equivale a circa due miliardi e mezzo di ricavi all’anno.
  • Come risultato, dall’inizio del 2016 il governo ha aumentato i prezzi dei carburanti tra il 50 ed il 66%: la nostra spesa e’ aumentata di circa il 30% (pari ad un incremento di circa 90 euro). L’incremento di spesa e’ stato minore del rialzo perche’ ho iniziato a rifornirmi di benzina a 91 ottani anziche’ la piu’ costosa 95. C’e’ sempre da dire che i prezzi della benzina rimangono sempre ridicolmente bassi, circa 18 centesimi di euro al litro.
  • La voce spese generali (supermercato, -4%) non e’ stata particolarmente impattata dall’aumento dei prezzi, anche se in realta’ e’ frutto principalmente della dieta settimanale a base di yogurt e pomodori – immaginate che gioia! In altri paesi, come il Bahrain, sono stati ridotti molti sussidi su carne e verdura che rendevano il costo di questi beni tendenzialmente bassi.
  • Infine l’affitto (+10%): in parallelo con le spese per i carburanti il governo ha rivisto le tariffe di acqua ed elettricita’. Vivendo nel camp aziendale, dove non paghiamo la bolletta ma solo un contributo mensile in base alla dimensione della casa, l’incremento si e’ riflesso in aumento del canone mensile (che come ricordava un mio amico di New York, e’ paghi al suo  affitto orario per la sua casa a Manhattan).

Tutto sommato, l’aggiustamento saudita alla nuova realtà di vacche magre sta avvenendo progressivamente e senza troppi scossoni, almeno finché dura.

Ormai da 18 mesi monitoriamo le nostre spese quotidiane con una comoda app che mi permette di creare un sacco di bellissimi grafici ed analisi. Per chi fosse curioso, la trova qui.