Vale & Teo in Qatar ovvero: viaggio al centro del mondo

Questo post è scritto a quattro mani e racconta la nostra esperienza in Qatar dove abbiamo trascorso il periodo natalizio. 

Ligabue canta: “Portami ovunque, portami al mare, portami dove non serve sognare“. Ecco, il Liga forse alludeva al  Qatar mentre scriveva questo verso: una lunga penisola nel Golfo Persico  – dove il mare di certo non manca, ma anche un luogo dove non serve sognare, perchè qui i sogni si realizzano e basta.

L’ingresso in Qatar ce l’avevano raccontato già in molti, ma quando si vede con i propri occhi fa una certa impressione: appena varcata la dogana saudita, esattamente sotto il cartello che segna il confine qatarino, l’asfalto è nero lucido e le strade si fanno subito linde. Per certi versi la stessa impressione che si ha quando, arrivando dall’Italia, si attraversa il confine svizzero. Con la differenza che, per il resto, a circondarti c’è sempre il deserto.

L’altro frammento del nostro viaggio che rimane impresso è sicuramente l’arrivo nel lungo mare di Doha (che nelle citta del Medio Oriente si chiama Corniche): dall’Arabia si percorre una lunga autostrada diritta che ti spedisce nel mare, quasi come quando si prende la rincorsa per fare un salto in piscina, ed è solo allora che vedi l’imponente skyline – elegante e compatta – che ferma il desiderio della rincorsa e ti fa capire che sì, vale la pena fermarsi un po’ lì.

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Qualcuno conoscerà il Qatar perchè lo immagina ricco di petrolio (in parte vero), pochi sanno che in realtà la vera fortuna del paese risiede nel più grande giacimento di gas naturale al mondo al largo delle sue coste. Gas o petrolio, tutti sanno però che sarà la sede dei mondiali di calcio nel 2022 e che il suo emiro è famoso perchè quando fa shopping non si limita a comprare gioielli e maglie da calcio, ma si compra intere catene del lusso e intere squadre di calcio. Possiamo svelarvi un segreto? In realtà, c’è molto meno acquisto compulsivo di quanto appaia, e molta più visione di lungo termine. Perchè dietro i tintinnanti denari qatarini, si nasconde un progetto ambizioso, ed è quello che ci portiamo a casa da questa vacanza.

Doha è una sorta di grande cantiere e ovunque ci si giri a guardare si trova un edificio imponente ed avveniristico che non appare molto lontano dalla sua conclusione: sarà forse per questo che, passando in macchina dalle strade trafficate che fanno lo slalom tra i lavori in corso, la reazione spontanea non è la stessa che si ha quando ci si avvicina al cantiere di costruzione della metro milanese per Expo 2015. Niente imprecazioni in cinese e sbalzi d’umore improvvisi, qui la sensazione chiara è che sia tutto più lineare. C’è la volontà di costruire, il progetto, i lavori e la realizzazione.

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Su questo tema, qualcosa è giunto anche nel Medio Occidente. Si è parlato molto delle condizioni lavorative delle persone coinvolte in queste costruzioni imponenti, e sicuramente la situazione è distante dalle impostazioni sindacaliste a cui siamo abituati. Di sicuro non è l’ambiente più sicuro, ma vedessero come se la passano i lavoratori qui in Saudi: alla Camusso le verrebbe un infarto sicuro, e forse non solo a lei.

Il profumo del Qatar è il profumo della riscossa da un passato inesistente, con la forte volontà di mostrare come si possa spendere tanto e spendere bene. Perché  Saudi ci insegna che anche se sei ricco, non è detto che tua sia lungimirante (e furbo). L’emiro qatarino invece lo sa che non è una pura questione di provvedere alla sussistenza dei suoi sudditi, ma piuttosto che tutto gira intorno alla capacità di vivere ed essere indipendenti nel lungo periodo, e non solo tirare a campare giorno per giorno. La morale è non dateci da mangiare, insegnateci a pescare.

Nel 2006, hanno ospitato i giochi asiatici ed hanno costruito un intero quartiere dedicato all’avvenimento: miriadi di campi da calcio, da tennis, palazzetti vari, stadi con copertura mobile e un grattacielo imponente che ricorda una torcia posto proprio al centro del quartiere, è un hotel con ristorante all’ultimo piano che si chiama 360 (indovinate un po’ perché!). Dal 2006, facendo due conti, sono già passati oltre 7 anni, ma tutto il complesso sembra nuovo, perfettamente mantenuto ad alti livelli.

The torch

Le iniziative sono tantissime, e già fanno le prove generali per i momenti in cui dovranno affrontare i grandi eventi, cosa che, ci giureremmo, faranno bene. Inutile dirvi quanto sia fervente la vita qui: si sente forte e chiara la voglia di vivere. E di questo ne abbiamo tanta voglia anche noi: Doha, un nome da ricordare.

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And so this is Christmas

E’ passato oltre un mese dal mio arrivo in Arabia e sono diversi giorni che tento di trovare un aspetto della vita saudita da raccontarvi, ma onestamente è una faccenda molto difficile: ci sarebbero talmente tante cose da dire che sceglierne una mi sta creando dei seri problemi.

Dopo diversi tentativi, ho deciso di optare per un aspetto di questa esperienza che è proprio di questo periodo (per il resto, ci sarà tempo!): it’s Christmas time!

Come saprete, Saudi è quel grande Paese musulmano che custodisce i luoghi sacri alla religione islamica: spesso ci capita di trovare delle somiglianze con Città del Vaticano, realtà decisamente non molto lontana dalla vita italiana, e per certi versi è proprio così.

Ma Natale, in Italia come nel mondo Occidentale in generale, è un’altra faccenda: il freddo dell’inverno, l’idea (e talvolta anche il profumo) della neve, la cannella, le luci, l’albero e il presepe, i regali, il panettone e il pandoro, grandi pranzi infiniti pieni di cibo delizioso. Di tutte queste ultime cose citate, l’unica che si trova anche qui nella nostra casa araba è il panettone, trasportato direttamente da Milano.

Dicembre è un mese freddo anche per l’Arabia, ma rimane comunque un inverno relativo: se il caldo sono 50 gradi, fatevi un po’ i conti su cosa possa voler dire “avere freddo” qui.

Insomma, si gira col golfino e il sole risplende quasi sempre tiepido nel cielo azzurro sopra di noi.

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Ma siamo abituati anche a vedere i festeggiamenti natalizi nell’altra parte dell’emisfero con persone in costume in spiaggia che fanno il bagno nell’Oceano australiano con il cappello di Babbo Natale in testa: il clima, nel mondo globale, non rappresenta più un cliché (ma contribuisce).

E’ che manca tutto il resto: luminarie, decorazioni, sbarluccichi vari e i negozi che ti incartano gli acquisti con carte rosse piene di stelline e omini di neve.

A ben intendere: la cosa più sorprendente è che non se ne sente la mancanza, è solo che pare una situazione metafisica. Ogni tanto ce ne usciamo con qualche espressione tipo:

Ah già che è dicembre!

Ma domani è già Natale?! Impossibile!

Oh non sembra che sia inverno

 

In compenso, ci sono alcuni aspetti positivi anche qui che nel periodo natalizio italiano non potrebbero mai esistere: al netto della temperatura, c’è di più. Molto di più!

I negozi hanno già i saldi, e qui i saldi sono degni di questo nome: se c’è scritto – 70% sarà più facile trovare un articolo scontato dell’80% piuttosto che uno del 60% (che, per inciso, non sarebbe nemmeno male).

L’Arabia Saudita, a quanto ho capito fin ora, è una monarchia fondata sullo shopping: in città, ogni 100 metri c’è un centro commerciale, e in quelli grandissimi c’è una quantità di negozi da far invidia agli States (con la sola differenza che qui le città principali sono 3 e tra l’una e l’altra c’è il deserto completamente disabitato).

 

A parte per pochi eletti che risiedono in compound esen-arabi, anche i villaggi “occidentali” sono saudizzati sul Natale, ma ad onor del vero è tutta apparenza: i finti pini da agghindare si chiamano “holiday trees” (chissà a quale holiday faranno mai riferimento), si trovano le palline al supermercato e pure tessuti natalizi vari in giro. Oggi ho poi scoperto da una signora inglese che nel market del villaggio vendono addirittura il Christmas pudding: sinceramente non sapevo cosa fosse ma lei era esaltatissima perché contiene alcool ma lo vendono lo stesso. Personalmente, ho la sensazione che si tratti di un pasticcio immangiabile dei loro, ma tant’è. Si è contenti proprio con poco!

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In fin dei conti è comunque giusto così: si reperisce tutto, ma bisogna tenerselo in casa propria. Del resto, noi qui siamo ospiti, graditi o meno.

Che aggiungere: merry Xmas a tutti, e brindate con lo spumante anche per noi!

Saudi’s anatomy: episodio 2

Qualche giorno fa, Valentina ha dato conto della sua esperienza con la sanità saudita, e anche io non voglio essere da meno.
Una piccola premessa: da quando sono arrivato in Saudi, ricevo un paio di richieste alla settimana di amici, ex colleghi e conoscenti vari che cercano di capire le loro chances di trasferire armi e bagagli nel Medio Oriente (di solito piazzando in cima alle loro città preferite Dubai e Doha, con l’Arabia salda in ultima posizione). Tra le tante preoccupazioni – alcune esagerate, altre no – ogni tanto fa capolino la domanda: ma com’è la sanità in Arabia, sarà mica a livello di terzo mondo?!

Se tu – persona a me simpatica che al momento stai leggendo queste righe pensando di trasferirti in Medio Oriente – ritieni che in Arabia Saudita ci siano gli ospedali diroccati con mosche ronzanti su bambini ammalati, hai sbagliato luogo. Qui la sanità c’è e per quanto ne sappiamo funziona assai bene per due categorie di abitanti del posto: i sauditi e gli expat occidentali. Vi dirò di più: ospedali e cliniche attingono a piene mani dal mondo americano, da cui hanno copiato procedure, colore degli abiti e storie d’amore tra infermieri e dottori. Ecco, forse l’ultimo aspetto me lo sono inventato.

La cosa che stupisce entrando negli ospedali è che medico di base, reparti e poliambulatori sono tutti nella stessa struttura e – come diceva anche la Vale – tutto è molto procedurizzato: devi ritirare un modulo? Fai richiesta online, ti sedi nella male section della sala di attesa tra uomini muniti di tovaglia colorata e sandalazzo vecchia scuola e arriva… l’infermiere! Questi ti porta in uno stanzino dotato di strumenti iper tecnologici e ti fa un rapido check-up per capire se hai la febbre (ma io avevo bisogno di un modulo!), poi ti porta dal medico di base (da scegliere rigorosamente uomo per i maschietti, donna per le femminucce) e questi risponde alle tue necessità. Esci dalla sua stanza, attraversi un paio di corridoi lindi in cui si parlano idiomi molteplici e vai a ritirare il modulo. Qui l’America lascia spazio all’Arabia: le indicazioni non sono un granché e tutto si basa sui gesti dei Sauditi, poi arrivato all’ufficio per ritirare il documento serve un timbro del dottore per ottenere un secondo timbro che valida il documento, ma questi non l’aveva apposto nel modulo giusto e quindi bisogna ritornare da lui. Un Americano s’inalbererebbe, ma a noi sembra di essere tornati a casa: facciamo lo sbattimento volentieri e finalmente abbiamo il documento in mano.

Per impreziosire (è proprio il caso di dirlo) il racconto, aggiungiamo l’esperienza di una famiglia di amici che hanno dato alla luce il loro secondogenito qui in Arabia: per l’occasione si sono serviti dell’ospedale reale, dove finissimi marmi e cristalli ornavano gli spazi comuni, c’era una domestica che puliva la stanza 4 volte al giorno e il giorno dopo il parto potevi prenotare il parrucchiere per la messa in piega che neanche Kate d’Inghilterra all’uscita dell’ospedale a Londra! Inutile dire che è stata la nascita più comoda e sontuosa a memoria d’uomo!

Concludo con una chicca: quante volte guardando il vostro telefilm ospedaliero preferito non avete ammirato quella bellissima lavagna dove ci sono i turni dei medici esclamando “la voglio anche io”! Ecco, qui in Arabia ce l’hanno!

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