Saudi e l’iniziativa privata

In Saudi, come in molti degli Stati arabi, l’iniziativa imprenditoriale privata estera non è semplice: non è vietata come succedeva nei Paesi comunisti, ma ne viene limitata l’autonomia tramite l’imposizione di una partecipazione locale (nel nostro caso, saudita) uguale o superiore al 51%.  Per farvi un esempio a me carissimo, l’Ikea, seppure ovviamente utilizzi il logo famoso in tutto il mondo, è poi controllata dal signor Ghassan Ahmed Al Sulaiman, che suona tutto fuorché svedese e che pare detenga il 100% del franchising.

Insomma, per fare business in Arabia bisogna trovarsi il partner saudita, cosa non sempre facile. Se tutto questo vale per l’imprenditoria su media/larga scala, tutt’altra storia è quella delle piccole attività. Complice l’enorme ammontare di tempo libero, le donne (expat soprattutto ma non solo) ne rappresentano il motore principale. Che cosa offrono?sushi

Le più organizzate riescono a gestire dei take-away di cibo etnico che si prenotano via Facebook/ email/ sms e si ritirano a determinati orari: le giapponesi preparano il sushi, le messicane i tacos, le libanesi i falafel, le indiane il chicken tikka. In qualunque Paese europeo non sapresti se ti piomberebbe in casa prima la guardia di finanza o la ASL, qui è tutto legale, o quantomeno tollerato nei limiti dell’impresa familiare. Sul cibo italiano ancora nessuna si è lanciata, ma qui in zona una sciura messicana sposata con un saudita propone una Jersey pizza italo-americana che spopola – fa anche la consegna a domicilio! Sulla qualità della pizza possiamo dire che c’è ampio margine di miglioramento, ma di certo incontra i gusti made in USA di molti.

Yoga shala

Un’altra attività piuttosto redditizia è il babysitting: c’è chi ha settato parte della casa per ospitare un numero indefinito di bambini, così che le mamme se ne possano andare a fare shopping/ palestra/ chiacchiere in santa pace. A proposito di palestra, le più toniche si propongono anche come personal trainers o offrono corsi di Zumba a prezzi stracciati – l’uso degli spazi è gratis del resto, basta accordarsi con l’insegnante di circuit training e con quella di spinning. Le poche che insegnano yoga sono molto richieste e c’è anche chi si è fatta costruire uno shala in giardino (che poi, cosa mai sarà sto shala…).

Chi ha esperienza nel campo dell’estetica ha pane per i suoi denti: conosco chi ucciderebbe per una french fatta come si deve. Evidentemente non ha ancora provato il centro estetico di una ragazza thailandese che, super professionale, è capace di ogni ogni cosa per qualunque tipo di unghie.

Gufi per blog

Per chi come me è appassionata di crafts, le fiere spopolano e gli spazi per esporre costano poco. C’è chi fa gioielli, chi vende abiti alla Bollywood, chi ti decora le mani con l’henné, chi cuce oggetti di ogni tipo – e io faccio parte di quest’ultimo gruppo. L’atmosfera delle fiere – qui spesso chiamate souk, per ovvie ragioni – è sempre allegra e di festa, soprattutto se c’è qualche festività alle porte e hanno tutti bisogno di un regalo dell’ultimo minuto. Venghino, signori venghino!

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Sua maesta’ il deserto – Parte V

Puntate precedenti:

Quando ho spiegato a Valentina la mia idea di continuare la saga del deserto con un nuovo episodio, il suo sguardo parlava chiaro: “Ancora sul deserto? E basta!”. Poi pero’, le mie ragioni hanno avuto la meglio, dato che qualche settimana fa il deserto ci ha riservato il suo abbraccio piu’ intenso.

Questa volta, infatti, abbiamo fatto sul serio: il tanto atteso momento di scatenare i 381 cavalli del mio carroarmato a quattro ruote motrici e’ finalmente giunto.

Una premessa e’ doverosa. Per i neofiti della sabbia, tutto dipende da chi guida il gruppo: se e’ un pazzo scatenato l’esperienza potrebbe essere shockante; se e’ prudente la giornata rischia di essere noiosa.

Da noi il lider maximo degli appassionati di off-roading e’ l’ultimo che ti aspetti: un neozelandese. Quando pero’, dismessi i panni dell’ingegnerone lo vedi cavalcare il suo mezzo rombante o spingere da solo a mani nude un veicolo insabbiato in mezzo metro di sabbia, capisci che non tutti i neozelandesi vivono nel verdeggiante mondo degli hobbit, specie se hanno abbandonato le accoglienti lande del Signore degli Anelli tempo fa e si sono trasferiti ad Abu Dhabi per gran parte della loro esistenza.

Steve il neozelandese credo sia nato per trasmettere insegnamenti: ha una parola per tutti, conosce i trucchi del mestiere, ha una pazienza infinita e sopratutto e’ fedele al motto “No one gets left behind” (nessuno deve rimanere indietro), specie se si e’ bloccati nella sabbia.

Con lui in testa, e un gruppone di 10 auto dalle variegate dimensioni (la piu’ piccola era una Hyundai Santa Fe), ci siamo messi in raccoglimento davanti ai suoi insegnamenti, che erano:

  • Sgonfiare bene le ruote per massimizzare l’aderenza sulla sabbia. Questo particolare sembra irrilevante ma fa la differenza: un collega con Porsche Cayenne (ebbene si: c’avevamo nel gruppo anche il maranza) ha percorso meno di 5 metri prima di insabbiarsi per poi scoprire che doveva sgonfiare le ruote ancora di piu’. Non sapete le risate dei proletari tutti intorno a lui.
  • Settare correttamente l’auto per l’off-road: oltre al ragionevole passaggio da due a quattro ruote motrici, e’ consigliabile switchare al cambio manuale mantenendosi su marce basse (seconda o terza), eliminare il controllo della trazione (per chi e’ ignorante come me e’ un bottone col disegno di un’auto che sbanda) che rischia di aggravare la situazione quando si perde aderenza sulla sabbia.
  • Evitare (almeno all’inizio) di fare i matti: i cambi di pendenza sono la cosa piu’ pericolosa, perche’ le auto potrebbero non avere un’altezza sufficiente e il paraurti anteriore rischia di diventare un souvenir da seppellire nella sabbia del deserto nella speranza di veder nascere l’albero dei paraurti.

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Una volta apprese queste accortezze.. si parte! La prima cosa che si prova quando le ruote poggiano sulla sabbia e’ che la posizione del volante diventa relativa: per quanto lo giri a destra o sinistra, l’auto ti obbedira’ con ritardo e solo in parte, un po’ come uno studente svogliato chiamato alla lavagna. Poi si viaggia in modalita’ gregge: tutti in coda dietro al capofila che evita i punti in cui la sabbia e’ troppo soffice. Infine, e questo e’ l’aspetto piu’ divertente, quando qualcuno si insabbia si ferma il gruppo, si urlano un po’ di incitamenti all’autista (che sollevera’ montagne di sabbia senza ottenere alcun risultato) e poi si scende dalle proprie auto per aiutarlo: chi spinge, chi scava, chi porta delle assi.. ognuno ha una strategia diversa per disseppellire l’auto. Quello che ho imparato e’ una cosa sola: piu’ persone ci sono, piu’ velocemente si risolve il problema.

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Fin qui e’ l’ordinaria amministrazione; una volta imparati i limiti del proprio veicolo si puo’ passare al livello successivo: le dune. Salire e’ facile: e’ solo una questione di pigiare l’acceleratore e fare affidamento sulla potenza del motore (che si berra’ qualche litro in piu’ di economica benzina saudita). Il problema e’ la discesa, da fare senza frenare, senza sterzare e senza avere una completa visibilita’ del pendio (specie nel cambio di pendenza): in pratica ci si trova spinti in avanti dalla forza di gravita’ con l’auto che dapprima dolcemente ed in seguito accelerando scende verso il basso. Di solito questa discesa e’ accompagnata da urla di incitamento degli altri membri del gruppo che assistono alla scena sorseggiando bevande ghiacciate dalla cima della duna.

IMG_0774Che dire, anche dopo 5 episodi, la nostra saga sul deserto e’ un po’ come quella di Star Wars: ha mantenuto il suo fascino e non ci siamo ancora stancati. E sono sicuro che – come i fan di Luke Skywalker – qualcuno è già in attesa del nuovo episodio!

Non è bello ciò che è bello, è bello ciò che brilla

Ogni luogo in qualunque parte del mondo racconta indirettamente molto delle persone che lo vivono, e l’Arabia non fa eccezione, anzi: basta dare un veloce sguardo intorno per capire molto dei gusti degli indigeni.

Al pari della regola “una moschea ogni 800 metri” vige quasi la stessa proporzione nel caso dei centri commerciali, immensi templi del consumismo più spinto e presenze quasi costanti del panorama arabo. Ne vanno letteralmente matti.
Pottery barn
Un aspetto singolare è rappresentato dalla rotazione dei negozi al loro interno: come accade in tutto il Mondo, a volte i negozi chiudono per via della “crisi”, che qui non è propria del sistema economico ma piuttosto dei gusti particolari dei Saudi. Un esempio su tutti: la catena di arredamento americana Pottery Barn – poco conosciuta in Italia, ma famosa per un certo buon gusto stranamente americano per l’interior design, e prezzi da alta falegnameria italiana – ha appena chiuso baracca e burattini. 20 metri più avanti si trova un altro negozio di arredo, pieno di scintillii sinistri e ghirigori che restano sullo stomaco (stilistico) anche a chi ne ha uno di ferro. Ma come, questo sopravvive e mi chiude il Pottery Barn? Come è possibile?!
Bling shop
Aspetta un attimo: ma quel negozio di abiti tutto lustrini e payette che pare non accennare al declino? E questo di pigiami tutti pizzi e diamanti? O guarda, avrei proprio bisogno di una cover per il cellulare: una tempestata di svarovsky, l’altra placcata d’oro, ah più a destra ci sono quelle monocromo! Ma è a forma di coniglio rosa gigante?! Non mi ci sta in borsa(!) altrimenti la compravo.
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Non passa molto tempo prima che ci si accorga che qui lo stile “bling bling” va per la maggiore, e si finisce un po’ assuefatti un po’ esasperati che talvolta si cade in tentazione.
I gusti diversi si esprimono anche nella reperibilità delle cibarie, a partire dalla presenza di tutte le catene di fast food possibili ed immaginabili – in Italia ha appena aperto il primo KFC a Torino, che il cielo ce ne scampi, mentre qui probabilmente è stata la prima cosa costruita, prima ancora che si disfassero delle tende.
 Tahina
Al supermercato invece, seppur si trovi tendenzialmente di tutto, c’è molta più scorta di alcuni prodotti rispetto ad altri. Avete mai provato a cercare la tahina per fare l’hummus in Italia? È quasi introvabile. Qui invece quasi si fatica a trovarne quantità non gigantesche. La farina? È americana, ne trovi ogni declinazione, ma la 00? In compenso ogni tipo di intruglio da bere è disponibile: dalla Cherry Coke alla Dr. Pepper, fino alle bevande a base di semi di basilico(?). Chiedere una cassa di Ferrarelle da 6 fa strabuzzare gli occhi al commesso per diversi motivi: la Ferrarelle c’è ma in bottigliette piccole e singole, e costa un occhio della testa. O magari non c’è e ti offrono la Perrier: ma quella proprio no, l’acqua francese non la prenderei neanche fossimo in mezzo al deserto. Incrociamo le dita che non accada.

Saudi e petrolio: tutto intorno a noi

Se c’e’ un aspetto della vita in Saudi che mi esalta un sacco, ma che molti vedono piuttosto come una scocciatura, e’ vivere nel cuore dell’industria petrolifera. Di certo aiuta il fatto che il petrolio fa parte del mio lavoro e delle mie passioni: non essendo un tecnico rimango sempre affascinato come un bambino dagli impianti, dal ferro e dal fuoco che ci circondano ovunque andiamo. Giusto per darvi un’idea del mio malanno: durante il viaggio di nozze volevo modificare l’itinerario per visitare da vicino gli impianti di estrazione in Pennsylvania e avrei anche fatto una tappa a Houston (che di certo non ha molte attrazioni turistiche) solo per passare dalle sedi delle principali societa’ petrolifere e fare delle foto da perfetto babbeo davanti alle loro insegne. Inutile dire che Vale ha messo giustamente il veto su tutto cio’.

Tutto questo ormai e’ superato: vivere in Saudi mi permette di ammirare ogni giorno trivelle, tubi, cisterne e altre robe bruttissime con grande facilita’. Tra l’altro, professionalmente e’ anche una grande esperienza: mi permette di capire in quali giacimenti si stanno intensificando le operazioni, come nasce e si sviluppa un mega progetto di raffineria o comprendere lo stadio di avanzamento di una pipeline su cui sto scrivendo un’analisi.

Dalle nostre parti, qui nella Eastern Province, il petrolio e’ come la famosa pubblicita’ della Vodafone: tutto intorno a noi. Si trova sotto i nostri piedi, dato che viviamo su un giacimento che ogni giorno produce il consumo di greggio dell’intera Austria; si trova a lati dell’autostrada che mi porta in ufficio – dove una decina di impianti di perforazione trivellano notte e giorno; si trova vicino alla costa, tra impianti di raffinazione, petrolchimici e di trattamento dell’acqua da iniettare nei giacimenti; si trova a poche centinaia di metri da casa nostra, dove tra le dune di sabbia sbucano decine di piazzole di pozzi produttivi con tanto di Christmas Tree (anche se forse qui si chiama “Winter Festival Tree“!).

Collage petrolio

In piena tradizione Saudi, qui e’ tutto esagerato: in un raggio di un centinaio di chilometri si trovano l’impianto di trattamento del greggio piu’ grande del mondo che processa quasi meta’ della produzione saudita; un impianto petrolchimico da 20 miliardi di dollari, due mega raffinerie che spediscono carburanti in giro per il mondo, c’e’ anche un deposito di tubi immenso: una volta tra colleghi abbiamo stimato ce ne fossero qualche centinaio di migliaia.

Tubi per post

Perfino guardare fuori dalla finestra mi fa vedere il petrolio: davanti al nostro palazzo, infatti, stanno perforando un lunghissimo pozzo orizzontale che passa sotto i nostri uffici per arrivare nei pressi della mensa aziendale dove, a 4000 metri di distanza sottoterra, si trova un giacimento di gas.

Sono sicuro che dopo questo racconto Saudi apparira’ una specie di inferno terrestre dove i fuochi degli impianti non si spengono mani e degli infernali macchinari fanno rumori spaventosi a tutte le ore.. Forse e’ anche così ; e a me piace un sacco!