E’ arrivato Ramadan (versione 2017)

Puntate precedenti:

Come affrontare il mese del digiuno in Saudi, quando le giornate lentamente si trascinano verso il tramonto, i ristoranti sono chiusi, la gente affaticata e non c’e’ altro da fare se non chiudersi coi colleghi non musulmani nella stanzetta del caffè?

Nel 2014 l’abbiamo sofferto, nel 2015 ci siamo rifugiati in attività sportive e giochi in scatola con gli amici, nel 2016 abbiamo scoperto il Bahrain.. Ebbene, ci sono voluti quattro lunghi anni per perfezionare il piano, ma alla fine ci siamo arrivati: 2017, l’anno della soluzione DEFINITIVA al Ramadan.

I più fedeli lettori ricorderanno come tra gli indiscutibili vantaggi del Ramadan c’e’ la possibilità di attraversare il confine tra Arabia e Bahrain evitando ore di code alla dogana. L’indiscutibile svantaggio e’ che in tutto il paese i ristoranti sono chiusi fino a sera e anche dopo il tramonto e’ comunque vietata la vendita di alcolici.

A tutto questo c’e’ una soluzione e si chiama “Liquor Shop“. Il Bahrain, infatti, come pochi altri posti nel GCC, permette di acquistare l’alcol in luoghi dedicati, ovviamente chiusi durante Ramadan. Fino a questo maggio non avevamo mai messo piede. Ma poi abbiamo elaborato un piano in tre fasi.

Fase 1: l’assalto col carrello

Tutto inizia, ovviamente la settimana prima di Ramadan. Arriviamo in auto al Liquor Shop: chi lo immagina un luogo malfamato tipo spacciatore di fumo nel boschetto dell’hinterland milanese si sbaglia di grosso. A parte la location, che e’ un anonimo capannone nell’area industriale di Manama, una volta entrati ci si sente in paradiso, manca solo San Pietro con le chiavi. Tutto sbarluccica di meraviglia: scaffali ricolmi di tutte le migliori marche internazionali, casse di birra in pronta consegna e addirittura l’area dei vini e’ arredata come una cantina di legno, con prodotti che arrivano da tutte le parti del mondo. Immaginateci con il naso all’insu’ a camminare per le mensole spingendo il nostro carrellino. La gioia potrebbe capirla solo Buffon con in mano la Champions League.

champagne

Ecco come si presenta l’area dei vini, bella eh?

Fase 2: lo stoccaggio

Una volta passati in cassa e lasciate generose porzioni dello stipendio (le tasse sono pari al 100-150% del valore del prodotto, una bottiglia di vino italiano parte da 10 euro), bisogna trovare un luogo dove seppellire il tesoro fino al ritorno durante il mese proibito. L’isola e’ per metà disabitata e non manca certo di buche, ma c’e’ da fidarsi? La soluzione e’ una sola: riempire un trolley con il prezioso carico e portarlo in hotel. Al check-out, prima di ripartire per Saudi, lasciamo il trolley alla reception con la richiesta di custodirlo fino al nostro ritorno.

Fase 3: qui si sboccia manco fosse primavera

Una volta alla settimana, la giornata lavorativa si conclude in Bahrain, sempre al solito hotel. Al momento del check-in, tiro fuori un cartellino e lo consegno alla reception. Pochi minuti dopo, ci consegnano un trolley blu. Saliamo in camera e disfiamo i bagagli. In quello blu ci sono diverse sorprese: alcune birre, una mini confezione di baileys (il caffe’ al mattino ci piace berlo corretto), uno spumante, tre bottiglie di rosso e una di bianco. Unico vincolo: una volta aperta, la bottiglia deve finire. Il primo brindisi, ogni volta, e’ sempre per lui, il Ramadan.

E’ proprio vero che la necessità aguzza l’ingegno.

A lezione di comunicazione (araba)

Communication in saudi

Una cosa di cui sono immensamente riconoscente all’azienda in cui lavoro e’ che sulla formazione non risparmia, neanche in tempi di vacche magre. Tra le tante occasioni, la scorsa settimana ho frequentato un breve ma interessante corso sulla comunicazione. Arrivo nell’edificio fronte mare che ospita tutta la formazione del personale, trovo la mia aula e mi guardo intorno.

Iniziamo dall’insegnante: un tizio saudita smilzo, dal baffo brizzolato e lo sguardo dolce, vicino ai sessanta, con due master, un dottorato e innumerevoli titoli di insegnamento in varie universita’ anglosassoni. A dispetto dell’introduzione che termina con: “Mi chiamo Abdulaziz, ma voi potete chiamarmi DOTTOR Abdulaziz”, per la durata del corso in realta’ si dimostra una persona che quando parla l’ascolti volentieri, un’intellettuale della vecchia scuola.

E poi gli allievi: vi si trova un po’ di tutta la rappresentanza del panorama aziendale. Per la maggioranza giovani ingegneri sauditi volenterosi, qualche expat di breve corso come il sottoscritto, un paio di signori barbuti con abiti svolazzanti.

Inizia il corso, che prevede una pausa di 15 minuti ogni ora, una pausa pranzo di 90 minuti, e la conclusione per le tre del pomeriggi. Piu’ che un corso formativo, una lunga pausa interrotta da spiegazioni. Un po’ come quando per fingermi salutista voglio mangiare lo yogurt e ci rovescio un chilo di Nutella: piu’ che un derivato del latte, un estratto di nocciola.

Complici le continue interruzioni, il corso alla fine scorre veloce: dottor Abdulaziz segue per filo e per segno il suo bravo libretto pieno di appunti ordinati, chiaramente ispirato a qualche costoso corso americano. Gli manca il carisma comunicativo di Tony Robbins, pero’ si vede che gli piace insegnare e che agli studenti vuol bene, come quando non fa mancare il suo supporto (“You are perfectly right!”) in occasione di un commento un po’ ingenuo del giovane ingegnere saudita di turno.

Ma cio’ che sorprende, nella lista di cose nuove imparate in quel giorno, ci sono due piccole perle di saggezza araba sulla comunicazione, incompatibili con il nostro mondo:

  • Regola della vita #1: Mai chiedere “Perche’?“. Se per noi e’ la domanda della curiosita’, quella che il nostro fanciullo interiore ci spinge a formulare e che ha portato alla nascita delle grandi menti della scienza, nella cultura araba e’ interpretata come accusatoria: “Perche’ hai telefonato ad Ali?”, “Perche’ ieri non eri al lavoro?”
  • Regola della vita #2: il linguaggio del corpo e’ importante. Quando si parla o si ascolta, bisogna stabilire un contatto diretto con gli occhi, tranne che con persone dell’altro sesso. Sia mai che nasca un’emozione.

Imparo e porto a casa: da oggi mi vedrete in azienda girare bendato articolando domande che contengono perifrasi improbabili come ad esempio: “Per cotal ragione l’altro ieri Mohammed ha utilizzato il colore giallo nel grafico sul prezzo del petrolio?” Basta capire come tradurlo in inglese, ed il gioco e’ fatto.

Se Steve Jobs fosse nato a Riad..

Steve Jobs

…si chiamerebbe quasi certamente Mohammed, avrebbe cinque fratelli ed il sorriso pronto. Se avesse il DNA di Jobs, di sicuro non sentirebbe il desiderio di lavorare in uno dei tanti ministeri come i suoi coetanei, parcheggiati a vita in lavori sicuri. Vorrebbe fare qualcosa per cambiare il mondo, o almeno la quotidianita’ in cui vive. Fondare la Apple saudita, che quasi certamente si chiarebbe Dattero. Una Dattero che crea bellissime app per gli smartphone. Nella sua camera inizia a spremere le meningi alla ricerca di idee.

Di certo non puo’ essere un’app di messaggistica, di incontri o di nuove conoscenze, sarebbe vista sicuramente come un modo per favorire la promisquita’ con le ragazze; ne’ puo’ riguardare la musica, direttamente non vietata, ma vista con sospetto da tutte le autorita’ – tant’e’ che i cantanti sauditi sono di fatto costretti ad andare in esilio sui canali TV egiziani. Diciamo che vuole fare un’app sul calcio: il calcio piace a tutti, no?

Per creare l’app gli servono la passione, e quella non gli manca, ma anche un paio di amici che lo aiutino nell’impresa. Khalid e’ uno sveglio, ma gli manca la voglia: preferisce passare le serate a sgommare con la jeep sulle dune. Mishal si appassiona all’idea ma dopo un paio di ore passate ad ascoltarlo ha gia’ rivolto le sue attenzioni ad altro. Abdullah quando lo sente si accende ed esclama: “Ma quale societa’ di app, noi dobbiamo creare un’azienda che possa costruire l’iPhone 10 prima della Apple”; forse aiuterebbe una buona dose di realismo .

Un po’ sconsolato cerca allora un modo per trovare dei finanziamenti per avviare l’attivita’. Il capitale di certo in Saudi non manca, ma lui non appartiene ad una famiglia ben inserita nella societa’ ed ogni volta che e’ allo sportello di un ufficio publico la prima cosa che guardano non e’ l’idea del progetto, ma il cognome che porta… e la storia potrebbe continuare.. ma quanta fatica!!

Una cosa e’ certa: il livello di tenacia e di coraggio che il giovane Mohammed Jobs deve avere per portare avanti la sua idea imprenditoriale in Arabia Saudita e’ di gran lunga superiore a quella dell’originale Steve Jobs.

Anche perche’ l’alternativa e’ un confortevole lavoro come impiegato statale.

La leadership del taco

hard soft tacos

In uno dei ristoranti del camp dove viviamo c’e’ un posto che serve ricordi di cucina messicana (dico “ricordi” perche’ non e’ che sia proprio un ristorante stellato). Il piatto preferito di Valentina sono i tacos, che vengono serviti con pollo, manzo o gamberetti. I tacos possono essere di due tipi: morbidi (della consistenza della piadina, versione a sinistra) oppure croccanti (in pratica un po’ fritti ed hanno la croccantezza di una patatina un po’ spessa, a destra). E mentre una sera eravamo in questo ristorante, i tacos mi sono parsi una perfetta metafora dello stile di leadership nell’azienda saudita in cui lavoro.

Dopo quasi quattro anni di lavoro in Saudi, ho avuto a che fare con quattro capi, di cui tre sauditi: due taco morbidi ed uno croccante. Mi spiego: la leadership saudita e’ riconducibile a due categorie; da una parte il puro command-and-control di vecchia scuola, dove le decisioni vengono prese dal vertice e la base esegue nei tempi prestabiliti senza troppi fronzoli, dall’altra una leadership soft, dove si evita qualsiasi attrito con il team a costo di essere a volte un po’ poco efficaci nell’esecuzione.

La prima e’ la leadership croccante: gustosa al palato, divertente quando si mastica, ma piu’ difficile da digerire. Il capo comunica ad intervalli regolari, fissa le scadenze, divide i compiti. A volte sbaglia e assegna incarichi un po’ a casaccio, ma come il re di un piccolo stato e’ difficile contestarne le scelte. Poi arriva la fase del controllo e qui e’ un po’ una lotteria: se gli stai a genio vivrai giorni sereni, se appartieni al gruppo sbagliato c’e’ il rischio che ti faccia le pulci su ogni cosa che gli consegni (fortunamente io appartenevo al primo gruppo!).

Il leader soft invece rende la vita piu’ facile: l’umore del team e’ sicuramente piu’ positivo, c’e’ comunicazione orizzontale e le riunioni sono piu’ serene. Per il lavoro che faccio, questo rende la mia attivita’ da un lato piu’ produttiva perche’ molte informazioni devono circolare con liberta’ tra i diversi esperti nei vari settori. Tuttavia la mancanza di una catena di comando piu’ intransigente rende le scadenze meno rigide e alla fine si arriva all’ultimo minuto con un sacco di cose ancora da sistemare.

Entrambi gli stili hanno delle chiare lacune e spesso ai manager sauditi di fascia media mancano gli altri elementi di una vera leadership: la visione e’ lacunosa, la capacita’ di fare da mentore/allenatore e’ spesso demandata ad altri expat di lungo corso, molte decisioni sono prettamente politiche oppure molto difensive.

D’altra parte, imparare ad adattarsi alle esigenze dei diversi capi rende il quotidiano piu’ vario e aguzza l’ingegno e l’abilita’ tattica. Anche perche’ mangiare ogni giorno lo stesso taco non e’ che sia proprio salutare!

Post Scriptum: dopo piu’ di 150 post pubblicati ogni settimana di venerdi, incluso Natale e Capodanno, la scorsa settimana abbiamo saltato la pubblicazione. La sorpresa e’ stata sapere che qualcuno se n’e’ accorto tempestivamente! Un caro saluto e grazie a Giovanni per avercelo ricordato. 

Viaggio nel multiverso autostradale


A bordo del mio Millenium Falcon a quattro ruote verde e bianco, scrivo il diario di bordo in data 19 aprile 2017. Viaggio interstellare Dhahran-Abqaiq. Un giorno come un altro in autostrada.

C’è quello dai muscoli d’acciaio che dorme tutto su un fianco immune al torcicollo,

C’è il collega digitale, quasi un ologramma, che scrive sull’iPhone le mail di lavoro lasciate a metà,

C’è la tizia tutta velata che ha voluto sedersi per forza lontano dai maschi,

C’è il nerd che smanetta col nuovo videogioco per l’iPhone, avra’ almeno diciassette dita,

C’è il tecnico tattico dotato di tutti gli accessori per il sonno, incorporati nel corpo,

C’è il barba con il Corano sul display,

C’è la coppia di filippini che bisbiglia i racconti nella giornata in linguaggi sconosciuti,

C’è quello con il nuovo episodio di Netflix che probabilmente non ha le orecchie perché l’audio si sente fin qua,

C’è il paesaggio, al di là delle trasparenze della tenda, che fa un po’ Tatooine.

Il pullman gira a destra, verso la rampa di uscita. Finisce un altro giorno di ordinario viaggio tra le galassie saudite.

Dopotutto, questo e’ un piccolo mondo


Che ve lo dico a fare: i viaggi sono e rimangono un pezzo importante del nostro stile di vita qui in Saudi. Ma oggi, a 8.500 Km di distanza dalla nostra casetta nel deserto, in viaggio di lavoro nel paese del Sol Levante, il principio vale ancora di piu’.

E allora l’occasione e’ d’oro per rispolverare dall’archivio fotografico del Women’s group di Abqaiq una poesia sul viaggiare scritta negli anni ’80 mentre io e Valentina non eravamo che neonati (anzi, Valentina ancora non c’era). Perche’ gli expat in Saudi scoprirono il sapore del viaggio mentre i nostri nonni erano nei campi a sudare per comprarsi la Fiat 500 con cui andare dai parenti a Torino.

Dopotutto, questo e’ un piccolo mondo.

In giro per il mondo in giorni di ferie trenta
partendo dal deserto, dove soffia tormenta
con due stipendi da expat, da Roma fino a Bangkok,
attraverso Vietnam, Giappone, Sud Africa ed Hong Kong.

A Singapore il nostro conto corrente piange,
se torneremo a casa, saremo solo in mutande.
Siamo gia’ stati a Londra, in Grecia ed anche a Parigi,
prossimamente in Australia ed Egitto, a trovare gli amici.

Lo chiamiamo “Repat”, non possiamo farne senza,
ogni volta contiamo i giorni che mancano alla partenza

Amico, siamo stati ovunque, abbiamo visto grandi cose
attraversato deserti, cercato nella sabbia rose,
respirato l’aria degli Oceani, dal Pacifico all’Atlantico,
nel bagaglio un pezzo della nostra vita, e ci piace tanto.

Liberamente riadattata in italiano. Qui sotto il documento originale.
Poesia

Stress da rientro

Il post di questa settimana e’ di mio fratello Paolo, di passaggio da queste parti qualche settimana fa. Tutto da leggere!

Ore 04:08. Italia.

Il cellulare vibra e lo schermo illumina la stanza.
Mi rigiro nel letto, insonne, cercando di non svegliare mia moglie. Le coperte ormai troppo calde e pesanti per la stagione in corso mi premono contro la schiena. Cerco di raggiungere il telefono a tentoni, sperando di aver abbassato il livello di luminosità la sera prima.

Schiudo le palpebre, fino a farle assomigliare a sottili feritoie dalle quali si intuisce soltanto l’iride sottostante. Immagino la scena vista da fuori, sogghignando al pensiero dei miei occhi a mandorla e delle smorfie del volto addormentato.
Anche stavolta la luminosità è al massimo: Paolo prima o poi diventerai cieco.

Riacquisto la vista e riesco finalmente a leggere la notifica di un messaggio.

È lui.
Di nuovo.
Il senso di colpa.

Il carnevale ambrosiano è la scusa adatta per fuggire da Milano e un fratello e una cognata che vivono in Medio Oriente sono un ottimo appoggio per volare al caldo, proprio quando l’attesa della primavera si fa pressante.

È passato più di un anno dal viaggio che ci aveva portati insieme negli Emirati Arabi Uniti. Quella volta lo stupore per le architetture esagerate e i famosi templi dello shopping era enfatizzata dal confronto con la povera ma verdeggiante isola dello Sri Lanka. Dubai era lo shock inaspettato di una cattedrale nel deserto, ambiziosa e seducente.

Siccome non possiamo ottenere un visto turistico per l’Arabia Saudita, l’opzione suggerita dalla coppia di locali è quella di una visita del Bahrain.

La coscienza scalpita nella stanca insonnia. Apro il messaggio o faccio finta di non averlo letto? L’ora suggerirebbe questa strategia. Il dribbling sta diventando la mia specialità, sono giorni ormai che evito una risposta, sfruttando lo scrolling di whatsapp, troppo veloce per leggere tutte le righe della conversazione. Si sarà insospettito?

L’organizzazione è come sempre impeccabile: nelle settimane precendenti la partenza, ci giungono dall’Agenzia di viaggi Matteo&Vale indicazioni di mete suggerite, tempistiche dei tragitti, cartine, recensioni e foto di luoghi esotici.

Daniele ci accompagna in questa vacanza, lui che ormai ha più timbri in arabo sul passaporto che anni sulla carta di identità.

Il viaggio aereo in notturna è accompagnato dai soliti film e dalle hostess che ti svegliano per proporti la cena o la colazione negli orari sbagliati. Scalo ad Abu Dhabi e ripartenza per Manama.

Tempo di qualche saluto e abbraccio in aeroporto e siamo già attorno a un tavolo per mangiare, situazione che si ripeterà svariate volte in questa breve permanenza.

Percorrendolo in lungo e in largo, il Bahrain a poco a poco si scopre in tutte le sue caratteristiche. Innanzitutto appare più vero e concreto che gli Emirati, meno patinato. Si scorgono i tratti di una storia lunga e variegata, i conflitti segreti della popolazione locale divisa tra sciiti e sunniti, la voglia di libertà e leggerezza degli Expat e dei vicini sauditi e il bisogno di adeguarsi alle architetture esagerate delle altre monarchie del golfo, che però non mascherano il sapore antico da cittadina araba.

Sebbene i giorni della visita siano pochi, l’isola è veloce da girare, complice la grandezza limitata che fa del Bahrain il 23esimo stato più piccolo del mondo e il potente motore di una macchina troppo grossa per le strade italiane.

Oltre alle tavole imbandite, visitiamo la Moschea di Manama, la bay area con i suoi grattacieli in costruzione, le zone di estrazione del petrolio, il museo della cultura, la pottery dove viene lavorata l’argilla e concludiamo con una corsa di kart nella pista vicino a quella dove ogni anno viene fatto il GranPremio di Formula 1.

Tamburello con le dite sulla cover.
Non ho ancora fatto niente, neanche buttato giù una riga o abbozzato uno schema, come si faceva coi temi delle scuole medie.

Giorni a pensare e neanche una idea divertente, manco fossi Mike Noonan col blocco dello scrittore in Mucchio d’ossa.

Respiro.
Penso.
È troppo tardi per inventarsi una scusa.

Il deserto è sempre affascinante, così come la scoperta dell’albero della vita, luogo desertico che un tempo era isolato, dove spunta dal nulla un grande albero verde. Dico “un tempo era isolato” perchè nel momento della nostra visita, non si sa per quale motivo, era contornato da distese di tende e campeggiatori del deserto.


La temperatura primaverile è perfetta e anche la pioggia nel deserto appare magica, nella sua contraddizione.

I giorni concessi passano troppo veloci e senza quasi accorgercene ci troviamo su un aereo, pronti per riprendere la vita di tutti i giorni.

Arrivederci Bahrain! Grazie Teo e Vale, alla prossima!

Apro l’app della sveglia e modifico l’orario. Un paio d’ore prima del normale dovrebbero bastare. Quante volta è bastato questo per finire la consegna in tempo, quando la deadline correva incontro rapidamente?

Prendo coraggio e decido di aprire il messaggio, di affrontare la terribile spunta blu di Whatsapp.

Una foto sorride amichevole.
Matteo scrive: “Ehi, come va? Hai già scritto il post per il blog? Venerdì va pubblicato ;)”.

Nerditudini varie in KSA

Dragon Ball.jpg

E’ sempre interessante stare ad ascoltare i colleghi sauditi quando ti rendono partecipe delle loro passioni. Come spesso raccontato, i commenti sul calcio internazionale vanno sempre per la maggiore. Tuttavia, lo sport non e’ l’unico passatempo della popolazione locale, anzi. Qui sono tutti appassionati di cibo, di auto rumorose e di falo’ notturni nel deserto. La musica, specie quella suonata, non accende gli animi, in parte perche’ ostacolata dalla religione, ma forse anche perche’ richiede elevata dedizione e strutture adeguate – entrambe quantomeno scarsamente presenti da queste parti.

C’e’ pero’ un passatempo assai diffuso nella giovane popolazione saudita che risponde a tutti i reguisiti del locale: 1) costa poca fatica, 2) e’ un ottimo riempitivo delle calde giornate estive e  3) costa poca fatica (l’ho per caso gia’ scritto?).

Che cosa c’e’ di meglio dello stare svaccati sul divano davanti ad uno schermo – computer o televisione cambia poco – a vedere a) cose animate che si muovono indipendentemente dalla propria volonta’, oppure b) mostri, pupazzi e robot comandabili con le punta delle dita? Soluzioni dell’enigma: a) Serie TV, b) Videogames.

Il giovane saudita medio e’ nerd. MOLTO nerd. Cita con erudizione frammenti tratti dalle ultime tre stagioni di Marvel’s Agent of S.H.I.E.L.D, narra con dovizia di particolari tutti gli intrecci avventurieri di Games of Thrones e soprattutto conosce videogiochi incredibili, specie per il povero trentenne fermo agli arcade degli anni ’90 o ai piu’ umili giochetti dell’iPhone.

E poi, in un crescendo di sorpresa e follia, va pazzo per i cartoni animati giapponesi. Non solo conosce i grandi titoli che hanno caratterizzato i pomeriggi liceali degli early Millennials come me (tipo il celeberrimo Dragon Ball), ma ne sa un sacco di altre serie che a me dicono proprio niente. Di un vivace scambio di opinioni tra colleghi Saudi piu’ o meno della mia stessa eta’, ho solo capito “One Piece” all’interno di un lungo elenco di cartoni animati di cui non avevo mai sentito parlare.

Insomma, chi si immagina il ragazzo saudita solamente come un novello Del Piero sbaglia di grosso. Ce ne sono molti altri simili a quel tizio dei Simpson con la coda di cavallo che gestisce il negozio di fumetti. Attenzione pero’ ad associarlo ad un vostro collega: potrebbe passare una giornata a citare a memoria tutte le sue battute.

I 3 Teoremi sulla vita dell’expat

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Il viaggio in Mozambico raccontato qualche puntata fa ha ancora un angolo da svelare nel suo paragone con Saudi. Se, come avevamo visto, l’Hakuna Matata batte anche l’Inshallah piu’ sfegatato, la community degli expat vive secondo i suoi canoni internazionali, comuni anche nella zona di Maputo.

La vita dei lavoratori all’estero, infatti, si regge su tre fondamentali teoremi validi ovunque, almeno stando a quanto appreso dalla nostra seppur limitata esperienza:

Teorema 1 : piu’ il paese e’ degradato, piu’ l’abitazione sara’ di lusso

Per attirare il lavoratore in tutti gli angoli del pianeta, anche quelli piu remoti o impolverati, bisogna offrire un certo livello di comfort. Piu’ scassata la citta’ in cui si vive, piu’ il parquet dovra’ essere lucente, piu’ spettacolare la vista dalla casa, piu’ grande il salotto, piu’ ampia la parabola per ricevere canali in giro per il mondo.

Unico reminder: ricordarsi che tutto cio’ sparira’ una volta tornati in Italia, o in un paese normale che non richiede una fortezza dorata.

Teorema 2: le cose vietate sono quelle piu’ ambite

Se in KSA l’assenza di alcol rende tutti dipendenti da esso, in Mozambico abbiamo assistito a scene di autentica gioia alla scoperta di un salame nascosto con cura nel fondo del frigorifero del nostro gentilissimo padrone di casa. Entrati di notte come ladri incappucciati insieme ad altri amici, abbiamo pasteggiato a base di cracker e fettazze del suddetto insaccato sentendoci in paradiso. Per la cronaca: in Mozambico e’ vietatissimo importare qualsiasi prodotto alimentare per uso proprio.

Teorema 3: le feste si fanno sempre nelle case piu’ grandi

L’onere/onore di essere l’epicentro delle feste e’ sempre il proprietario di un luogo privato, seppur la mancanza di luogi dove far festa rimanga un’esclusiva della sola Saudi. A volte, infatti, rintanarsi in un luogo tra expat, parlando delle cose che ci accumunano, rende l’evento piu’ esclusivo.

Tra i temi che verranno discussi nella serata, selezionare a caso uno dei seguenti:

  • nostalgia di casa
  • tradizioni e festivita’ da rispettare ovunque si e’
  • lamentele varie sulla scarsa freschezza del cibo importato
  • stranezze comportamentali dei colleghi locali
  • paragoni tra vite di expat in paesi diversi, in cui il paese in cui si vive attualmente ne esce sempre sconfitto

Per gli expat sintonizzati su altre frequenze geografiche: ci abbiamo preso? Commenti sui tre teoremi dell’expat apprezzati come sempre!

Tutto il mondo e’ periferia, o quasi

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Piccola premessa musicale. La moda del rap electro-pop italiana e’ giunta prepotentemente anche in Saudi. Fin da quando ero piccolo sono stato un fedele fan degli Articolo 31 e stimo Fedez perche’ con lui condivido le origini da provinciale milanese, ma soprattutto ammiro il non comune spirito imprenditoriale.

Nell’ultimo album scritto a quattro mani, c’e’ una canzone che e’ un manifesto del viaggiatore. Si chiama “Tutto il mondo e’ periferia” ed ascoltandola racchiude gran parte delle lezioni apprese dal girovagare di questi ultimi anni. Che poi sarebbero: con le dovute differenze di colori, viviamo in un piccolo paesone italiano.

Ecco qualche esempio direttamente estratto dal testo della canzone.

“La radio passa le stesse canzoni pop, che sono le piu’ trasmesse pure a New York”

Questo l’hanno sperimentato tutti. Basta accedendere la radio, ovunque si e’ nel mondo, e i pezzi saranno i soliti “Let me love you” di Justin Bieber o una Katy Perry o SIA o un ex cantante degli One Direction che si e’ dato alla carriera da single. Ogni tanto, nel marasma dominato da canzoni anglosassoni, spunta fuori un qualche cantante sconosciuto che canta in lingue incomprensibili.

SOLO IN SAUDI la stazione che passa queste canzoni e’ una (piccolo refresh).

“Gli italiani sono ovunque gli italiani sono global, li distingui perche’ hanno lo zaino Eastpak e le Hogan”

Anche questa e’ una grande verita’. Noi italiani ci riconosciamo nella folla dagli accessori che indossiamo (non necessariamente dai brand indicati nella canzone). Un classico evergreen: il marsupio e la polo Lacoste per i cinquantenni brizzolati. A chi non e’ mai capitato in un qualche mercato in giro per il mondo sentirsi chiamare in italiano dal negoziante, che subito aveva riconosciuto la nostra nazionalita’ da almeno 50 metri di distanza?

SOLO IN SAUDI e’ un po’ difficile riconoscere le marche dei vestiti sotto l’abaya scuro delle donne!

“I leader fanno promesse le stesse, dall’America alla Lombardia”

E’ che se poi tutti mettono in cima “prima gli italiani”, “America First”, etc etc, poi chi e’ che deve mettersi in coda? Solo l’Olanda per prima ha capito il suo posto: “Va bene America first, ma possiamo almeno dire Olanda seconda?“: https://www.youtube.com/watch?v=GFT-w686rdE

Ovviamente anche Saudi non e’ da meno: “Saudi first” e’ un mantra valido da decenni, da poco tempo rinforzato con tasse speciali che colpiscono sono gli expat.

SOLO IN SAUDI (ma anche in qualche altro posto al mondo) lo slogan non viene annunciato in campagna elettorale. Forse perche’ non ci sono le elezioni!

Insomma, Fedez e J Ax hanno ragione: anche il Saudi tutto il mondo è periferia!