Ritornare scarichi: quando la batteria fa gli scherzoni

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Grazie ad un mix di fortuna e abilità, non sono molti gli imprevisti che abbiamo dovuto subire nel nostro quadriennio saudita. Abbiamo sempre preso i voli in orario, cercato di evitare gli ingorghi nell’autostrada per il Bahrain (non sempre ci siamo riusciti), e tutto sommato la maggior parte delle avventure si e’ conclusa secondo i piani.

Se penso però ad una cosa che ci e’ accaduta più volte in serie, non posso fare a meno di pensare alla morte ripetuta della batteria della nostra auto. Puntualmente, atterrati in aeroporto dopo una vacanza più o meno lunga, spingendo i nostri trolley verso il parcheggio, il semplice gesto di aprire le portiere con il telecomando dell’auto disegnava due scenari alternativi: (1) le luci dell’auto si accendono, e allora tutto apposto; (2) il silenzio ed il buio avvolgono il veicolo, e allora sono cacchi amari.

Le abbiamo contate: dal 2013 ad oggi, per ben 5 volte, il rientro a casa dopo un viaggio si e’ trasformato in una grande avventura. La cosa buffa e’ che – a parte una volta – il risultato e’ stato simile (batteria scarica), ma le cause spesso diverse:

  • il caldo estivo saudita (2 volte) e’ la causa piu’ comune. In pratica se parcheggi all’aperto con 50 gradi senza staccare la batteria dai cavi dell’auto, questa si scarica per qualche strano principio fisico-chimico.
  • Un morsetto difettoso (1 volta) che in qualche modo ha sminchiato la batteria.
  • Un autista distratto – il sottoscritto (1 volta), che ha lasciato semi-aperta la portiera, lasciando accesa la luce dell’abitacolo. La batteria era nuovissima, ma forse quella volta il black-out e’ stato al cervello.
  • Poi c’è stata quella volta in cui ho parcheggiato l’auto in divieto di sosta per la disperazione dopo mezz’ora a caccia di un posto. Da vedere le nostre facce una volta ritornati al parcheggio: eravamo seriamente convinti che ce l’avessero fatta sparire per magia tipo Mago Silvan (per poi scoprire che era stata spostata di 100 metri).

Fin qui l’imprevisto. E ora viene il bello: fossimo stati in qualsiasi altro posto, avremmo dovuto chiamare carroattrezzi-meccanici-polizia-LeBron James. Ma qui siamo in Saudi, baby, e gli imprevisti sono il pane quotidiano.

Hai la batteria scarica? Nessun problema, zio. Chiedi al primo che passa che in alternativa e’: un tecnico-tattico-elettrauto ed in quattro e quattr’otto ti tira fuori uno strumento che ricarica la batteria in un istante; un tizio che conosce un tizio che arriva con un gippone a cui collegare i cavi; una guardia dell’aeroporto che smonta dalla sua auto la batteria, la porta davanti al cofano della tua auto e con una mossa da ninja usando solo chiavi inglesi la collega non si sa come all’auto che parte con un rombo.

Anche nel peggiore dei casi (arrivo in notturna alle tre del mattino, con il ritorno in ufficio fissato alle ore sette dello stesso giorno), l’inconveniente ci e’ costato al massimo una mezz’oretta di battute e risate.

Perché i Saudi c’avranno anche tanti difetti eh, ma di fronte all’imprevisto si sentono a casa come il guanciale sulla carbonara – quello di maiale, siamo seri.

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Donne e motori, mai più restrizioni

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La notizia e’ giunta ovunque: il Re Salman ha deciso che finalmente anche in Arabia Saudita le donne potranno guidare. Il tempo tecnico di preparare autoscuole femminili, polizze assicurative per donne col velo e auto dai colori sgargianti e ci siamo. Si dice giugno, anche se notizie discordanti parlano che chi ha la patente in altri paesi del Golfo potrà guidare già entro un mese, il tempo del decreto attuativo. In un mondo in cui niente funziona in orario, ritardi e slittamenti sono all’ordine del giorno, quindi non sorprendiamoci se la partenza sara’ piu’ lenta del previsto.

L’attesa ricorda l’uscita del nuovo iPhone X: entusiasmo ed eccitazione si sono propagati a macchia d’olio in giro per il Regno ed anche noi siamo pronti. E’ nata una competizione nel gruppo degli expat su chi sara’ la prima donna a guidare, e Valentina sa che puo’ contare su una belva della burocrazia come il sottoscritto, che in meno di dieci giorni dal suo arrivo in Saudi nel 2013 aveva gia’ ottenuto tutti i documenti per andare in Bahrain a mangiare la pancetta.

Smaltita l’eccitazione della notizia, la convinzione e’ che il diavolo sarà nei dettagli: c’è chi dice che verrà imposto un limite di età relativamente elevato (30 anni – assai probabile, oppure 40) per evitare fughe romantiche adolescenziali; c’è chi e’ convinto che le donne non potranno guidare in autostrada; altri indicano che saranno imposti dei limiti sugli orari (solo nelle ore diurne); lo scenario peggiore sarebbe l’obbligo di avere in auto un membro della famiglia, che confermerebbe come l’annuncio in realtà sia semplicemente un sapiente tentativo mediatico di parlare di altro in un momento difficile per il paese.

Se questi limiti iniziali servono a far digerire la notizia alla parte più conservatrice della società, bisogna farseli andar bene: l’importante e’ avviare il processo, poi la consuetudine quotidiana limera’ gli altri ostacoli. Sono due i rischi che vedo più probabili: gli autisti uomini che faranno i bulli per strada, spaventando a morte le povere donne alla guida; e lo strato piu’ intransigente della società che potrebbe trovare un canale di comunicazione con i dissidenti della famiglia reale che rischia di trasformarsi in qualcosa di più grande e pericoloso.

Qualsiasi risultato finale si raggiunga, il significato sociale del gesto e’ enorme ed e’ accompagnato da implicazioni economiche forse altrettanto rilevanti. Con un solo gesto, in pratica a costo zero: 1) si riduce il numero di expat impiegati come autisti che scarrozzano le donne in giro per la penisola (1.4 milioni!) e che ogni anno spediscono milioni di dollari nei loro paesi; 2) si incentiva finalmente il lavoro delle donne, che in Arabia e’ pari al 15% della forza lavoro, 3) si da’ ossigeno all’industria dell’auto, che sta attraversando un paio di anni particolarmente gravi e che dovrà ampliare il proprio parco auto per un pubblico femminile, insieme a nuove soluzioni di finanziamento e assicurazioni del settore finanziario. La pubblicità della Volkswagen a inizio pagina anticipa un futuro brillante per i creativi pubblicitari.

Ho provato a parlare della notizia alle donne saudite che incontro in posta o al supermercato: al momento la prudenza domina sovrana e dopo l’annuncio vogliono vedere i fatti.

Nel frattempo, tutti in attesa: la coda di quest’anno non sarà soltanto davanti all’Apple Store più vicino a casa.

Bilancio di quattro anni di Arabia: impossible is nothing

E pensare che quando atterrai qui il 18 settembre 2013 ero sposato da meno di un anno, il petrolio valeva 109.09 dollari al barile, non ero un gattaro e non sapevo il nome della capitale del Bahrain. In 4 anni sono cambiate un sacco di cose, ma la residenza mia e di Valentina e’ rimasta la stessa, quella casa al 442 della 19esima strada sul suolo saudita. Nel giardino, un tempo vuoto, ora c’e’ una bouganville alta due metri e mezzo.

E come la bouganville: siamo cresciuti un po’ disordinati, abbiamo messo i fiori, siamo stati potati nelle stagioni sbagliate, abbiamo irrobustito il tronco e sopravvissuti a quattro caldissime estate, a volte con poca acqua, a volte con troppa.

Come disse Muhammed Ali’: “L’impossible non e’ un fatto, ma un opinione. L’impossibile non e’ una dichiarazione, ma una sfida. L’impossibile e’ potenziale, l’impossibile e’ temporaneo. Impossible is nothing“.

Ed ora via con il bilancio numerico di questi ultimi 12 mesi:

  • Zero: i voli presi con Qatar Airways da questo luglio dopo il blocco dei voli tra Saudi e Qatar – dopo anni passati a coltivare lo status golden che ci dava accesso a fiumi di alcol e cibo in abbondanza, ora torniamo a sentirci dei barboni.
  • 3: le volte in cui la batteria della mia auto e’ morta quest’anno – che divertimento!Maggiori dettagli in un post futuro.
  • 5: membri della mia famiglia che sono venuti a trovarci in Medioriente, con Paolo e Melania che li abbiamo dovuti pregare sui ceci, ma finalmente sono arrivati!
  • 6: le cravatte indossate nel corso dell’anno nei giorni in cui ho partecipato a conferenze al di fuori da Saudi.
  • 10: i chili di sushi mangiati in zona. L’unica cosa che ormai possiamo mangiare senza ingrassare, o senza dover correre sul tapis roulant ogni maledetto giorno
  • 33: le serie TV viste quest’anno, da Netflix ad Amazon Video, dalla palestra al letto al divano di casa, ogni momento e’ buono. Le mie preferite di quest’anno: “Westworld”, “Tredici” e “The Night Manager”.
  • 300: le ore passate a studiare per passare il secondo livello della mia certificazione CFA, -1 to go!
  • Alcune centinaia: gli iscritti alla nostra mailing list che riceveranno questo post, come tutti gli altri, nella loro casella e-mail. Grazie a voi che ci leggete con costanza!
  • Quasi 1000: le puntate dei podcast ascoltate durante il mio viaggio casa-ufficio-casa. Sono pronto a partecipare a qualsiasi quiz televisivo e vincere lauti premi.

Saudi Arabia nelle orecchie


La mia passione dell’anno e’ senza dubbio il magico mondo dei podcast, programmi radio on demand da ascoltare ovunque. In Italia il panorama e’ ridotto a brevi clip estratte dai programmi radio di successo (Radio Deejay e’ molto attiva in questo ambito), ma al di la’ dell’oceano ci sono aziende che producono contenuti esclusivamente per il web di altissima qualita’, una specie di Netflix solo audio. Pensate che uno dei miei podcast preferiti (lo trovate qui) e’ anche diventato una serie tv diretta ed interpretata da Zach Braff (in uscita a settembre).

Ci sono podcast di tutti i tipi, ma quelli che apprezzo di piu’ riescono a raccontare con efficacia le storie piu’ disparate: casi criminali irrisolti (un grande successo nel settore), imprese degli sportivi, mitologia di fondatori di imperi aziendali e tanto altro.

In uno di questi, Planet Money, si e’ parlato anche di Saudi. La puntata inizia con l’intervista ad un 26enne saudita parecchio sveglio, Abdulaziz, grande fan della trasmissione, nel mezzo di una situazione a noi piuttosto familiare: bloccato nella causeway in Bahrain per andare al cinema a vedere un film.

Per chi non conosce Saudi, l’intervista e’ illuminante: Aziz non paga un centesimo di tasse, educazione e sanita’ sono gratis, la benzina costa niente, la famiglia e’ tutta impiegata nel settore pubblico dove puoi stare a casa per 40 giorni senza essere licenziato (al massimo ti trasferiscono altrove) e via dicendo.. Il motivo e’ sempre il solito: il petrolio, che ha arricchito Saudi troppo in fretta e ha causato uno sviluppo disordinato a partire dagli anni ’70, anni in cui tutti si spostano dalla tenda alla villa (risulta infatti difficile riuscire a sgozzare una capra per Ramadan in un appartamento).

Dal calo del prezzo del greggio a partire dal 2014, pero’, le cose cambiano. Molti mega-progetti vengono cancellati e prezzi di carburanti, elettricita’ ed acqua alzati. Samar, una ragazza saudita di Gedda, racconta come l’aumento della bolletta della luce (+40%) l’abbia resa un po’ piu’ attenta agli sprechi (devono ancora imparare le basi, in verita’). Insomma, dopo decenni di stile di vita tranquillo e confortevole, inizia ad essere chiaro, almeno alla popolazione piu’ giovane e sveglia, che le cose devono cambiare.

Eppero’ qualcosa di chiaro emerge: io faccio il tifo per Aziz. Il ragazzo pare in gamba, ascolta podcast e si e’ messo in proprio creando una piccola societa’ di componentistica per computer. Dopo tutto, il silicio arriva dalla sabbia, e quest’ultima a Saudi proprio non manca.

Incuriosito? Clicca qui per ascoltare l’episodio, clicca qui per leggere invece il transcript della puntata.

Chart of the week: quanto si viaggia in Saudi (versione 2017)?

Risposta: sempre tanto!

Periodicamente, nei caldi giorni di ufficio nel periodo estivo, mentre tutti sono in vacanza tranne me, mi ricordo di aggiornare il bollettino di viaggio. Le stime intermedie dello scorso anno prevedevano un 2016 un po' scarico, cosa che fortunosamente si e' dimostrata incorretta. Per il 2017 il programma rimane ricco, con una toccata e fuga a Doha ad inizio anno che si e' trasformata nell'ultima opportunita' di visitare il Qatar prima della chiusura della frontiera!

Chart(s) of the week – catch ‘em all!

Se volessimo racchiudere in poche parole tutti i problemi di Saudi, potremmo semplicemente dire che l'Arabia Saudita non e' un paese divertente. Le persone arrivano da tutto il mondo per trovare una condizione lavorativa migliore, ma appena si vogliono divertire passando qualche ora o giorno di svago, si dirigono altrove.

Per il paese, questa tendenza a versare lauti salari che poi sono spesi altrove e' finalmente diventato un problema da risolvere. La scorsa settimana Valentina vi raccontava dei piani di trasformare la costa occidentale in un grande resort (in bocca al lupo!), a cui si aggiungono altri mega progetti di costruzione di parchi tematici e forse anche dei cinema. Non so quante di queste iniziative vedranno la luce, ma il tema sottostante e' uno solo: cercare di catturare le spese in tempo libero che i 30 milioni di residenti (locali ed expat) riversano in altre economie, con Bahrain ed Emirati saldamente in testa alle classifiche.

La nostra piccola esperienza racconta la stessa cosa: nei primi 6 mesi del 2017, Saudi ha assorbito circa il 30% delle nostre spese in totale, pur avendoci vissuto l'85% dei giorni! Escludendo le spese per i voli e gli hotel (100% all'estero), se dividiamo le spese per categoria (secondo grafico), in Saudi abbiamo speso la maggioranza solo in tre categorie: spesa al supermercato (78%), spese per l'automobile (84%) e spese per la bolletta del cellulare (93%, ma una buona parte sono legate al roaming estero).

Saremmo ben lieti di passare tempo libero di qualita' nel paese: il problema e' che mancano le basi.

Ormai da 30 mesi monitoriamo le nostre spese quotidiane con una comoda app che mi permette di creare un sacco di bellissimi grafici ed analisi. Per chi fosse curioso, la trova qui.

Saudi Anatomy – REPOST

Nel passato remoto della nostra avventura in KSA io e Valentina avevamo scritto in paio di post gemelli sulla sanita’ saudita. Li ho incollati insieme e rivisitati un po’, aggiungendo un tocco finale direttamente preso da Star Wars.

Originariamente pubblicati il 27 Novembre e il 7 Dicembre 2013

Una piccola premessa: da quando sono arrivato in Saudi, ricevo un paio di richieste alla settimana di amici, ex colleghi e conoscenti vari che cercano di capire le loro chances di trasferire armi e bagagli nel Medio Oriente (di solito piazzando in cima alle loro città preferite Dubai e Doha, con l’Arabia salda in ultima posizione). Tra le tante preoccupazioni – alcune esagerate, altre no – ogni tanto fa capolino la domanda: ma com’è la sanità in Arabia, sarà mica a livello di terzo mondo?!

Se tu – persona a me simpatica che al momento stai leggendo queste righe pensando di trasferirti in Medio Oriente – ritieni che in Arabia Saudita ci siano gli ospedali diroccati con mosche ronzanti su bambini ammalati, hai sbagliato luogo. Qui la sanità c’è e per quanto ne sappiamo funziona assai bene per due categorie di abitanti del posto: i sauditi e gli expat occidentali. Vi dirò di più: ospedali e cliniche attingono a piene mani dal mondo americano, da cui hanno copiato procedure, colore degli abiti e storie d’amore tra infermieri e dottori. Ecco, forse l’ultimo aspetto me lo sono inventato.

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L’aspetto assolutamente più assurdo è che, qualunque sia il motivo di visita alla clinica, ti viene misurata la temperatura, il battito cardiaco, la pressione, oltre al controllo del peso: l’esperienza mi fa dire che è ugualmente avvilente in ogni parte del mondo.
Per chiarezza, si viene sottoposti a tutto questo iter anche se si passa da lì a ritirare un documento: sarà che gli scrupoli, quando si tratta di salute, non sono mai abbastanza. Ma risulta comunque leggermente esagerato.

Come in tutti i luoghi pubblici del Regno, le sale d’aspetto sono scrupolosamente divise per sesso, e sono densamente popolate di persone locali, il che dà l’occasione di comprendere le varie tipologie di velature delle donne saudite. In compenso, tra il personale, molti provengono dal sud est asiatico, soprattutto indiani e filippini. Insomma: è multiculturale anche l’ospedale.
Tra le infermiere però alcune sono arabe e indossano velo e niqab (che permette di coprire anche il viso): è un’abbinata davvero curiosa che non pensavo fosse così diffusa.

Ma il vero punto che farà strabuzzare gli occhi a tutti gli Italians che malcapitatamente sono costretti ad usufruire degli ospedali del Bel Paese è legato al sistema di prenotazione e gestione degli appuntamenti: niente omino scorbutico che ti insulta se chiedi informazioni, niente rimpalli da un posto ad un altro, nessun bisogno di armi pesanti e minacce per ottenere un esame prima di 10 anni da oggi.
Si espone il problema, si ottiene una risposta razionale, e si prenota, entro la settimana. Ma c’è di più: nel nostro caso specifico, il sistema sanitario fa capo al sistema interno che gestisce ogni aspetto della vita expat, per cui si ricevono in tempo reale i dettagli della prenotazione via mail (siamo in mezzo al deserto ma qui si comunica così, non con i fax).

Tutto è molto procedurizzato: devi ritirare un modulo? Fai richiesta online, ti sedi nella male section della sala di attesa tra uomini muniti di tovaglia colorata e sandalazzo vecchia scuola e arriva… l’infermiere! Questi ti porta in uno stanzino dotato di strumenti iper tecnologici e ti fa un rapido check-up per capire se hai la febbre, poi ti porta dal medico di base (da scegliere rigorosamente uomo per i maschietti, donna per le femminucce) e questi risponde alle tue necessità. Esci dalla sua stanza, attraversi un paio di corridoi lindi in cui si parlano idiomi molteplici e vai a ritirare il modulo.

Qui l’America lascia spazio all’Arabia: le indicazioni non sono un granché e tutto si basa sui gesti dei Sauditi, poi arrivato all’ufficio per ritirare il documento serve un timbro del dottore per ottenere un secondo timbro che valida il documento, ma questi non l’aveva apposto nel modulo giusto e quindi bisogna ritornare da lui. Un Americano s’inalbererebbe, ma a noi sembra di essere tornati a casa: facciamo lo sbattimento volentieri e finalmente abbiamo il documento in mano.

Concludo con una chicca: quante volte guardando il vostro telefilm ospedaliero preferito non avete ammirato quella bellissima lavagna dove ci sono i turni dei medici esclamando “la voglio anche io”! Ecco, qui in Arabia ce l’hanno!

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NEW: il dispenser di medicinali e’ un’astronave intergalattica

Negli ultimi quattro anni molte cose sono cambiate nella sanita’ locale, e non tutte per il meglio: da un lato, tutte le strutture ed il personale medico sono stati spacchettati dal perimetro societario e ricollocati in una joint venture meta’ saudita e meta’ Americana (dove la meta’ d’oltreoceano e’ il prestigioso gruppo Johns Hopkins).

Tutto bene? Neanche per sogno: molti medici hanno visto il loro pacchetto di benefit ridursi e se ne sono andati, il management misto e’ molto litigioso e alcune prestazioni hanno dei tempi di attesa piu’ lunghi. C’e’ pero’ un grandissimo miglioramento che e’ innegabile: tutto il sistema di distribuzione dei medicinali e’ stato automatizzato con dei macchinari futuristici. Ci sono tubi e corsie sopraelevate che spediscono scatole di farmaci fino al punto di raccolta e un macchinario tipo mega stampante che sputa fuori dei barattoli che contengono un numero di compresse gia’ enumerato del farmaco ordinato. A quanto la spada laser?

Sulle tavole dell’America Saudita – REPOST

Le abitudini alimentari sono difficili da cambiare nel corso di pochi anni, a meno che non sia necessario raccogliere soldi in tempi di prezzo del petrolio basso (leggi in fondo all’articolo per un aggiornamento).

Originariamente pubblicato il 3 Novembre 2013

È inevitabile che un paese da 80 anni sotto l’ingombrante influenza americana abbia assorbito gli usi e i costumi culinari degli States, anche se a prima vista potrebbe non essere così scontato. Le rigorose leggi islamiche che vietano il maiale in tutte le sue gustose forme e che impongono la macellazione islamica per ogni tipologia di carne avrebbero potuto impedire una completa diffusione delle cicciose delizie americane. Avrebbero potuto, ma non è bastato.

Sicuramente uno degli immaginari comuni è che l’Arabia pulluli di kebabbari o di posti dove mangiare capretti e humus a tutte le ore; non vi nascondo che questa fosse una delle mie convinzioni finché nell’illustrativo video aziendale giunto a casa nei giorni in cui dovevo decidere se trasferirmi qui non si illustrasse che la realtà è ben diversa: Mc Donald’s (che servono il Mc Arabia), Pizza Hut o KFC si trovano più o meno con la stessa frequenza che a casa nostra. Per non parlare di quelle succulente ciambelle colorate e ipercaloriche che la mia generazione conosce bene perché erano lo spuntino preferito del commissario Winchester dei Simpson.

Le somiglianze non finiscono certo qui: come in ogni ristorante americano che si rispetti, al cameriere bisogna lasciare una mancia proporzionale alla cordialità del servizio. In Saudi la professione è sostanzialmente esercitata ad alti livelli dai Filippini (che parlano un ottimo inglese – anche se dall’accento inizialmente incomprensibile) e a medio bassi livelli dagli Indiani (che a volte sorridono senza capire le tue richieste e ti portano a tavola un cibo che capisci essere piccante solo sfiorando il piatto con la mano): per questo, la mancia serve anche a ripartire in minima parte il benessere degli expat occidentali verso coloro che ricevono invece uno stipendio assai modesto. Il ringraziamento che esprimono i loro occhi è spesso la giusta cordialità che il cliente riceve all’uscita.

Vogliamo poi parlare delle schifezze che si possono mangiare a colazione? Waffle con sciroppo d’acero, pancake, omelette e sudiciumi vari sono la migliore espressione della continental breakfast, forse più di stampo british che americano. Unico assente: il bacon!


Infine, una piccola curiosità che avevo notato solo in America (non so se qualcuno può confermare o no): è solo lì infatti che servono i drink con la cannuccia con l’estremità ancora avvolta dalla carta protettiva.. A me sembra la classica paranoia igienista americana, chissà come ha fatto ad arrivare fin quaggiù!!



NEW – La “tassa sui peccati”

Periodicamente ritorna anche nel dibattito salutista in Italia, ma in Saudi si sono superati: detto-fatto! Da meta’ giugno 2017, in pieno Ramadan, il governo ha imposto nuove tasse su tre categorie di prodotti: sigarette – un prodotto da noi supertassato da decenni, bevande frizzanti (Coca-Cola e affini) ed energy drink (tipo Redbull). Il prezzo di alcuni di questi prodotti e’ raddoppiato di punto in bianco (ora una lattina di Coca-Cola costa l’equivalente di 50 centesimi di euro, rispetto a meno di 30 centesimi di qualche giorno fa).

Il motivo officiale e’ combattere le malattie legate alla scorretta alimentazione (il diabete su tutti), cercando di promuovere uno stile piu’ sano. In realta’ la nuova tassa e’ un tenativo di raccogliere dei soldini in piu’ per le finanze pubbliche tartassate dal barile a 50 dollari.

http://www.arabnews.com/node/1113771/saudi-arabia

 

Sulle strade dell’America Saudita – REPOST

In questi mesi estivi abbiamo pensato di rivisitare qualche articolo vecchio scritto in passato e rinfrescarlo con qualche aggiornamento. Oggi si parla di auto!

Originariamente pubblicato il 27 Settembre 2013

In questi primi giorni dove tutto è nuovo e la gente mi guarda stranita per la curiosità che ci metto nell’affrontare le giornate ancora senza routine, ho maturato qualche riflessione sulla distanza culturale che esiste tra Saudi ed Europa e che la avvicina molto invece agli States.
Certamente questa conclusione non è per niente innovativa: qui gli americani hanno messo piede negli anni ’40 e, complice qualche sbandata dell’inglese Churcill nel suo approccio con il re Saud, non l’hanno più spostato. E come avviene sempre, la conquista americana passa pesantemente attraverso un completo contagio culturale, che in un paese come KSA assume dei tratti interessanti.

Oggi inizio con uno dei numerosi esempi, che riguarda la mobilità.
Le auto, i trasporti e in generale ciò che si muove su strada ha pesanti tratti americani (conditi con salsa piccante saudita, ma questo è un altro discorso, ne parleremo): le pressioni sociali, alimentate da un prezzo della benzina ridicolo, spingono per avere dei bisonti su 4 ruote, di provenienza americana. Il 90% dei modelli che ho visto in giro sono di questo tipo: grandi, potenti, rumorosi e tamarri! Anche le strade e la segnaletica risentono dell’approccio americano e degli spazi immensi dello Regno, quindi scordatevi la strada con un unica carreggiata a doppio senso di marcia, qui ci sono e highway da 3/4 corsie, segnalate con cartellonistica ricopiata dai film americani e convertita in Km/h!

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San Diego o Saudiland?

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NEW – A marzo 2017 ha fatto capolino la prima auto ibrida (elettrica + benzina).

L’urlaccio all’italiana

Sottotitolo: cose che non mi mancano della vita in ufficio in Italia.


“Shut up,    SHUT!    UP!”. L’urlo scaccia la quiete dell’ufficio, che di solito ha il sottofondo musicale delle ventole dell’aria condizionata e di ticchettio dei pulsanti della tastiera. Passa un lunghissimo momento nel quale cerco di non incrociare lo sguardo di nessuno. Sento il capo, che siede a pochi metri da me, fare capolino dalla sua stanza, ma poi timidamente ritrarsi. In quattro anni che lavoro in questo paese, non era mai successo che qualcuno alzasse la voce con un collega in maniera cosi’ teatrale e aggressiva.

In effetti, l’ultima volta che era accaduto lavoravo ancora in Italia. L’urlo tra colleghi e’ di uso comune dalla Lombardia alla Sicilia, un passaparola interminabile che parte dall’amministratore delegato lungo la catena di comando fino al povero impiegato di turno. Durante i primi mesi di lavoro, ricordo i cazziatoni che arrivavano da una delle poche dirigenti donne dell’industria petrolifera, soprannominato il Drago, che come il fabbro ferraio forgia spade e armature battendo il ferro appena uscito dalla fornace, cosi’ lei abbatteva giovani teste di neoassunti.

Tutto cio’ non mi manca: ci sono altre sfide culturali, ma la vita dell’ufficio in Saudi trascorre con serenita’. Il livello di stress e’ contenuto e si evitano gli scontri personali: ne giova il fegato e si lavora senza avere un fabbro ferraio nella stanza accanto.

Eppure l’urlo c’e’ stato, anche in un ufficio saudita. Di chi si tratta, vi starete chiedendo. Semplice: un collega italiano – forse scordatosi di non essere piu’ a Cernusco sul Naviglio – si era accanito su un giovane collega saudita, creando una breve crisi diplomatica tra Stati che poteva sfociare nell’invio di caccia sauditi sulle spiagge riminesi in piena stagione balneare.

Perche’ come insegna il saggio zio Tobia, possessore della celeberrima fattoria: il cane abbaia, il gatto miagola, la mucca muggisce… l’italiano urla!