Chart(s) of the week – catch ‘em all!

Se volessimo racchiudere in poche parole tutti i problemi di Saudi, potremmo semplicemente dire che l'Arabia Saudita non e' un paese divertente. Le persone arrivano da tutto il mondo per trovare una condizione lavorativa migliore, ma appena si vogliono divertire passando qualche ora o giorno di svago, si dirigono altrove.

Per il paese, questa tendenza a versare lauti salari che poi sono spesi altrove e' finalmente diventato un problema da risolvere. La scorsa settimana Valentina vi raccontava dei piani di trasformare la costa occidentale in un grande resort (in bocca al lupo!), a cui si aggiungono altri mega progetti di costruzione di parchi tematici e forse anche dei cinema. Non so quante di queste iniziative vedranno la luce, ma il tema sottostante e' uno solo: cercare di catturare le spese in tempo libero che i 30 milioni di residenti (locali ed expat) riversano in altre economie, con Bahrain ed Emirati saldamente in testa alle classifiche.

La nostra piccola esperienza racconta la stessa cosa: nei primi 6 mesi del 2017, Saudi ha assorbito circa il 30% delle nostre spese in totale, pur avendoci vissuto l'85% dei giorni! Escludendo le spese per i voli e gli hotel (100% all'estero), se dividiamo le spese per categoria (secondo grafico), in Saudi abbiamo speso la maggioranza solo in tre categorie: spesa al supermercato (78%), spese per l'automobile (84%) e spese per la bolletta del cellulare (93%, ma una buona parte sono legate al roaming estero).

Saremmo ben lieti di passare tempo libero di qualita' nel paese: il problema e' che mancano le basi.

Ormai da 30 mesi monitoriamo le nostre spese quotidiane con una comoda app che mi permette di creare un sacco di bellissimi grafici ed analisi. Per chi fosse curioso, la trova qui.

Saudi Anatomy – REPOST

Nel passato remoto della nostra avventura in KSA io e Valentina avevamo scritto in paio di post gemelli sulla sanita’ saudita. Li ho incollati insieme e rivisitati un po’, aggiungendo un tocco finale direttamente preso da Star Wars.

Originariamente pubblicati il 27 Novembre e il 7 Dicembre 2013

Una piccola premessa: da quando sono arrivato in Saudi, ricevo un paio di richieste alla settimana di amici, ex colleghi e conoscenti vari che cercano di capire le loro chances di trasferire armi e bagagli nel Medio Oriente (di solito piazzando in cima alle loro città preferite Dubai e Doha, con l’Arabia salda in ultima posizione). Tra le tante preoccupazioni – alcune esagerate, altre no – ogni tanto fa capolino la domanda: ma com’è la sanità in Arabia, sarà mica a livello di terzo mondo?!

Se tu – persona a me simpatica che al momento stai leggendo queste righe pensando di trasferirti in Medio Oriente – ritieni che in Arabia Saudita ci siano gli ospedali diroccati con mosche ronzanti su bambini ammalati, hai sbagliato luogo. Qui la sanità c’è e per quanto ne sappiamo funziona assai bene per due categorie di abitanti del posto: i sauditi e gli expat occidentali. Vi dirò di più: ospedali e cliniche attingono a piene mani dal mondo americano, da cui hanno copiato procedure, colore degli abiti e storie d’amore tra infermieri e dottori. Ecco, forse l’ultimo aspetto me lo sono inventato.

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L’aspetto assolutamente più assurdo è che, qualunque sia il motivo di visita alla clinica, ti viene misurata la temperatura, il battito cardiaco, la pressione, oltre al controllo del peso: l’esperienza mi fa dire che è ugualmente avvilente in ogni parte del mondo.
Per chiarezza, si viene sottoposti a tutto questo iter anche se si passa da lì a ritirare un documento: sarà che gli scrupoli, quando si tratta di salute, non sono mai abbastanza. Ma risulta comunque leggermente esagerato.

Come in tutti i luoghi pubblici del Regno, le sale d’aspetto sono scrupolosamente divise per sesso, e sono densamente popolate di persone locali, il che dà l’occasione di comprendere le varie tipologie di velature delle donne saudite. In compenso, tra il personale, molti provengono dal sud est asiatico, soprattutto indiani e filippini. Insomma: è multiculturale anche l’ospedale.
Tra le infermiere però alcune sono arabe e indossano velo e niqab (che permette di coprire anche il viso): è un’abbinata davvero curiosa che non pensavo fosse così diffusa.

Ma il vero punto che farà strabuzzare gli occhi a tutti gli Italians che malcapitatamente sono costretti ad usufruire degli ospedali del Bel Paese è legato al sistema di prenotazione e gestione degli appuntamenti: niente omino scorbutico che ti insulta se chiedi informazioni, niente rimpalli da un posto ad un altro, nessun bisogno di armi pesanti e minacce per ottenere un esame prima di 10 anni da oggi.
Si espone il problema, si ottiene una risposta razionale, e si prenota, entro la settimana. Ma c’è di più: nel nostro caso specifico, il sistema sanitario fa capo al sistema interno che gestisce ogni aspetto della vita expat, per cui si ricevono in tempo reale i dettagli della prenotazione via mail (siamo in mezzo al deserto ma qui si comunica così, non con i fax).

Tutto è molto procedurizzato: devi ritirare un modulo? Fai richiesta online, ti sedi nella male section della sala di attesa tra uomini muniti di tovaglia colorata e sandalazzo vecchia scuola e arriva… l’infermiere! Questi ti porta in uno stanzino dotato di strumenti iper tecnologici e ti fa un rapido check-up per capire se hai la febbre, poi ti porta dal medico di base (da scegliere rigorosamente uomo per i maschietti, donna per le femminucce) e questi risponde alle tue necessità. Esci dalla sua stanza, attraversi un paio di corridoi lindi in cui si parlano idiomi molteplici e vai a ritirare il modulo.

Qui l’America lascia spazio all’Arabia: le indicazioni non sono un granché e tutto si basa sui gesti dei Sauditi, poi arrivato all’ufficio per ritirare il documento serve un timbro del dottore per ottenere un secondo timbro che valida il documento, ma questi non l’aveva apposto nel modulo giusto e quindi bisogna ritornare da lui. Un Americano s’inalbererebbe, ma a noi sembra di essere tornati a casa: facciamo lo sbattimento volentieri e finalmente abbiamo il documento in mano.

Concludo con una chicca: quante volte guardando il vostro telefilm ospedaliero preferito non avete ammirato quella bellissima lavagna dove ci sono i turni dei medici esclamando “la voglio anche io”! Ecco, qui in Arabia ce l’hanno!

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NEW: il dispenser di medicinali e’ un’astronave intergalattica

Negli ultimi quattro anni molte cose sono cambiate nella sanita’ locale, e non tutte per il meglio: da un lato, tutte le strutture ed il personale medico sono stati spacchettati dal perimetro societario e ricollocati in una joint venture meta’ saudita e meta’ Americana (dove la meta’ d’oltreoceano e’ il prestigioso gruppo Johns Hopkins).

Tutto bene? Neanche per sogno: molti medici hanno visto il loro pacchetto di benefit ridursi e se ne sono andati, il management misto e’ molto litigioso e alcune prestazioni hanno dei tempi di attesa piu’ lunghi. C’e’ pero’ un grandissimo miglioramento che e’ innegabile: tutto il sistema di distribuzione dei medicinali e’ stato automatizzato con dei macchinari futuristici. Ci sono tubi e corsie sopraelevate che spediscono scatole di farmaci fino al punto di raccolta e un macchinario tipo mega stampante che sputa fuori dei barattoli che contengono un numero di compresse gia’ enumerato del farmaco ordinato. A quanto la spada laser?

Sulle tavole dell’America Saudita – REPOST

Le abitudini alimentari sono difficili da cambiare nel corso di pochi anni, a meno che non sia necessario raccogliere soldi in tempi di prezzo del petrolio basso (leggi in fondo all’articolo per un aggiornamento).

Originariamente pubblicato il 3 Novembre 2013

È inevitabile che un paese da 80 anni sotto l’ingombrante influenza americana abbia assorbito gli usi e i costumi culinari degli States, anche se a prima vista potrebbe non essere così scontato. Le rigorose leggi islamiche che vietano il maiale in tutte le sue gustose forme e che impongono la macellazione islamica per ogni tipologia di carne avrebbero potuto impedire una completa diffusione delle cicciose delizie americane. Avrebbero potuto, ma non è bastato.

Sicuramente uno degli immaginari comuni è che l’Arabia pulluli di kebabbari o di posti dove mangiare capretti e humus a tutte le ore; non vi nascondo che questa fosse una delle mie convinzioni finché nell’illustrativo video aziendale giunto a casa nei giorni in cui dovevo decidere se trasferirmi qui non si illustrasse che la realtà è ben diversa: Mc Donald’s (che servono il Mc Arabia), Pizza Hut o KFC si trovano più o meno con la stessa frequenza che a casa nostra. Per non parlare di quelle succulente ciambelle colorate e ipercaloriche che la mia generazione conosce bene perché erano lo spuntino preferito del commissario Winchester dei Simpson.

Le somiglianze non finiscono certo qui: come in ogni ristorante americano che si rispetti, al cameriere bisogna lasciare una mancia proporzionale alla cordialità del servizio. In Saudi la professione è sostanzialmente esercitata ad alti livelli dai Filippini (che parlano un ottimo inglese – anche se dall’accento inizialmente incomprensibile) e a medio bassi livelli dagli Indiani (che a volte sorridono senza capire le tue richieste e ti portano a tavola un cibo che capisci essere piccante solo sfiorando il piatto con la mano): per questo, la mancia serve anche a ripartire in minima parte il benessere degli expat occidentali verso coloro che ricevono invece uno stipendio assai modesto. Il ringraziamento che esprimono i loro occhi è spesso la giusta cordialità che il cliente riceve all’uscita.

Vogliamo poi parlare delle schifezze che si possono mangiare a colazione? Waffle con sciroppo d’acero, pancake, omelette e sudiciumi vari sono la migliore espressione della continental breakfast, forse più di stampo british che americano. Unico assente: il bacon!


Infine, una piccola curiosità che avevo notato solo in America (non so se qualcuno può confermare o no): è solo lì infatti che servono i drink con la cannuccia con l’estremità ancora avvolta dalla carta protettiva.. A me sembra la classica paranoia igienista americana, chissà come ha fatto ad arrivare fin quaggiù!!



NEW – La “tassa sui peccati”

Periodicamente ritorna anche nel dibattito salutista in Italia, ma in Saudi si sono superati: detto-fatto! Da meta’ giugno 2017, in pieno Ramadan, il governo ha imposto nuove tasse su tre categorie di prodotti: sigarette – un prodotto da noi supertassato da decenni, bevande frizzanti (Coca-Cola e affini) ed energy drink (tipo Redbull). Il prezzo di alcuni di questi prodotti e’ raddoppiato di punto in bianco (ora una lattina di Coca-Cola costa l’equivalente di 50 centesimi di euro, rispetto a meno di 30 centesimi di qualche giorno fa).

Il motivo officiale e’ combattere le malattie legate alla scorretta alimentazione (il diabete su tutti), cercando di promuovere uno stile piu’ sano. In realta’ la nuova tassa e’ un tenativo di raccogliere dei soldini in piu’ per le finanze pubbliche tartassate dal barile a 50 dollari.

http://www.arabnews.com/node/1113771/saudi-arabia

 

Sulle strade dell’America Saudita – REPOST

In questi mesi estivi abbiamo pensato di rivisitare qualche articolo vecchio scritto in passato e rinfrescarlo con qualche aggiornamento. Oggi si parla di auto!

Originariamente pubblicato il 27 Settembre 2013

In questi primi giorni dove tutto è nuovo e la gente mi guarda stranita per la curiosità che ci metto nell’affrontare le giornate ancora senza routine, ho maturato qualche riflessione sulla distanza culturale che esiste tra Saudi ed Europa e che la avvicina molto invece agli States.
Certamente questa conclusione non è per niente innovativa: qui gli americani hanno messo piede negli anni ’40 e, complice qualche sbandata dell’inglese Churcill nel suo approccio con il re Saud, non l’hanno più spostato. E come avviene sempre, la conquista americana passa pesantemente attraverso un completo contagio culturale, che in un paese come KSA assume dei tratti interessanti.

Oggi inizio con uno dei numerosi esempi, che riguarda la mobilità.
Le auto, i trasporti e in generale ciò che si muove su strada ha pesanti tratti americani (conditi con salsa piccante saudita, ma questo è un altro discorso, ne parleremo): le pressioni sociali, alimentate da un prezzo della benzina ridicolo, spingono per avere dei bisonti su 4 ruote, di provenienza americana. Il 90% dei modelli che ho visto in giro sono di questo tipo: grandi, potenti, rumorosi e tamarri! Anche le strade e la segnaletica risentono dell’approccio americano e degli spazi immensi dello Regno, quindi scordatevi la strada con un unica carreggiata a doppio senso di marcia, qui ci sono e highway da 3/4 corsie, segnalate con cartellonistica ricopiata dai film americani e convertita in Km/h!

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San Diego o Saudiland?

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NEW – A marzo 2017 ha fatto capolino la prima auto ibrida (elettrica + benzina).

L’urlaccio all’italiana

Sottotitolo: cose che non mi mancano della vita in ufficio in Italia.


“Shut up,    SHUT!    UP!”. L’urlo scaccia la quiete dell’ufficio, che di solito ha il sottofondo musicale delle ventole dell’aria condizionata e di ticchettio dei pulsanti della tastiera. Passa un lunghissimo momento nel quale cerco di non incrociare lo sguardo di nessuno. Sento il capo, che siede a pochi metri da me, fare capolino dalla sua stanza, ma poi timidamente ritrarsi. In quattro anni che lavoro in questo paese, non era mai successo che qualcuno alzasse la voce con un collega in maniera cosi’ teatrale e aggressiva.

In effetti, l’ultima volta che era accaduto lavoravo ancora in Italia. L’urlo tra colleghi e’ di uso comune dalla Lombardia alla Sicilia, un passaparola interminabile che parte dall’amministratore delegato lungo la catena di comando fino al povero impiegato di turno. Durante i primi mesi di lavoro, ricordo i cazziatoni che arrivavano da una delle poche dirigenti donne dell’industria petrolifera, soprannominato il Drago, che come il fabbro ferraio forgia spade e armature battendo il ferro appena uscito dalla fornace, cosi’ lei abbatteva giovani teste di neoassunti.

Tutto cio’ non mi manca: ci sono altre sfide culturali, ma la vita dell’ufficio in Saudi trascorre con serenita’. Il livello di stress e’ contenuto e si evitano gli scontri personali: ne giova il fegato e si lavora senza avere un fabbro ferraio nella stanza accanto.

Eppure l’urlo c’e’ stato, anche in un ufficio saudita. Di chi si tratta, vi starete chiedendo. Semplice: un collega italiano – forse scordatosi di non essere piu’ a Cernusco sul Naviglio – si era accanito su un giovane collega saudita, creando una breve crisi diplomatica tra Stati che poteva sfociare nell’invio di caccia sauditi sulle spiagge riminesi in piena stagione balneare.

Perche’ come insegna il saggio zio Tobia, possessore della celeberrima fattoria: il cane abbaia, il gatto miagola, la mucca muggisce… l’italiano urla!

E’ arrivato Ramadan (versione 2017)

Puntate precedenti:

Come affrontare il mese del digiuno in Saudi, quando le giornate lentamente si trascinano verso il tramonto, i ristoranti sono chiusi, la gente affaticata e non c’e’ altro da fare se non chiudersi coi colleghi non musulmani nella stanzetta del caffè?

Nel 2014 l’abbiamo sofferto, nel 2015 ci siamo rifugiati in attività sportive e giochi in scatola con gli amici, nel 2016 abbiamo scoperto il Bahrain.. Ebbene, ci sono voluti quattro lunghi anni per perfezionare il piano, ma alla fine ci siamo arrivati: 2017, l’anno della soluzione DEFINITIVA al Ramadan.

I più fedeli lettori ricorderanno come tra gli indiscutibili vantaggi del Ramadan c’e’ la possibilità di attraversare il confine tra Arabia e Bahrain evitando ore di code alla dogana. L’indiscutibile svantaggio e’ che in tutto il paese i ristoranti sono chiusi fino a sera e anche dopo il tramonto e’ comunque vietata la vendita di alcolici.

A tutto questo c’e’ una soluzione e si chiama “Liquor Shop“. Il Bahrain, infatti, come pochi altri posti nel GCC, permette di acquistare l’alcol in luoghi dedicati, ovviamente chiusi durante Ramadan. Fino a questo maggio non avevamo mai messo piede. Ma poi abbiamo elaborato un piano in tre fasi.

Fase 1: l’assalto col carrello

Tutto inizia, ovviamente la settimana prima di Ramadan. Arriviamo in auto al Liquor Shop: chi lo immagina un luogo malfamato tipo spacciatore di fumo nel boschetto dell’hinterland milanese si sbaglia di grosso. A parte la location, che e’ un anonimo capannone nell’area industriale di Manama, una volta entrati ci si sente in paradiso, manca solo San Pietro con le chiavi. Tutto sbarluccica di meraviglia: scaffali ricolmi di tutte le migliori marche internazionali, casse di birra in pronta consegna e addirittura l’area dei vini e’ arredata come una cantina di legno, con prodotti che arrivano da tutte le parti del mondo. Immaginateci con il naso all’insu’ a camminare per le mensole spingendo il nostro carrellino. La gioia potrebbe capirla solo Buffon con in mano la Champions League.

champagne

Ecco come si presenta l’area dei vini, bella eh?

Fase 2: lo stoccaggio

Una volta passati in cassa e lasciate generose porzioni dello stipendio (le tasse sono pari al 100-150% del valore del prodotto, una bottiglia di vino italiano parte da 10 euro), bisogna trovare un luogo dove seppellire il tesoro fino al ritorno durante il mese proibito. L’isola e’ per metà disabitata e non manca certo di buche, ma c’e’ da fidarsi? La soluzione e’ una sola: riempire un trolley con il prezioso carico e portarlo in hotel. Al check-out, prima di ripartire per Saudi, lasciamo il trolley alla reception con la richiesta di custodirlo fino al nostro ritorno.

Fase 3: qui si sboccia manco fosse primavera

Una volta alla settimana, la giornata lavorativa si conclude in Bahrain, sempre al solito hotel. Al momento del check-in, tiro fuori un cartellino e lo consegno alla reception. Pochi minuti dopo, ci consegnano un trolley blu. Saliamo in camera e disfiamo i bagagli. In quello blu ci sono diverse sorprese: alcune birre, una mini confezione di baileys (il caffe’ al mattino ci piace berlo corretto), uno spumante, tre bottiglie di rosso e una di bianco. Unico vincolo: una volta aperta, la bottiglia deve finire. Il primo brindisi, ogni volta, e’ sempre per lui, il Ramadan.

E’ proprio vero che la necessità aguzza l’ingegno.

A lezione di comunicazione (araba)

Communication in saudi

Una cosa di cui sono immensamente riconoscente all’azienda in cui lavoro e’ che sulla formazione non risparmia, neanche in tempi di vacche magre. Tra le tante occasioni, la scorsa settimana ho frequentato un breve ma interessante corso sulla comunicazione. Arrivo nell’edificio fronte mare che ospita tutta la formazione del personale, trovo la mia aula e mi guardo intorno.

Iniziamo dall’insegnante: un tizio saudita smilzo, dal baffo brizzolato e lo sguardo dolce, vicino ai sessanta, con due master, un dottorato e innumerevoli titoli di insegnamento in varie universita’ anglosassoni. A dispetto dell’introduzione che termina con: “Mi chiamo Abdulaziz, ma voi potete chiamarmi DOTTOR Abdulaziz”, per la durata del corso in realta’ si dimostra una persona che quando parla l’ascolti volentieri, un’intellettuale della vecchia scuola.

E poi gli allievi: vi si trova un po’ di tutta la rappresentanza del panorama aziendale. Per la maggioranza giovani ingegneri sauditi volenterosi, qualche expat di breve corso come il sottoscritto, un paio di signori barbuti con abiti svolazzanti.

Inizia il corso, che prevede una pausa di 15 minuti ogni ora, una pausa pranzo di 90 minuti, e la conclusione per le tre del pomeriggi. Piu’ che un corso formativo, una lunga pausa interrotta da spiegazioni. Un po’ come quando per fingermi salutista voglio mangiare lo yogurt e ci rovescio un chilo di Nutella: piu’ che un derivato del latte, un estratto di nocciola.

Complici le continue interruzioni, il corso alla fine scorre veloce: dottor Abdulaziz segue per filo e per segno il suo bravo libretto pieno di appunti ordinati, chiaramente ispirato a qualche costoso corso americano. Gli manca il carisma comunicativo di Tony Robbins, pero’ si vede che gli piace insegnare e che agli studenti vuol bene, come quando non fa mancare il suo supporto (“You are perfectly right!”) in occasione di un commento un po’ ingenuo del giovane ingegnere saudita di turno.

Ma cio’ che sorprende, nella lista di cose nuove imparate in quel giorno, ci sono due piccole perle di saggezza araba sulla comunicazione, incompatibili con il nostro mondo:

  • Regola della vita #1: Mai chiedere “Perche’?“. Se per noi e’ la domanda della curiosita’, quella che il nostro fanciullo interiore ci spinge a formulare e che ha portato alla nascita delle grandi menti della scienza, nella cultura araba e’ interpretata come accusatoria: “Perche’ hai telefonato ad Ali?”, “Perche’ ieri non eri al lavoro?”
  • Regola della vita #2: il linguaggio del corpo e’ importante. Quando si parla o si ascolta, bisogna stabilire un contatto diretto con gli occhi, tranne che con persone dell’altro sesso. Sia mai che nasca un’emozione.

Imparo e porto a casa: da oggi mi vedrete in azienda girare bendato articolando domande che contengono perifrasi improbabili come ad esempio: “Per cotal ragione l’altro ieri Mohammed ha utilizzato il colore giallo nel grafico sul prezzo del petrolio?” Basta capire come tradurlo in inglese, ed il gioco e’ fatto.

Se Steve Jobs fosse nato a Riad..

Steve Jobs

…si chiamerebbe quasi certamente Mohammed, avrebbe cinque fratelli ed il sorriso pronto. Se avesse il DNA di Jobs, di sicuro non sentirebbe il desiderio di lavorare in uno dei tanti ministeri come i suoi coetanei, parcheggiati a vita in lavori sicuri. Vorrebbe fare qualcosa per cambiare il mondo, o almeno la quotidianita’ in cui vive. Fondare la Apple saudita, che quasi certamente si chiarebbe Dattero. Una Dattero che crea bellissime app per gli smartphone. Nella sua camera inizia a spremere le meningi alla ricerca di idee.

Di certo non puo’ essere un’app di messaggistica, di incontri o di nuove conoscenze, sarebbe vista sicuramente come un modo per favorire la promisquita’ con le ragazze; ne’ puo’ riguardare la musica, direttamente non vietata, ma vista con sospetto da tutte le autorita’ – tant’e’ che i cantanti sauditi sono di fatto costretti ad andare in esilio sui canali TV egiziani. Diciamo che vuole fare un’app sul calcio: il calcio piace a tutti, no?

Per creare l’app gli servono la passione, e quella non gli manca, ma anche un paio di amici che lo aiutino nell’impresa. Khalid e’ uno sveglio, ma gli manca la voglia: preferisce passare le serate a sgommare con la jeep sulle dune. Mishal si appassiona all’idea ma dopo un paio di ore passate ad ascoltarlo ha gia’ rivolto le sue attenzioni ad altro. Abdullah quando lo sente si accende ed esclama: “Ma quale societa’ di app, noi dobbiamo creare un’azienda che possa costruire l’iPhone 10 prima della Apple”; forse aiuterebbe una buona dose di realismo .

Un po’ sconsolato cerca allora un modo per trovare dei finanziamenti per avviare l’attivita’. Il capitale di certo in Saudi non manca, ma lui non appartiene ad una famiglia ben inserita nella societa’ ed ogni volta che e’ allo sportello di un ufficio publico la prima cosa che guardano non e’ l’idea del progetto, ma il cognome che porta… e la storia potrebbe continuare.. ma quanta fatica!!

Una cosa e’ certa: il livello di tenacia e di coraggio che il giovane Mohammed Jobs deve avere per portare avanti la sua idea imprenditoriale in Arabia Saudita e’ di gran lunga superiore a quella dell’originale Steve Jobs.

Anche perche’ l’alternativa e’ un confortevole lavoro come impiegato statale.

La leadership del taco

hard soft tacos

In uno dei ristoranti del camp dove viviamo c’e’ un posto che serve ricordi di cucina messicana (dico “ricordi” perche’ non e’ che sia proprio un ristorante stellato). Il piatto preferito di Valentina sono i tacos, che vengono serviti con pollo, manzo o gamberetti. I tacos possono essere di due tipi: morbidi (della consistenza della piadina, versione a sinistra) oppure croccanti (in pratica un po’ fritti ed hanno la croccantezza di una patatina un po’ spessa, a destra). E mentre una sera eravamo in questo ristorante, i tacos mi sono parsi una perfetta metafora dello stile di leadership nell’azienda saudita in cui lavoro.

Dopo quasi quattro anni di lavoro in Saudi, ho avuto a che fare con quattro capi, di cui tre sauditi: due taco morbidi ed uno croccante. Mi spiego: la leadership saudita e’ riconducibile a due categorie; da una parte il puro command-and-control di vecchia scuola, dove le decisioni vengono prese dal vertice e la base esegue nei tempi prestabiliti senza troppi fronzoli, dall’altra una leadership soft, dove si evita qualsiasi attrito con il team a costo di essere a volte un po’ poco efficaci nell’esecuzione.

La prima e’ la leadership croccante: gustosa al palato, divertente quando si mastica, ma piu’ difficile da digerire. Il capo comunica ad intervalli regolari, fissa le scadenze, divide i compiti. A volte sbaglia e assegna incarichi un po’ a casaccio, ma come il re di un piccolo stato e’ difficile contestarne le scelte. Poi arriva la fase del controllo e qui e’ un po’ una lotteria: se gli stai a genio vivrai giorni sereni, se appartieni al gruppo sbagliato c’e’ il rischio che ti faccia le pulci su ogni cosa che gli consegni (fortunamente io appartenevo al primo gruppo!).

Il leader soft invece rende la vita piu’ facile: l’umore del team e’ sicuramente piu’ positivo, c’e’ comunicazione orizzontale e le riunioni sono piu’ serene. Per il lavoro che faccio, questo rende la mia attivita’ da un lato piu’ produttiva perche’ molte informazioni devono circolare con liberta’ tra i diversi esperti nei vari settori. Tuttavia la mancanza di una catena di comando piu’ intransigente rende le scadenze meno rigide e alla fine si arriva all’ultimo minuto con un sacco di cose ancora da sistemare.

Entrambi gli stili hanno delle chiare lacune e spesso ai manager sauditi di fascia media mancano gli altri elementi di una vera leadership: la visione e’ lacunosa, la capacita’ di fare da mentore/allenatore e’ spesso demandata ad altri expat di lungo corso, molte decisioni sono prettamente politiche oppure molto difensive.

D’altra parte, imparare ad adattarsi alle esigenze dei diversi capi rende il quotidiano piu’ vario e aguzza l’ingegno e l’abilita’ tattica. Anche perche’ mangiare ogni giorno lo stesso taco non e’ che sia proprio salutare!

Post Scriptum: dopo piu’ di 150 post pubblicati ogni settimana di venerdi, incluso Natale e Capodanno, la scorsa settimana abbiamo saltato la pubblicazione. La sorpresa e’ stata sapere che qualcuno se n’e’ accorto tempestivamente! Un caro saluto e grazie a Giovanni per avercelo ricordato. 

Viaggio nel multiverso autostradale


A bordo del mio Millenium Falcon a quattro ruote verde e bianco, scrivo il diario di bordo in data 19 aprile 2017. Viaggio interstellare Dhahran-Abqaiq. Un giorno come un altro in autostrada.

C’è quello dai muscoli d’acciaio che dorme tutto su un fianco immune al torcicollo,

C’è il collega digitale, quasi un ologramma, che scrive sull’iPhone le mail di lavoro lasciate a metà,

C’è la tizia tutta velata che ha voluto sedersi per forza lontano dai maschi,

C’è il nerd che smanetta col nuovo videogioco per l’iPhone, avra’ almeno diciassette dita,

C’è il tecnico tattico dotato di tutti gli accessori per il sonno, incorporati nel corpo,

C’è il barba con il Corano sul display,

C’è la coppia di filippini che bisbiglia i racconti nella giornata in linguaggi sconosciuti,

C’è quello con il nuovo episodio di Netflix che probabilmente non ha le orecchie perché l’audio si sente fin qua,

C’è il paesaggio, al di là delle trasparenze della tenda, che fa un po’ Tatooine.

Il pullman gira a destra, verso la rampa di uscita. Finisce un altro giorno di ordinario viaggio tra le galassie saudite.