Gli sgami della nonna versione expat

Ogni grande azienda americana che si rispetti è un po’ come una mamma apprensiva, ti riempie di attenzioni a livelli che talvolta risultano sfiorare l’ossessione.

Ad esempio, nel nostro caso, il limite di velocità interno al villaggio raggiunge al massimo i 50 all’ora – ma più di frequente sono 30, quando poi fuori dalle mura la gente sfreccia come matti ad una media per difetto di 180 km/h.

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Altre volte invece più che una mamma pare la nonna che vuole dare consigli su come usare il computer al nipote, giovane nato con la RAM nel cervello, ma ricorda anche un po’ quei telegiornali che d’estate assillano sulla necessità di bere acqua e non stare sotto il sole a mezzogiorno. Ed ecco che arrivano quotidianamente mail aziendali, indirizzate ad adulti (nel caso vi venisse il dubbio), che ti ricordano di:

  • Non toccare i fornelli accesi: potresti scottarti
  • Fare un pisolino di 15 minuti, se hai sonno mentre guidi: accosta, oppure pensaci prima di partire
  • Usare taxi o autobus, se proprio il sonno non passa
  • Pensare prima di cliccare su un link, potrebbe essere pericoloso
  • Non divulgare le password
  • Fare attenzione agli shock elettrici: l’uomo è un gran conduttore di elettricità!
  • Chiamare la sicurezza se si sente odore di uova andate a male: è sicuro idrogeno solforato – quello delle terme, l’aveva detto la nonna che è pericoloso andare in certi posti
  • Andare piano, se piove – non si sa mai!

E via dicendo. Ogni tanto ci viene anche gentilmente offerto qualche video al limite del metafisico che cerca di far crescere – o almeno nascere – un senso di necessità di sicurezza sulle strade, con attori con turbante che poi ti sembra di averli visti sfrecciare in contromano bruciando un rosso al semaforo proprio dietro l’angolo. Ma nessun timore: aveva di certo la cintura allacciata, come da manuale.

Il saudita quando va in vacanza fuori da Saudi

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Il saudita quando va in vacanza fuori da Saudi si trasforma: si toglie il pigiamone bianco, la tovaglia e indossa jeans e maglietta. Il sandalo quello no, rimane dov’e’.

Il saudita fuori da Saudi è un po’ come in gita scolastica al liceo: dopo anni di istinti repressi tra le mura di casa, finalmente può fare casino.

Il saudita non si informa con la Lonely Planet: chiede ad un amico di presentargli un amico che gli fara’ da guida turistica per tutta la sua permanenza. A sua insaputa.

Il saudita non vede monumenti, ne’ piazze, ne’ chiese: vuole visitare parchi giochi, centri commerciali e salire sui palazzi piu’ alti della citta’.

Il saudita possiede un passaporto verde scuro con fototessera in bianco e nero in cui sfoggia gli abiti tradizionali e una barba ben curata. Impossibile da riconoscere quando e’ vestito all’occidentale.

Il saudita non beve, non fuma, non corre dietro alle ragazze. Tranne quando va in vacanza fuori da Saudi.

Il saudita racconta i suoi viaggi all’estero con un insieme di parole chiave. Italia? Uhhh! Pizza, buono, Gardaland, pasta, Juventus, Ferrari, San Siro!

Il saudita non va in vacanza in montagna, li’ non ci sono i mall.

Alla dogana di un paese occidentale, di solito il doganiere lo trattiene almeno 10 minuti.

Il saudita a tavola vuole una carbonara, ma senza maiale; vuole una pizza col salame, ma senza maiale; vuole per colazione del bacon, ma senza maiale.

Il saudita ha fatto suo il motto: “Tutto il mondo è paese”, ma evidentemente ha sbagliato città.

Il miracolo dell’oasi

I know a place where the grass is really greener
Warm, wet and wild
There must be something in the water
Sipping gin and juice
Laying underneath the palm trees

Così canta Katy Perry, facendo riferimento alla California, dove – a dir suo, che in questo caso mi pare affidabile – ci sono delle “gurlz” uniche al mondo.
Eppure, a parte il dettaglio del sorseggiare il gin, c’è un posto in Saudi che potrebbe benissimo adattarsi a quanto descritto dalla Katy – perfino riguardo alle “gurlz“, che già vi abbiamo raccontato essere uniche qui in Arabia.

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Che posto potrebbe avere erba verdissima, con clima caldo, umido e selvaggio, tanto da credere che “dev’esserci qualcosa nell’acqua“?! Un posto dove sorseggiare gin (analcolico) e succhi di frutta, sdraiati sotto le palme? Dove tutto ciò nel deserto?!
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Ma ovviamente nell’oasi! Quella di Al Hasa dista pochi chilometri da noi e attraversarla rappresenta una sorpresa per gli occhi. La caratteristica principale che non può sfuggire è la distesa di oltre 10 milioni di palme da dattero, non a caso pare se ne producano diverse decine di tipologie diverse. Se non avete mai avuto occasione di assaggiare i datteri del Medio Oriente – proprio come me prima di sbarcare in Saudi – la sola idea di questo frutto zuccherino potrebbe evocare gusti non troppo allettanti. Capirete la mia sorpresa quando assaggio un cioccolatino che in realtà era un dattero locale (sono morbidissimi!) ricoperto di cioccolato fondente e con una mandorla al posto del nocciolo: vi assicuro che è un’esperienza da provare. O forse no: una tentazione in meno dalla quale diventare dipendenti.

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Arrivare all’oasi non delude le aspettative, soprattutto perché si ha la sensazione che il governo Saudita traduca di proposito il nome arabo dell’oasi in modi diversi, sicuramente per mantenere quell’aura di mistero ed esotismo che l’idea stessa dell’oasi evoca. Si legge quindi: Al Hasa, Hassa, Al hsa. Ma ci siamo capiti.

Dopo chilometri di distese sabbiose, sbuca da dietro le dune una macchia verde inaspettata che si apre in una sorta di vallata con casette che sembrano di argilla che si ammassano l’una sull’altra. È facile immaginare quanto, soprattutto nel passato, tutta l’area servita dalla falda acquifera fosse casa per tutte le persone non nomadi che abitavano la zona, essendo l’unica in cui sopravvivere non era così complicato. Proprio per questo, l’oasi è una location storica – e non ce ne sono molte (vere) in Arabia: per la sua vicinanza al mare del Golfo era una tappa quasi obbligata per chi commerciava sulla rotta orientale, ed in un passato molto lontano apparteneva all’area allora chiamata Bahrain – che oggi è un arcipelago, ma nella storia indicava l’area dell’odierno Stato, con in aggiunta due snodi commerciali importanti della costa – oggi saudita, uno di questi era Al Hasa.

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Oltre ai datteri, si coltivano anche manghi, banane e albicocche, come in ogni oasi che si rispetti. La peculiarità di Al Hasa è però il panorama che la circonda: rocce rosse formate in strati ben visibili, che ne mostrano l’antichità, e che formano delle caverne perfettamente isolate termicamente – aspetto decisamente non irrilevante nel bel mezzo del deserto. Non sarà un caso che d’estate – che vi ricordo essere una stagione che qui dura 10 mesi – si trovano spesso e volentieri famiglie locali intente in pic-nic alternativi con aria condizionata naturale gratis. Geniale.

Una giornata al porto – Parte II

Breve sintesi della puntata precedente: dopo lungo peregrinare per le lande d’Arabia, il vostro baldo eroe e i suoi fidi aiutanti giungono presso il maniero navale per prendere possesso di un forziere giunto da lontano. Ottenuto l’accesso al maniero, richiedono al Rais la benedizione dei papelli contenenti le autorizzazioni per ritirare la merce. Ma la strada per giungere alla meta finale e’ ancora lunga…

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Capitolo terzo – L’incantesimo dello stregone Abdulhakeem

La torre s’ergeva alta, ma non lasciava spazio all’errore: era quella giusta. Spiriti evanescenti fluttuavano intorno ad essa, ma soprattutto la grande insegna luminosa, certamente frutto di un patto con lo diavolo medesimo, confermava la sagace intuizione; indicava, infatti, che li’ risiedeva lo stregone Abdulhakeem, sommo sacerdote di tutti li papelli navali, evocatore esperto, timbratore di fogli. All’interno un rumore martellante, come di potente fabbro di Jazan, risuonava per la navata,  dove migliaia di addetti evocati dallo stregone percuotevano con bastone metallico rotante papelli navali macchiandoli di liquidi scuri. Essi vivevano ma non respiravano, percuotevano ma non avevano occhi: tant’e’ che ad ogni domanda del gruppo di avventurieri essi indicavano solo di procedere, verso la nicchia dello stregone. Era evidente: Abdulhakeem era uno stregone di nicchia.

Giunti nei pressi del loco, lo stregone era intento nei suoi incantesimi piu’ complessi: con la mano destra faceva roteare un’asta con cui dava incarichi agli spiriti, con la sinistra usava anch’esso un bastone macchiante, con un terzo braccio – probabilmente frutto di arte oscura – si portava alla bocca una ciambella glassata. Il trio mostro’ il papello vidimato allo stregone, che senza fermarsi ruoto’ l’asta ed inizio’ a parlare, con una voce profonda e velocissima: “Due-timbri-spirito-giallo-secondo-piano-terza-porta-a-destra-un-timbro-spirito-rosso-sesto-piano-seconda-tenda-un-timbro-spirito-nero-sotto-scala-terza-colonna-tre-timbri…”. Era un potentissimo incantesimo: l’incantesimo del chiccazneso’, impossibile da replicare se non dopo decenni di apprendimento dell’arte negromantica. Decine di spiriti, convocati dal potente stregone, accorrevano da tutte le parti, timbravano i papelli e li riconsegnavano allo stregone, il quale tra un boccone e l’altro, continuava nella sua formula infinita.

Qualche minuto piu’ tardi, il plico di papelli, debitamente graffettato e timbrato, giaceva fumante nelle mani dello stregone che lo riconsegno’ al manipolo di eroi , i quali lo fissavano increduli in un’atmosfera impregnata di zolfo mefitico. Il rituale era finito, e gli spiriti avevano fatto il loro dovere. Soddisfatto, lo stregone termino’ la ciambella, si strinse meglio nel suo mantello tovagliato e con uno sbuffo svani’ ai loro occhi.

Capitolo quarto – La tesoreria

A sentire il Rais, mancava un ultimo passaggio per impossessarsi del forziere, che piu’ passava il tempo piu’ assomigliava ad un enorme tesoro traboccante di ricchezze di mondi lontani, troppo lontani. Ricolmi di speranze, entrarono nella tesoreria, la gigantesta sala che custodiva tutti i beni giunti da oltre mare sulle grandi casse squadrate trasportate sull’acqua. Diversi addetti si affacciavano da piccoli loculi parlando fitto, e nessuna indicazione lasciava loro capire chi dovesse essere il loro interlocutore. Ne provarono uno a caso, che li indirizzo’ da un altro, il quale li devio’ da un terzo che era al momento assente (anche lui a rifocillare l’anima con la preghiera), quindi un quarto lesse la documentazione e noto’ che mancava la firma di un incaricato scudiero che si facesse carico del ritiro del forziere. Nessuno scudiero era stato assoldato, dato che il cavallo di ferro su cui viaggiavano era sufficiente per il trasporto di tutta la cassa, ma l’addetto era insistente: no scudiero, no tesoro.

In procinto di arrendersi, un buon samaritano che passava di la’, notando le piaghe dei vagabondi che ormai vagavano senza meta da ore, decise che era giunto per lui il momento di redimersi di tanti peccati commessi ed aiutare la povera comitiva di malcapitati.

Prese il plico, annui’ amichevole e disse: “Cari avventurieri che giungete da lontano, rifocillatevi nella mia locanda analcolica mentre io esamino le carte e convoco lo scudiero che vi potra’ assistere. In cambio, da voi esigo lealta’ eterna. In aggiunta, ho un parente che ha un problema ad un rene: potreste donarmene uno dei vostri?“. Pattuito il rene di uno dei fidi aiutanti, il samaritano si ritiro’ ad analizzare le carte. Passarono i minuti e mentre l’eroe si accingeva ad affilare la spada con cui praticare l’incisione senza anestesia per l’estrazione del rene, l’amichevole addetto ritorno’ al loro cospetto con una serie di domande:

Avete compilato il papello 3-bis che vi dispensa da sacrifizi animali?”

Certo, lo trovate nel riquadro sette, pagina quattro

Molto bene, eccolo qui. Dove e’ contenuto il campione di squame di rettile di Khamis per l’analisi fisico-chimica del vostro forziere?”

Oh ci scusi, e’ finito in fondo alle carte, lo trovate applicato con cura nel prospetto settantasette

Ed infatti e’ qui. Manca solo il papello vidimato dal Mercante d’Occidente rilasciato dalle autorita’ competenti provante l’origine del prodotto su suolo italico e possiamo procedere al ritiro del forziere. Dove l’avete allegato?”

“…”

Non avete il papello del Mercante d’Occidente?”

Si vede che e’ rimasto in Occidente…”

Senza di esso e’ impossibile procedere alla consegna!”

Maccome, abbiamo interpellato decine di addetti, parlato con gli spiriti, attraversato deserti, raccolto campioni, e vi serve un altro papello provante l’origine del forziere? Non andrebbe bene un secondo rene, gentilmente omaggiato dall’altro servitore?”

Purtroppo no, ora andate e non ritornate senza il papello“.

Senza possibilita’ di replica, il trio usci’ dalla tesoreria. Il sole alle loro spalle, ormai al tramonto, li stava salutando. E cosi’ forse il loro datore di lavoro, che probabilmente li riteneva morti in battaglia, oppure colpiti dalla peste nera. Il forziere, colmo di pietre preziose, ori e chissa’ cos’altro, giaceva ancora tra le mure impenetrabili del maniero navale. Inaccessibile.

(2-continua?)

Morale della storia: ebbene no, dopo 4 ore passate al porto, non ce l’abbiamo fatta a ritirare la merce arrivata dall’Italia. 

La notizia è che siamo riusciti a farlo questa settimana, dopo 40 giorni di avventure burocratiche.. 

Ma questa è un’altra storia.