Ritorno sui banchi di scuola – del Medio Oriente

È arrivato un momento nella nostra vita da expat in cui ci siamo sentiti in necessità di testare il nostro livello di inglese: siamo esposti alla lingua tutti i giorni da ormai da 4 anni ma non abbiamo nessun pezzo di carta che ne certifichi il livello.

A dire tutta la verità, l’inglese a cui siamo abituati ha un che di contro intuitivo. Anzitutto, delle nazionalità che popolano il mondo degli espatriati Sauditi, quelli che parlano l’inglese migliore non sono gli inglesi, ma anzi. Non saprei dire se sia per via del fatto che si tratta della loro madrelingua quindi non gliene frega una cippa di essere particolarmente accurati, ma spesso sono proprio i British – e gli anglosassoni in generale – i peggiori esempi. Nella scrittura sopratutto: leggere gli annunci di vendita sui vari social promossi da persone inglesi fa accapponare la pelle, e talvolta chiedere: come è successo che la loro lingua sia diventata il riferimento internazionale?

I migliori scrittori e parlatori di inglese sono piuttosto gli Europei del Nord, ma nella mia esperienza personale è una cara amica Malesiana a detenere il titolo di fonte inesauribile di vocabolario Brit. Da lei ho imparato – e continuo ad imparare – espressioni che ogni volta il mio secondo pensiero nella testa è: “Chapeau!”. Il primo resta ovviamente “ma che vuol dire?!”.

IELTS-BD.jpgPresa la decisione di intraprendere la strada della certificazione IELTS (International English Language Testing System) ci siamo iscritti all’esame tenutosi in Bahrain il 14 ottobre scorso: ci sono diversi centri anche in Arabia ma, udite udite, donne e uomini sono divisi in edifici diversi. Nella nostra ingenuità, ci aspettavamo di essere quattro gatti, tipo noi due e qualche ragazzino pieno di brufoli pronto a darci la biada a noi vecchi bacucchi. E invece la scuola, dalla facciata imponente, ci ha accolto con un team organizzatissimo di persone che registravano e smistavano un centinaio di applicanti. Un centinaio?! Pareva di stare in aula Gemelli all’esame di economia aziendale del primo anno, con qualche turbante e velo in più.

La composizione dei nostri compagni di merende era chiarissima: 80% arrivava dal subcontinente indiano. 15% erano ragazzini Bahreniti che evidentemente dovevano sostenere l’esame per accedere a qualche corso universitario. Il restante 5% eravamo noi due italiani e un paio di altre facce Occidentali.22405612_10156016855159614_5487059279014745419_n

La dinamica dell’esame è stata piuttosto divertente, per i seguenti motivi:

  1. fare un esame da adulto è completamente diverso: nessuna pressione, nessuna aspettativa, solo una sana sfida con se stessi. Evviva!
  2. All’ingresso delle aule, ci dirottano in una sala più grande per fare la foto che verrà allegata all’esame. Usano la seguente frase: “Go this way to take the picture, please”. L’attenzione cade su alcuni partecipanti che no, non sanno che vuol dire. Ottima partenza!
  3. Tenere una classe di ragazzi non è lo stesso che gestire degli adulti. Nella parte scritta del test, ci sono alcune formalità da seguire che l’omino IELTS di dice da subito di aspettare che a breve ti spiega. Secondo voi come è finita? Neanche a dirlo, c’è stato un principio di rivoluzione per dei dettagli senza senso che, a detta degli studenti attempati, non erano chiari. Temo che con l’età si perda anche la lucidità nelle piccole cose.

Tornare sui banchi in una classe di un Paese straniero è un’esperienza da dejavù ma con i  cartelloni appesi alle pareti in un’altra lingua. Ora non resta che attendere il risultato del test per capire quanto vicini siamo ai veri British e, di conseguenza, quanto possiamo permetterci di scrivere cose sgrammaticate per sentirci davvero come loro.

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Apparire o non apparire

Saudi, e il mondo arabo in generale, pone grande attenzione all’apparenza: nel vestire, nel modo di porsi, nella percezione che gli altri hanno di noi. L’Italia non è molto diversa: le donne non si devono coprire totalmente per non macchiare l’onore di famiglia, ma in quanto, ad esempio, a titoli, forse siamo anche peggio. Quanto ci piace darci tono con paroloni che non vogliono dire niente? Siamo tutti Financial Manager quando teniamo lo scontrino del supermercato, Legal Advisor quando protestiamo con l’amministratore di condominio, Managing Director quando c’è da sgomitare nelle recite dei figli.Quello che è unico di questo mondo è una estrema gerarchia nella catena di comando, ma che non sempre si riflette in una qualità maggiore del prodotto finale. Anzi: sono tutti capi che vogliono avere l’ultima parola, per cui viene spesso spontaneo chiedersi… a chi sono sfuggiti i dettagli?!


Il sempre orribile aeroporto di Dammam

Non dimenticherò mai nella mia vita il King Fahd International Airport. Tra ascensori con pelliccia di moquette, code infinite al controllo passaporti e odori vari che non danno scampo, è una specie di crocevia di sfighe. Soprattutto se devi prendere un volo al gate 37. Perché il cartello indica il 26-37, ma l’ultima porta è la numero 27. Dettagli!


Diversi punti di vista

Non è necessariamente immediato capire il verso di lettura della scrittura araba. Però con questo cartello che celebra la festa nazionale si sono superati. O forse era un’istallazione d’arte contemporanea e noi siamo solo dei beceri incompetenti?


L’editor di testi deve essere un job title poco attraente

Il processo per stampare cartelloni e pubblicità aziendali è arzigogolato e, questo credevo dalla mia breve esperienza, sottoposto a centinaia di controlli. Ok, magari non centinaia, ma almeno due dai! Non saremo madrelingua, ma “available” (disponibile) siamo piuttosto sicuri non si scriva come qui sopra. Ma forse era troppo lavoro editare tutto quel testo!

Il ponte tra Europa e Medio Oriente: gita a Cipro

Se pensiamo alle isole del Mediterraneo, dopo quelle Italiane, ci viene in mente Ibiza, Mykonos e poco altro. Eppure qui in Saudi ce n’è un’altra che conoscono in molti e che noi abbiamo sempre un po’ snobbato: Cipro.

IMG_1227Cipro è popolare tra gli Inglesi essendo stata per molti decenni protettorato UK, tanto che si guida “dalla parte sbagliata”, tutti parlano un inglese quasi perfetto e i turisti arrivano in grande maggioranza dall’isola britannica. A quanto pare, anche per benefici fiscali: la seconda nazionalità più presente è quella russa, con grandi yatch parcheggiati per le acque cristalline di questa isola paradisiaca (almeno fiscalmente ;)).

Cipro fa parte dell’area euro: sulla moneta da 1, ci si trova l’idolo di Pomos, una figura umanoide dell’età preistorica ritrovata tra gli scavi archeologici, presenti in grande numero su tutto il territorio cipriota. Se ci si pensa, l’isola si trova in una posizione che da millenni è strategica per i commerci nel Mar Mediterraneo: non stupisce quindi sapere che tra i popoli che si sono succeduti al governo di Cipro ci sono micenei, assiri, greci, romani, veneziani, turchi, e ovviamente cavalieri templari. Cipro era l’ultima isola prima della terra Santa, arrivando dall’Europa, e ha giocato un ruolo fondamentale durante le crociate.

IMG_1573In quest’ottica, fa un po’ sorridere pensare che sia divisa al suo interno in una faida quasi fratricida tra… crociati e saladini, oggi conosciuti come Occidentali Cattolici e Musulmani. Nella fattispecie, grande e profondo è il lascito greco nel ponente cipriota, come anche è ben visibile la mano della Regina per antonomasia, l’Elisabetta. I musulmani invece sono di estrazione turca, ma l’influenza mediorientale è piuttosto chiara.

Tzatziki sauceDove abbiamo riconosciuto il tocco del vicino Oriente? Nella cucina, ovviamente! Spezie, profumi, carni, tutto il meglio del cibo che tanto abbiamo imparato a conoscere negli ultimi anni si mischia con equilibrio a sapori tipicamente greci. E noi che amiamo la feta quanto i ceci abbiamo fatto festa: perché se c’è una cosa preziosa che abbiamo imparato in questi anni è che tra uno tzatziki e un babaganoush non c’è bisogno di scegliere, basta dividere una pita a metà!

La sottile linea tra gusto e disgusto

Noi italiani siamo un po’ pretenziosi quando si tratta di 3 aspetti di vita che riteniamo fondamentali:

  1. il cibo
  2. i vestiti
  3. il design

Siamo conosciuti nel mondo perché abbiamo un obiettivo gusto per queste cose, e seppur io sia una grande utilizzatrice dei primi due – senza esserne però molto esperta ne troppo puntigliosa, fatta eccezione per la pizza con l’ananas che proprio NO – sono invece una grande appassionata e discreta conoscitrice di oggetti e scelte di design: non ho mai nascosto un amore incondizionato per il design scandinavo, ma l’Italia resta la vera fonte di ispirazione.

Essendo cosi abituati al bello da esserne circondati praticamente da tutta la vita, alcune immagini viste in Arabia si sono impresse nella mia memoria e nessuna terapia psicologica riuscirà a cancellare. Ecco la top 3 delle scelte di design inguardabili – e talvolta invivibili.

3. La fontana nel deserto: se pensi deserto, pensi a carenza d’acqua. Quindi, se proprio devi farla una fontana, deve avere quantomeno un senso. Una cascata che cade su un vetro sporco che fa sembrare la fontana una perdita d’acqua da un tubo? Magari localizzata nel retro di un edificio in cui non va nessuno? Fatto. E visto.IMG_1183

2. Il mercato dell’usato: è molto frequente acquistare oggetti di seconda mano e talvolta sono degli affari. Ho di recente preso un set da giardino in ferro battuto da una famiglia americana, gratis! Ma non sono sempre rose e fiori, anzi. Non ci credete? Guardare per credere – qui sotto una selezione di oggetti in vendita su un noto gruppo Facebook. Dal letto-bara al telefono di Guglielmo Tell, non sembra esserci fine al peggio.Classified mix

1. L’ascensore con la moquette sulle pareti e sul soffitto: l’avevo anticipato due settimane fa, ed eccolo arrivare. L’elemento che rende l’aeroporto di Dammam unico nel suo genere – e grazie al cielo! Vorrei conoscere chi ha scelto di mettere della moquette sulle pareti interne dell’ascensore, e chi ha deciso di non pulirle mai. O forse è meglio di no. Quando entri e si chiudono le porte, senti l’impulso a trattenere il fiato per non respirare odori ancestrali incastrati tra le fibre, oltre al pregare che non salti fuori un acaro gigante pronto a mangiarti, arrotolato dentro al tappeto a mo’ di kebab. IMG_1190

Viaggio ai confini dell’impossibile: il magico mondo dei bagni pubblici sauditi

Quando arrivi in Giappone e vai in bagno in aeroporto, stanco di molte ore di volo, hai già un assaggio di quello che è il Paese: pulito, efficiente, pieno di consuetudini bizzarre. Spesso, anche nel piccolo di una casa, i servizi la dicono lunga su chi la abita: insomma, possiamo quasi dire che lo specchio del bagno sia lo specchio dell’anima.Giappone

Se applichiamo questo principio all’Arabia Saudita ne viene fuori un’analisi interessante, tra il tapparsi il naso davanti a certe assurdità, rimanere affascinati da usanze senza senso e venire sorpresi da migliorie evidenti.

Essendo quasi tutti gli stereotipi sugli arabi riconducibili agli sfarzi di Dubai, appare chiaro che non siano in molti ad aver provato le toilet saudite, magari nell’aeroporto di Dammam, o al mall di Dhahran. Pregando 5 volte al giorno, i bagni diventano il luogo ovviamente prediletto per le abluzioni, la pulizia di mani e piedi prima della preghiera. Il che ha senso, quello che lo ha meno è la condizione con cui il bagno viene lasciato dopo essersi lavati: diventa una specie di acquitrino. Vi ricordate che qui le donne devono mettersi l’abaya, il soprabito nero LUNGO FINO AI PIEDI? Lasciate ogni speranza (di uscirne asciutti), o voi che entrate!Ladies toilet

D’altra però non manca mai un elemento che in Italia trovo con fatica: un gancio per appendere l’abaya – e la borsa! Certo, ora che ci arrivi in bagno la palandrana nera si è già tutta inzuppata di ottima acqua sporca, ma almeno non devi sacrificare anche la borsa per quello che è uno dei diritti fondamentali dell’uomo: fare pipì quando scappa.

Un mistero ad oggi ancora non svelato resta invece la tendenza a trovare, nei bagni del cinema in Bahrain, assembramenti di donne che restano a fare numero senza aver bisogno dei servizi: non sono in coda per la toilet, non sono in coda per lavarsi le mani, non aspettano apparentemente nessuno. Loro sono, e basta: tutto questo ha un che di filosofico.

Quando abbiamo visitato Taif, nella parte Occidentale del Paese, anche in zone piuttosto rurali, mi hanno colpito due cose per nulla scontate nel resto della Penisola Araba: in primis, molti bagni non erano divisi per genere, chiaramente perché si vedranno donne così raramente da non renderlo necessario, ma non ci sono stati problemi a far la fila pipì anche con gli uomini (sono conquiste!). E poi, erano tutti puliti! O forse era un miraggio?

Big-King-Fahd-International-AirportAd essere del tutto onesti, però, ci sono stati dei miglioramenti, soprattutto in aeroporto: dopo qualche anno di lavori, i bagni pubblici sono stati ben sistemati. Ora per rendere il King Fahad airport un posto normale e discretamente piacevole devono solo togliere una cosa: ve la racconto tra due settimane, nella lista delle scelte di design più ardite – e orripilanti – che si trovano solo qui in Arabia!

Turismo sí, turismo no, turismo… bho! – REPOST

Il tema del turismo in Saudi è sempre verde: poco o niente cambia nella realtà dei fatti, ma se ne parla sempre come veicolo per aprire il Paese al Mondo esterno – cosa non esattamente graditissima a molti locali, ma a grande cuore dei più progressisti.

Non necessariamente annoverabile tra questi ultimi, il principe ereditario si è comunque speso in grandi parole per un progetto che, per gli standard sauditi, è più che avveniristico: maggiori info a fine articolo!

Originariamente pubblicato il 9 Ottobre 2015

L’Arabia Saudita è uno dei Paesi più difficili da visitare come turisti. Tecnicamente, ottenere il visto non è impossibile, e non la troverete tra gli Stati meno visitati al mondo, anzi: per i musulmani le porte sono abbastanza aperte con ovvie limitazioni ai luoghi di culto. E non è che Saudi non abbia luoghi interessanti da visitare, anzi, vi abbiamo raccontato di posti che meriterebbero il tempo di ogni turista: è solo che non ce n’è bisogno, almeno non ce n’è stato fino ad oggi.

La mancanza di interesse assoluta per uno sviluppo turistico è chiaro fin dal primo istante: le strade malmesse e usate come discariche non sono dei biglietti da visita invidiabili, ma già dal momento di passaggio dagli ufficiali che timbrano il passaporto si capisce che l’accoglienza non è molto calorosa. Insomma, qui si deve sperare che il prezzo del petrolio torni a crescere, altrimenti inizierà a farsi sentire la necessità di diversificare le proprie entrate.

Il turismo potrebbe essere un’opzione realmente percorribile?

L’amministrazione saudita è sempre impegnata ad organizzare il gran pellegrinaggio che si tiene una volta all’anno, durante l’ultimo mese del calendario islamico, che è anche il momento giusto per adempiere ad uno dei 5 pilastri dell’Islam. Esiste un ministero dedicato ad Hajj (in tutti gli altri mesi, il pellegrinaggio è chiamato Umra), e per lo Stato è un bel impegno: non si può sfigurare. D’altra parte, è stimato che il pellegrino medio spenda in media 6.000 $, e ogni anno almeno 2 milioni di pellegrini visitano la Mecca e Medina: un introito niente male.

Il turismo non religioso è tutta un’altra storia. Gli Occidentali sono spesso visti come “invasori culturali” che potrebbero portare solo ad un decadimento dei costumi – del resto, nella remota ipotesi di apertura non condizionata dei confini ai turisti, tutte le restrizioni del Paese costituirebbero un problema, oltre ad una imposizione al limite della legalità. Ma in un mondo perfetto, senza obbligo di abaya ed occhiatacce alla Saudi, l’Arabia potrebbe offrire dei luoghi turistici che nei vari Paesi vicini di casa (Egitto, Giordania ed Emirati Arabi) si possono già trovare, ma in scala più piccola.

Ecco la top 3 delle destinazioni saudite potenzialmente turistiche, con relative dimostrazioni di località gemelle turisticamente più felici:

  1. Un aiuto su come sfruttare le risorse naturalistiche del Paese è fornito dagli Emirati Arabi Uniti. Con loro Saudi condivide parte dell’Empty Quarter, l’immenso deserto arabo inabitato caratterizzato da dune altissime e rosse: a pochi chilometri dal confine, gli Emirati hanno pensato bene di creare un resort lussuosissimo immerso nel nulla – ma pur sempre a 200 km da Abu Dhabi – che permette di godersi un paesaggio unico nel suo genere. Basta spostarsi una cinquantina di chilometri a sud per raggiungere Shaybah, Arabia Saudita, che offre questa stessa vista, ma in grande (per maggiori informazioni, vi rimandiamo ad un nostro post in merito)
    Shaybah (Arabia Saudita) vs Qasr al Sarab (Emirati Arabi Uniti)

    Shaybah (Arabia Saudita) vs Qasr al Sarab (Emirati Arabi Uniti)

  2. Vi abbiamo già parlato anche della Petra d’Arabia, imperdibile tappa dei pochi Occidentali residenti in Saudi. È già da tempo sito Unesco, ma la valorizzazione del complesso monumentale ha ampissimo margine di miglioramento: anche solo questo posto varrebbe il viaggio in questa terra ostile.
    Madain Saleh (Arabia Saudita) vs Petra (Giordania)

    Madain Saleh (Arabia Saudita) vs Petra (Giordania)

  3. Mai sentito parlare di Sharm el Sheik? Hurgada? Marsa Alam? Sono tutte località egiziane sul Mar Rosso, mare che bagna anche le coste saudite che in effetti non hanno di meno da offrire in termini di biodiversità marina. L’unico dettaglio è un divieto assoluto del bikini, ma in fondo sono i pesci colorati che contano no?!
    Yanbu vs Sharm

    Yanbu (Arabia Saudita) vs Sharm el Sheik (Egitto)

     

 

NEW- Il mega progetto per le spiagge del Mar Rosso

Per noi italiani (e non solo) era una facile previsione: chilometri di spiagge su un bel mare tranquillo? La perfetta meta turistica! Ma come superare i limiti politico-religiosi della location?

Ci ha pensato il giovane principe ereditario saudita, aggiungendo altra carne al fuoco  tra i progetti da lui sostenuti. Si prevede di realizzare una zona grande come il Belgio in cui vigano leggi più “rilassate” per poter accogliere un turismo internazionale di lusso che si possa godere le bellezze della riviera saudita. Inizio dei lavori stimato: 2019. L’area si estenderà a nord di Jeddah, proprio di fronte a Marsa Alam, e prevederà – a grandi linee – procedure più snelle per ottenere il visto d’ingresso e un dress code occidentale, con anche la possibilità di visitare Madain Saleh (la Petra d’Arabia, vedi sopra).

Ai posteri l’ardua sentenza.

 

Miti da sfatare sulla vita dell’expat in Arabia

Che fortuna, quanti giorni di ferie! Che fortuna, quanti viaggi vi potete permettere! Che fortuna, che vita comoda che fate!
Latin News - April 22, 2013
Ci sentiamo dire queste frasi molto spesso, e c’è un grande fondo di verità. Vorrei però sfatare alcuni falsi miti e leggende metropolitane sulla vita dell’expat in terra Araba – e forse in alcuni casi dell’expat in generale.

In primis, la grande verità che bisogna sottolineare è che non tutti quelli che decantano di voler andare via, trasferirsi all’estero e cambiare vita poi lo fanno davvero. Questa precisazione, valida in tutti i casi e non solo per chi si sposta in Arabia, è doverosa: lo stipendio è molto migliore, ci sono tanti giorni di ferie, possiamo essere flessibili? Tutto verissimo. Ma questo è grazie alla scommessa che abbiamo fatto 4 anni fa: trasferirci all’estero (e che estero) per davvero. Quando abbiamo preso la decisione nessuno ci invidiava e nessuno avrebbe fatto cambio con l’esperienza che ci accingevamo a fare. Abbiamo vinto la scommessa, ma potevamo anche perderla: come si dice in economia, alti rischi alti guadagni.

Più nello specifico, ecco la top 3 delle false idee che si hanno di chi ha deciso di trasferirsi in Medio Oriente:

3. Siete ricchi!
Il fatto che viviamo nella terra di emiri, principi e sultani non significa che lo siamo anche noi. Ci siamo spostati in questa parte di mondo perché lo stipendio era decisamente migliore ed i benefit molto allettanti, ma non siamo ricchi. Lavorando in Arabia si ha l’occasione unica, ad esempio, di ripagare il mutuo sulla casa in 4/5 anni, a meno che non si possegga una villa in Costa Smeralda. In quel caso è necessario davvero essere un emiro. Per un appartamento di 80mq nella periferia di Milano è invece fattibile.

2. Non lavorate mai!
L’ambiente lavorativo è più rilassato rispetto agli standard occidentali e parte dei motivi che ci hanno spinto a spostarci in Saudi è che quasi non esistono gli straordinari: si lavora 8 ore al giorno e le ferie sono generose, mentre in Italia faticavamo a vederci la sera con le ore extra che sono quasi di dovere. Ma se non si lavora si viene licenziati anche qui!

1. Viaggiate sempre in First Class!
Viaggiamo tanto, e siamo consapevoli che sia una grande fortuna. Sappiamo anche che quasi nessuno ha mai realmente verificato cosa significhi acquistare un biglietto in First Class per  un volo a medio raggio – senza stare ad andare in Australia. L’ho fatto io per voi: quindi no, non voliamo mai First Class, a meno che non paghi l’azienda – non lo fa molto spesso, e non lo fa MAI per me ma solo per Matteo.
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Insomma, noi ci siamo adattati bene a questo stile di vita, ma è stata la ricompensa per aver osato. Voi che aspettate ad aprire un Chiringuito alle Bahamas?

Questione di crisi (col Qatar) – l’evoluzione editoriale

La crisi col Qatar continua e ogni giorno ci svegliamo con nuove notizie, in generale piene di propaganda, da entrambi i lati. Una delle ultime perle riguarda gli Emirati Arabi, che hanno bandito le maglie del Barcellona – sì, la squadra di calcio – perché Qatar Airways ne è sponsor principale e sulla maglia c’è una scritta quasi gigante citante il nome del ricco Stato del Golfo.

Non è un mistero che gli Arabi vadano matti per il calcio, argomento sempre verde di conversazione amichevole, ma che prendono molto sul serio. Qui in Saudi, l’azienda è solita organizzare ogni anno, per i ragazzini calciatori, una settimana di allenamenti con i trainer di squadre internazionali, principalmente europee. Nel 2015 era toccato anche ad una squadra italiana – che per rispetto alla fede calcistica del mio amato nonno non nominerò chiaramente, ma ne avete dolorosa testimonianza fotografica qui sotto.Gazette

Indovinate un po’ quest’anno a chi è toccato invece? Ovviamente al Barcellona. Il corso si è svolto a Maggio, giusto qualche settimana prima della crisi, che dal punto di vista degli allenatori è stata una manna dal cielo: si sono presi la loro bella ricompensa e sono scappati giusto in tempo. Ma dal punto di vista editoriale ha creato qualche problema.

Come vi accennavo tempo fa, sono ormai diversi mesi che sto collaborando con il mensile del camp, è una pubblicazione interna per la comunità che ha l’obiettivo di raccontare i principali appuntamenti del mese precedente e aggiornare tutti gli expat di cosa bolle nella pentola degli eventi. La foto qui sopra mostra la copertina proprio di questo mensile, per cui immaginatevi un equivalente con le foto della squadra sponsorizzata dal Qatar. Impossibile da proporre oggi.

Nuove linee guida consigliavano di evitare ogni immagine con la maglia ufficiale, mentre siamo riusciti a negoziare ottenendo almeno la presenza dei trainer – che erano ovviamente ovunque tra i ragazzini, ma per fortuna vestiti senza riferimenti allo sponsor. L’articolo ovviamente non menziona il nome della squadra, per cui la sfida era anche più grande per l’editor del testo: sarà stato tutto un complotto del Real Madrid?!SponsershipHeader_565x215_v2_tcm233-809064

O forse del Milan?! (o forse di Emirates ;))image

Questione di crisi (col Qatar)

La notizia che più rimbalza tra i media da diversi giorni ci riguarda piuttosto da vicino, almeno in termini geografici. Quattro Paesi arabi (Egitto, Emirati, Bahrain, guidati da Saudi), seguiti da altri successivamente, hanno rotto le relazioni diplomatiche con il ricco stato del Qatar, per motivi politici che non stiamo ad indagare.

Il Qatar è stato fin da subito un Paese che ci ha affascinati: cosí vicino all’Arabia, geograficamente e culturalmente, ma più pulito ed efficiente, è stato spesso meta di vacanza fuori porta negli ultimi 4 anni. Doha dista circa 3 ore di auto dal nostro villaggio, su una strada poco trafficata che taglia il deserto, ed è una bella città moderna sempre piacevole da visitare.

A seguito della crisi, i diplomatici qatarini sono stati cacciati in fretta e furia dai Paesi coalizzati, ma è Saudi quella che ci è andata giù più pesante. Spazio aereo chiuso immediatamente e licenza ritirata a Qatar Airways, confini di terra e mare bloccati – per un po’, niente weekend a Doha: le ripercussioni sono state pesanti, in primis per chi in Qatar ci vive, ma anche per chi come noi ci sta vicino.

Il vero disagio affrontato ha riguardato, come prevedibile, tutto quello che è legato alla compagnia aerea di bandiera: dopo anni di fedeltà e privilegi acquisiti con sudore e soldi (tanti, tanti soldi), abbiamo dovuto cancellare i nostri prossimi biglietti aerei e passare alla concorrenza. Come noi, molti altri già con un piede in vacanza (tra 2 settimane finisce sia Ramadan che la scuola): paura e delirio in Saudi! Ormai l’argomento più discusso sui forum del villaggio in cui viviamo è come riuscire a farsi rimborsare i biglietti pur non potendo parlare con il call center o accedere al sito internet – tutto impallato.

Il principale problema di Qatar Airways resta comunque quello logistico: tutti i Paesi con cui confina l’emirato hanno chiuso o limitato l’accesso nel proprio spazio aereo, non lasciando molte alternative alle rotte qatarine. Pare che ora, per arrivare a San Paolo (Brasile) si debba far scalo tecnico ad Atene, mentre per raggiungere l’Africa sembra il gioco dell’oca.

I veri disagi però li stanno subendo i residenti del Qatar: lo stato confina via terra solo con Saudi, ed è proprio da quella via che arrivano buona parte dei beni alimentari, ora stipati nei camion fermi in dogana. L’assalto ai supermercati è stato immediato: scene da pre-uragano, con la differenza che l’uragano passa, la maretta con Saudi chi lo sa.

Ovviamente, quanto i camion che trasportano viveri anche le auto civili sono rimaste bloccate fuori dal Paese: se ne avvistano diverse per le strade saudite in questi giorni, e non hanno molte alternative. Vagano raminghe per le strade dissestate, intrappolate in un mondo parallelo: speriamo che lo stargate si riapra presto.

In che senso (civico)?

Lo Stato saudita, fino ad oggi, è stato allineato con gli altri Paesi del Golfo nella cura dei propri cittadini. Queste nazioni cresciute sul petrolio cercano di dirottare sulla propria popolazione parte delle enormi ricchezze derivanti dal commercio dell’oro nero: le politiche non sono standard, ma tendenzialmente garantiscono una casa e un lavoro a chi possiede il passaporto nazionale, oltre a diversi altri benefit minori.

Questo assistenzialismo estremo funziona molto bene in Paesi come gli Emirati Arabi o il Qatar, dove la popolazione autoctona è composta da meno di un milione di persone, mentre i 30 milioni di Sauditi rendono la faccenda molto più complicata, soprattutto di recente con il prezzo del petrolio in caduta libera.

Seppur possa sembrare una gran pacchia, ed in un certo senso obiettivamente lo è, ci sono grossi problemi che insorgono in una popolazione servita e riverita senza sforzo: la totale mancanza di senso civico e di spessore culturale, anche nei Sauditi che vanno a studiare all’estero.

In primis, manca una formazione educativa di base: il sistema scolastico premia le menti più brillanti, spedendole nelle migliori università al mondo per formare professionalità da poi riportare in Patria. Ma gli altri? Vengono abbandonati al sistema saudita, tutto incentrato sugli studi religiosi e molto poco sul resto.

6666966d7c6c7adfbc386d69959d5d0bQuesto spesso si riflette in cittadini che non hanno, oltre al senso civico più generale, neanche un senso della bellezza. Pensavate che le ore passate a studiacchiare storia dell’arte fossero buttate via? Guardate un Saudita e come si approccia al Mondo, ne capirete invece l’importanza cruciale. La bellezza, agli occhi del locale, pare essere qualunque cosa ricoperta d’oro: se Piero Manzoni fosse ancora vivo, sono certa che creerebbe la “Merda d’artista placcata d’oro zecchino”. Sapete già chi la stra-pagherebbe in asta.

o-GOLD-TOILET-PAPER-facebookE se si prendono cura dell’auto come fosse una figlia (pardon, un figlio), non comprendono quanto sia importante la cura dell’ambiente circostante: il deserto è una discarica a cielo aperto, pur essendo, nella sua monotonia, un paesaggio interessante ad affascinante. Non comprendono neanche la bellezza dei fiori: abbiamo di recente assistito ad un abbandono di carrello della spesa in mezzo ad una aiuola appena piantata di bei fiori viola che, sì, non dureranno molto per via del caldo, ma se ci passi sopra col carrello è finita anche prima di cominciare.

La mancanza di rispetto si riflette anche, se non soprattutto, nelle relazioni con persone non Saudite, in particolare provenienti dal Sud est asiatico: vederli rivolgersi ai camerieri filippini con disprezzo e arroganza è una delle cose più civilmente insensate a cui si possa assistere – e ricordiamocelo, siamo in un Paese che del non-sense ha fatto la sua bandiera. D’altro canto, questa aggressività si riflette in camerieri e commessi dalla gentilezza estrema, pronti a tutti per soddisfare il cliente: almeno su questo l’Italia ha da imparare qualcosa.