Questione di crisi (col Qatar) – l’evoluzione editoriale

La crisi col Qatar continua e ogni giorno ci svegliamo con nuove notizie, in generale piene di propaganda, da entrambi i lati. Una delle ultime perle riguarda gli Emirati Arabi, che hanno bandito le maglie del Barcellona – sì, la squadra di calcio – perché Qatar Airways ne è sponsor principale e sulla maglia c’è una scritta quasi gigante citante il nome del ricco Stato del Golfo.

Non è un mistero che gli Arabi vadano matti per il calcio, argomento sempre verde di conversazione amichevole, ma che prendono molto sul serio. Qui in Saudi, l’azienda è solita organizzare ogni anno, per i ragazzini calciatori, una settimana di allenamenti con i trainer di squadre internazionali, principalmente europee. Nel 2015 era toccato anche ad una squadra italiana – che per rispetto alla fede calcistica del mio amato nonno non nominerò chiaramente, ma ne avete dolorosa testimonianza fotografica qui sotto.Gazette

Indovinate un po’ quest’anno a chi è toccato invece? Ovviamente al Barcellona. Il corso si è svolto a Maggio, giusto qualche settimana prima della crisi, che dal punto di vista degli allenatori è stata una manna dal cielo: si sono presi la loro bella ricompensa e sono scappati giusto in tempo. Ma dal punto di vista editoriale ha creato qualche problema.

Come vi accennavo tempo fa, sono ormai diversi mesi che sto collaborando con il mensile del camp, è una pubblicazione interna per la comunità che ha l’obiettivo di raccontare i principali appuntamenti del mese precedente e aggiornare tutti gli expat di cosa bolle nella pentola degli eventi. La foto qui sopra mostra la copertina proprio di questo mensile, per cui immaginatevi un equivalente con le foto della squadra sponsorizzata dal Qatar. Impossibile da proporre oggi.

Nuove linee guida consigliavano di evitare ogni immagine con la maglia ufficiale, mentre siamo riusciti a negoziare ottenendo almeno la presenza dei trainer – che erano ovviamente ovunque tra i ragazzini, ma per fortuna vestiti senza riferimenti allo sponsor. L’articolo ovviamente non menziona il nome della squadra, per cui la sfida era anche più grande per l’editor del testo: sarà stato tutto un complotto del Real Madrid?!SponsershipHeader_565x215_v2_tcm233-809064

O forse del Milan?! (o forse di Emirates ;))image

Questione di crisi (col Qatar)

La notizia che più rimbalza tra i media da diversi giorni ci riguarda piuttosto da vicino, almeno in termini geografici. Quattro Paesi arabi (Egitto, Emirati, Bahrain, guidati da Saudi), seguiti da altri successivamente, hanno rotto le relazioni diplomatiche con il ricco stato del Qatar, per motivi politici che non stiamo ad indagare.

Il Qatar è stato fin da subito un Paese che ci ha affascinati: cosí vicino all’Arabia, geograficamente e culturalmente, ma più pulito ed efficiente, è stato spesso meta di vacanza fuori porta negli ultimi 4 anni. Doha dista circa 3 ore di auto dal nostro villaggio, su una strada poco trafficata che taglia il deserto, ed è una bella città moderna sempre piacevole da visitare.

A seguito della crisi, i diplomatici qatarini sono stati cacciati in fretta e furia dai Paesi coalizzati, ma è Saudi quella che ci è andata giù più pesante. Spazio aereo chiuso immediatamente e licenza ritirata a Qatar Airways, confini di terra e mare bloccati – per un po’, niente weekend a Doha: le ripercussioni sono state pesanti, in primis per chi in Qatar ci vive, ma anche per chi come noi ci sta vicino.

Il vero disagio affrontato ha riguardato, come prevedibile, tutto quello che è legato alla compagnia aerea di bandiera: dopo anni di fedeltà e privilegi acquisiti con sudore e soldi (tanti, tanti soldi), abbiamo dovuto cancellare i nostri prossimi biglietti aerei e passare alla concorrenza. Come noi, molti altri già con un piede in vacanza (tra 2 settimane finisce sia Ramadan che la scuola): paura e delirio in Saudi! Ormai l’argomento più discusso sui forum del villaggio in cui viviamo è come riuscire a farsi rimborsare i biglietti pur non potendo parlare con il call center o accedere al sito internet – tutto impallato.

Il principale problema di Qatar Airways resta comunque quello logistico: tutti i Paesi con cui confina l’emirato hanno chiuso o limitato l’accesso nel proprio spazio aereo, non lasciando molte alternative alle rotte qatarine. Pare che ora, per arrivare a San Paolo (Brasile) si debba far scalo tecnico ad Atene, mentre per raggiungere l’Africa sembra il gioco dell’oca.

I veri disagi però li stanno subendo i residenti del Qatar: lo stato confina via terra solo con Saudi, ed è proprio da quella via che arrivano buona parte dei beni alimentari, ora stipati nei camion fermi in dogana. L’assalto ai supermercati è stato immediato: scene da pre-uragano, con la differenza che l’uragano passa, la maretta con Saudi chi lo sa.

Ovviamente, quanto i camion che trasportano viveri anche le auto civili sono rimaste bloccate fuori dal Paese: se ne avvistano diverse per le strade saudite in questi giorni, e non hanno molte alternative. Vagano raminghe per le strade dissestate, intrappolate in un mondo parallelo: speriamo che lo stargate si riapra presto.

In che senso (civico)?

Lo Stato saudita, fino ad oggi, è stato allineato con gli altri Paesi del Golfo nella cura dei propri cittadini. Queste nazioni cresciute sul petrolio cercano di dirottare sulla propria popolazione parte delle enormi ricchezze derivanti dal commercio dell’oro nero: le politiche non sono standard, ma tendenzialmente garantiscono una casa e un lavoro a chi possiede il passaporto nazionale, oltre a diversi altri benefit minori.

Questo assistenzialismo estremo funziona molto bene in Paesi come gli Emirati Arabi o il Qatar, dove la popolazione autoctona è composta da meno di un milione di persone, mentre i 30 milioni di Sauditi rendono la faccenda molto più complicata, soprattutto di recente con il prezzo del petrolio in caduta libera.

Seppur possa sembrare una gran pacchia, ed in un certo senso obiettivamente lo è, ci sono grossi problemi che insorgono in una popolazione servita e riverita senza sforzo: la totale mancanza di senso civico e di spessore culturale, anche nei Sauditi che vanno a studiare all’estero.

In primis, manca una formazione educativa di base: il sistema scolastico premia le menti più brillanti, spedendole nelle migliori università al mondo per formare professionalità da poi riportare in Patria. Ma gli altri? Vengono abbandonati al sistema saudita, tutto incentrato sugli studi religiosi e molto poco sul resto.

6666966d7c6c7adfbc386d69959d5d0bQuesto spesso si riflette in cittadini che non hanno, oltre al senso civico più generale, neanche un senso della bellezza. Pensavate che le ore passate a studiacchiare storia dell’arte fossero buttate via? Guardate un Saudita e come si approccia al Mondo, ne capirete invece l’importanza cruciale. La bellezza, agli occhi del locale, pare essere qualunque cosa ricoperta d’oro: se Piero Manzoni fosse ancora vivo, sono certa che creerebbe la “Merda d’artista placcata d’oro zecchino”. Sapete già chi la stra-pagherebbe in asta.

o-GOLD-TOILET-PAPER-facebookE se si prendono cura dell’auto come fosse una figlia (pardon, un figlio), non comprendono quanto sia importante la cura dell’ambiente circostante: il deserto è una discarica a cielo aperto, pur essendo, nella sua monotonia, un paesaggio interessante ad affascinante. Non comprendono neanche la bellezza dei fiori: abbiamo di recente assistito ad un abbandono di carrello della spesa in mezzo ad una aiuola appena piantata di bei fiori viola che, sì, non dureranno molto per via del caldo, ma se ci passi sopra col carrello è finita anche prima di cominciare.

La mancanza di rispetto si riflette anche, se non soprattutto, nelle relazioni con persone non Saudite, in particolare provenienti dal Sud est asiatico: vederli rivolgersi ai camerieri filippini con disprezzo e arroganza è una delle cose più civilmente insensate a cui si possa assistere – e ricordiamocelo, siamo in un Paese che del non-sense ha fatto la sua bandiera. D’altro canto, questa aggressività si riflette in camerieri e commessi dalla gentilezza estrema, pronti a tutti per soddisfare il cliente: almeno su questo l’Italia ha da imparare qualcosa.

Quattro stagioni in una

Ai tempi della scuola avevo sempre l’impressione che l’inverno non finisse mai, e che l’estate volasse via in un batter d’occhio, per riportarmi di nuovo punto e a capo al freddo, al buio e allo studio. Questa stessa sensazione la viviamo anche in Arabia, ma con l’estate.

In realtà, le stagioni come le conosciamo nel vecchio Continente non esistono, per cui anche se formalmente il periodo estivo inizierebbe il 21 giugno qui ci troviamo già in un gran caldo, che ricorda temperature d’Agosto in Sicilia.

Insomma sembra sempre di trovarsi in quel periodo di calura che ci spaventa ma al quale, da ormai 4 anni, sopravviviamo con tenacia. Il picco coincide con il mese di Ramadan, quando temperature proibitive si combinano con le limitazioni del mese del digiuno: quest’anno avrà inizio intorno al 27 di Maggio.

IMG_1612L’estate saudita dura da Aprile a Ottobre, ed ha caratteri peculiari: a parte le temperature che non lasciano scampo – siamo nel deserto dopotutto, anche la natura reagisce in modo diverso. A guardare gli alberi sembra autunno: foglie gialle, molte cadute a terra, croccanti al tatto. Eppure il calendario dice essere primavera!

In questo periodo ci si ammala poi di malanni tipici della stagione invernale: raffreddore, tosse, naso che cola. La febbre talvolta è legata a colpi di calore, ma gli altri sintomi sono dovuti alla differenza di temperatura tra gli spazi chiusi e quelli aperti: capita di frequente di doversi portare in giro il golf (di lana!) per evitare, una volta al supermercato o in ospedale, di congelarsi. Se poi si ha la sfortuna di capitare direttamente sotto il bocchettone dell’aria condizionata non c’è scampo: a letto senza cena.

outside-part-pic-575x172_cLa vita quotidiana poi si trasforma: se nella Primavera europea si rincorre il sole per assorbirne i primi raggi caldi, qui si fugge all’interno e si esce, nel caso, solo la sera: molti accusano carenza di vitamina D dopo l’estate semplicemente perché il sole è troppo caldo – stesso motivo per cui, quando ci vedete di ritorno a luglio, non siamo abbronzati!

Anche gli animali cambiano routine: i nostri gatti hanno ormai fatto il cambio di pelliccia di stagione, indossandone una più leggera, e preferendo le uscite serali ai pic nic durante il giorno, per diversi motivi. Ovviamente la temperatura, più mite, ma anche perché come loro pure le prede abituali di giorno si vedono meno: piccione avvisato mezzo salvato.

Lavori al limite: la casalinga del deserto

Essere espatriato in Saudi significa spesso, per le donne, rinunciare al proprio lavoro per fare la casalinga, di questi tempi mestiere bistrattato quanto periglioso. Per quanto possa rappresentare un salto indietro nella storia femminista, rimane un lavoro di magre soddisfazioni e un sacco di olio di gomito – la peggior combinazione di sempre.

Forse per questo motivo, molte delle donne expat passano almeno il 90% del loro tempo a lamentarsi. Spesso si parla di figli, soprattutto di quanto sia dura fare le madri – dimenticandosi di mondi dove si fa la madre, la casalinga, l’impiegata e l’infermiera tutto nello stesso momento. Ma il trend topic degli ultimi tempi è il supermercato, essere infernale e maledetto dal genere femminile.

In questo “nuovo” mondo di vegetariani, vegani, crudisti, chilometro zero, prodotti equo e solidali o d’agricoltura biologica, quanto offerto dai supermarket locali non basta più. La qualità dei prodotti non è proprio delle migliori ad essere sinceri, per ovvi problemi logistici e climatici: si coltiva quasi nulla nel deserto – i datteri che vengono venduti, seppur qui abbondino, sono di provenienza USA-, e quello che viene importato non è freschissimo. Anche la conservazione dei cibi lascia spesso a desiderare, con farine e cereali talvolta piene di insetti e frutta un po’ troppo matura ma ugualmente costosa.

Detto questo, si tende a dimenticare che ci troviamo praticamente in mezzo al nulla, più o meno lontani da tutto, in un ambiente ostile: questo è il deserto, ieri come oggi. Eppure abbiamo a disposizione un supermercato in ogni camp, aperto in molti casi 24/7, che vende praticamente di tutto. Eppure ci lamentiamo.

CansTra i documenti ritrovati in mezzo alle foto storiche del camp, mi è capitato di imbattermi in racconti più o meno dettagliati di come fosse la vita quotidiana agli inizi dell’era petrolifera araba, tra gli anni ’40 e ’50. Se si fa fatica a trovare ingredienti freschi oggi, immaginatevi a quei tempi: il supermercato del camp vendeva solo prodotti in lattina – se lo sapessero le terroriste del biologico gli prenderebbe un infarto! C’era una sorta di “chilometro zero“, che viste le distanze Saudite era più “chilometro 200“, ma tempo che l’omino delle uova arrivava, le uova erano andate a male.

Omino uova

L’omino delle uova

Per le mamme moderne perfette che cucinano i dolci in casa perché “no olio di palma, no additivi, no zuccheri industriali, no grassi saturi, eccetera eccetera“, che si lamentano perché non trovano la farina di tipo 2 non processata e macinata a mano, oppure che il forno non ha la modalità “grill dietetico e salutare” allego ricetta di una casalinga americana in terra Araba negli anni ’50 – a cui mancava lo zucchero di canna biologico, ma non un certo senso dell’umorismo:

Molto presto al mattino, battete lo zucchero con un martello per sbriciolare i grumi. Il cemento degli scalini d’ ingresso sembra essere il posto migliore per questa operazione. Prendete la farina che vi serve, mettetela su un piatto e lasciatela al sole finchè tutti gli insetti se ne siano andati. Cercate poi di fare un accordo con chiunque abbia un po’ di vaniglia e possa essere persuaso a darvene un cucchiaino.

Rompete 12 uova nella speranza che almeno 3 di queste siano utilizzabili. Non devono essere di colore verdastro, puzzare di marcio o essere annacquate. Aggiungete sale e lievito in polvere, mischiate tutto e versate l’impasto in una tortiera. Cercate 3 pietre di dimensioni simili e mettetele sulla base del forno (non c’erano i ripiani ndr). Cuocete nella modalità che preferite, ma a causa di possibili sovraccarichi di tensione, controllate la temperatura del forno frequentemente“.

Buon appetito – e buona fortuna!

Nonostante il velo: consigli per la lettura

Siamo scrittori dilettanti e il nostro blog è un diario di memorie senza aspirazioni editoriali, ma ancora non eravamo riusciti a trovare un libro che, come solo chi sa scrivere può fare, esprimesse in modo diretto e conciso i nostri pensieri qui appuntati in libertà.

coverL’abbiamo finalmente scovato – con in aggiunta un ulteriore bagaglio di informazioni affascinanti e uniche.

Si tratta del libro di Michela Fontana, una giornalista milanese “in trasferta” saudita per un paio d’anni, che ha avuto la curiosità e la tenacia di scovare ed intervistare donne saudite di ogni estrazione ed inclinazione. Conservatrici, liberali, affermate affariste, madri di (più o meno ampia) famiglia.

Al di là del tema principale – per cui consigliamo la lettura del libro, ovviamente – mi sono ritrovata in molti commenti e piccole osservazioni che Michela fa a lato del racconto, o in frasi raccolte nelle sue interviste, che bene concettualizzano l’esperienza di vita che abbiamo sperimentato fin ora in questa terra piena di contraddizioni che è tanto difficile raccontare. È difficile farne capire i meccanismi e le complessità, oltre i preconcetti ed il sentito dire che tanto ci fa credere di saperne davvero di un popolo o di una cultura diversa dalla nostra.

Fin dalla prima impressione atterrando nel Paese, con la ragnatela di strade in contrasto con il buio del deserto circostante, il racconto tocca impressioni che ho vissuto in prima persona – e con me, tante altre, arrivate in Arabia da Stati lontani, in tutti i sensi. Il nero è il colore che caratterizza tutto fin dall’inizio, a partire dalla tanto discussa abaya, “di uno sgradevole e scivoloso materiale sintetico“. “Sentivo che l’esperienza che mi accingevo a vivere sarebbe stata unica e indimenticabile. E avrei scoperto che il mio essere donna l’avrebbe arricchita, non impoverita“: nonostante tutti i timori che questa parte di Mondo incute, l’occasione di vivere in Saudi è davvero unica – e spesso irripetibile.

E come accade anche nel “nostro” Mondo, è spesso la mancanza di solidarietà femminile che rende le cose difficili. Raccontando la storia di una affermata dottoressa saudita, cita la sua riflessione: “Mi spiace dover dire che le più dure avversarie delle donne sono le donne. Al Forum economico di Jeddah, nel 2004, è stata una donna a denunciarmi alle autorità religiose perché parlavo in un ambiente misto, e in altre occasioni sono sempre state delle donne a criticarmi“.

Un’altra donna medico parla invece di come vive la sua religiosità – e non sarà l’unica, ovviamente: “Credo che tutte le religioni debbano insegnare soprattutto ad amare. Anche nella mia religione c’è l’amore, ma molti, chissà perché, non lo vogliono vedere“.

Spesso ci è capitato di notare quanto, nonostante le sfide dell’essere donna in un Paese così chiuso, ci sia una luce particolare negli occhi di chi ce l’ha fatta. Michela lo descrive così: “…c’è qualcosa che contraddistingue e caratterizza le giovani saudite in carriera e le rende interessanti. Tutte sono accomunate da un desiderio di affermazione fresco e genuino, dalla consapevolezza che la loro buona sorte può svanire da un momento all’altro“.

Negli anni vissuti a Riad ho scoperto che sempre più donne saudite si fanno protagoniste del loro destino. Non più rassegnate e sottomesse, ma attive e coraggiose. E vogliono che le loro voci siano udite“: leggete il libro per scoprire che storie fantastiche – ma anche strazianti – queste voci abbiano da raccontare.

Nonostante il velo. Donne dell’Arabia Saudita

Di Michela Fontana

Editore Vanda Epublishing – disponibile anche in ebook

Meteo matto e clima anarchico: l’inverno di Saudi

Mentre ai Poli il ghiaccio si scioglie, il surriscaldamento globale sta probabilmente iniziando ad avere effetti anche nel deserto. Non che faccia più caldo, anzi, ma l’inverno appena passato ci ha mostrato quanto variabile ed imprevedibile possa essere anche nelle zone più aride del Mondo.

16730397_784265155056037_3600228883149100127_nGià a fine Novembre, con il cambio della stagione, non abbiamo visto la solita tempesta di sabbia, ma piuttosto siamo stati vittime di una tempesta di pioggia: la mancanza di canali di scolo efficaci ha portato ad allagamenti diffusi e al posticipo della visita del Re nella Provincia Orientale causa acqua alta, stile Venezia per intenderci. Eppure non avevamo ancora visto nulla: la forza della natura sotto forma di pioggia si è accanita sulle lande arabe per tutto Febbraio.

Non ci possiamo proprio lamentare delle piogge in sé, che spesso sono quasi provvidenziali e portano una ventata, seppur breve, di freschezza. Questa volta siamo stati letteralmente sommersi dalle acque: sottopassaggi diventati laghi artificiali, la sabbia talmente intrisa d’acqua da non riuscire più a vederne la consistenza, ormai diluita, con inevitabili ripercussioni sul traffico e sui viaggiatori, alcuni addirittura vittime del maltempo. La combinazione con il relativo freddo ha portato anche ad una spolverata di neve a Riyad!neve-arabia-saudita-deserto

Non siamo estranei alla pioggia, Milano ci ha sempre abituati ad inverni piuttosto umidi, ma non ci era mai capitato di camminare per le strade con l’acqua al ginocchio. Un altro fenomeno milanese che è nel nostro DNA è di certo la nebbia, ma anche in questo caso quest’anno abbiamo raggiunto livelli inaspettati proprio qui in Medio Oriente.

Tra Dicembre e Gennaio, se qualcuno fosse stato di passaggio dagli aeroporti di Doha, Dubai o Abu Dhabi potrebbe aver avuto il nostro stesso inconveniente, almeno a livello di ritardo nei voli. La nebbia era così fitta da bloccare tutto il traffico aereo per giorni, ma anche la viabilità a terra ne è stata fortemente compromessa.

nebbia-dubai-535x300Abbiamo viaggiato in macchina da Dubai a casa qui in Saudi – circa 800 km – con una visibilità praticamente nulla per i primi 300, passati a fermarci di frequente nelle aree di sosta sperando che la nebbia si alzasse. Ci siamo trovati in mezzo ad una superstrada in pieno centro cittadino non riuscendo a vedere neanche la fine del cofano della nostra auto: eravamo praticamente certi di finire in un incidente stradale. Un po’ la prudenza, un po’ l’esperienza da Milanesi – e un po’ la fortuna? -, siamo arrivati a destinazione sani e salvi ma i giornali del giorno dopo titolavano tutti: “La nebbia cala sugli Emirati Arabi: voli in ritardo e oltre 100 incidenti stradali”. Neanche a dirlo, non abbiamo faticato a crederci.

Sua maestà il deserto – parte VII

Sembra incredibile, dopo 6 post dedicati al deserto, di avere ancora qualcosa da raccontare. Siamo noi stessi, in prima persona, a stupirci di quanto questa enorme distesa di sabbia sia uno scrigno di sorprese inaspettate.

img_9468L’ultima avventura tra le dune dietro casa ci ha fatto un regalo di quelli che mai avremmo pensato di trovare nel deserto: l’acqua. Tanta tanta acqua. Se ne trova sotto le oasi, ma questa volta si trattava di un vero e proprio lago. Viene chiamato “lago giallo” dalle tinte che assume – anche a causa dei metalli presenti nelle acque, che rendono il bacino non balneabile ne potabile. Nonostante questo, la vita che si trova a riva è relativamente ricca, principalmente di uccelli e di cespugli di spighe.

fullsizeoutput_1384Dopo 45 minuti di guida off road, il lago si riesce a scorgere solo dopo aver raggiunto la sommità di una duna molto alta, dalla quale si gode di una vista a 360 gradi che pochi metri sotto sarebbe sembrata impossibile.

La duna è diventata nel tempo luogo di ritrovo degli appassionati di escursioni nel deserto, ma anche di gente matta che ama guidare sulla sabbia al limite delle possibilità delle loro auto. Prendono la rincorsa e si lanciano verso la sommità della duna, sterzando a destra e sinistra come indemoniati per evitare di restare bloccati nella sabbia fresca, e una volta arrivati alla sommità si dedicano a dare spettacolo driftando, cercando di creare grandi cerchi concentrici.

img_9486In alcuni punti del lago si possono intravede delle carcasse di automobili ormai erose dall’acqua e dalla sabbia. A quanto pare, alcuni dei matti sopra citati sono soliti lanciarsi a capofitto verso l’acqua, attratti dalla sfida del non finire nel lago sterzando prima, ma senza troppo successo. Una curiosità interessante riguarda il “carro attrezzi” che si può contattare per chiedere aiuto per tirarsi fuori da questo impiccio bagnato: si tratta di un’auto un po’ arrugginita, con gomme potenti da sfruttare nella sabbia e un gancio da traino sul retro. Chi la guida? Una donna saudita!

Tecnicamente, le donne nel Paese non possono guidare sulle strade, ma non è raro vederle alla guida nel deserto. Resta un sogno vedere lo sguardo di un Saudita che guida come un pazzo e si schianta nel lago quando realizza che, a tirarlo fuori da quel casino, sarà una minuta donna velata che di pazzi come lui ne ha visti a centinaia – e nonostante tutto, li ha aiutati.

Chi volesse puo’ rinfrescarsi le idee sulle nostre precedenti avventure qui:

 

Donne al lavoro e lavori da donne

In una società tendenzialmente maschilista come quella Saudita, lo spazio nel mondo del lavoro riservato convenzionalmente alle donne ha un aspetto unico nel suo genere, e su due livelli diversi.

141002172357-saudi-women-horizontal-large-galleryIn primis, lavori spesso svolti da donne nel mondo Occidentale sono qui ricoperti dagli uomini. Una su tutte la cosiddetta “donna delle pulizie“: sia in ambito pubblico che privato, qui esiste solo l’omino delle pulizie. Questo comporta diversi problemi.

Per le toilette pubbliche, ad esempio, come si risolve l’inevitabile incontro/scontro tra l’omino e le donne locali tutte velate che, nei bagni, si tolgono abaya e niqab – per ovvie ragioni logistiche? La soluzione è molto italiana: si urla. L’omino arriva alla porta, bussa con una foga inaudita gridando “housekeeping!! housekeeping!! HOUSEKEEPING!!!”(equivalente di “omino delle pulizie in entrata!!“). La mente cha ha partorito questo modus operandi si aspetta che una donna in bagno, appena captato il soave canto, risponda anch’essa con un urlo per segnalare la sua presenza e la conseguente necessità che l’omino attenda qualche minuto prima di entrare a pulire. Cosa che ovviamente non succederà mai.

housekeepingA livello di pulizie private invece, spesso gli “uomini delle pulizie” si offrono di rassettarti casa per arrotondare la paga miserabile che ricevono mensilmente per fare gli elettricisti, i giardinieri o gli idraulici. Ad esclusione di qualche illustre eccezione, non sono molto portati alla precisione e tendono a complicare le faccende di casa piuttosto che a semplificarle.

Le posizioni lavorative ricoperte dalle donne sono invece piuttosto standard: sono segretarie, o assistenti nel dipartimento residenziale – ovvero, dove aiutano i nuovi arrivati ad insediarsi nelle case a loro assegnate o i residenti a gestire i problemi di manutenzione. Poche ricoprono posizioni manageriali, e quelle che lo fanno hanno ovvi problemi nel farsi rispettare. Ad onor del vero, nulla di tutto ciò è poi tanto diverso nella società occidentale, ma quello che forse caratterizza le donne lavoratrici d’Arabia è una cosa che manca a molte di “noi“, emancipate ma poi forse non così tanto.

Quelle che ci credono davvero, studiano e reclamano il loro sacrosanto diritto a diventare una persona di successo sono letteralmente le migliori. Devono combattere di più, e non si tirano indietro. Spesso lo si vede anche nelle ragazze giovani: ad una gara di corsa, un’adolescente di origini arabe, vestita all’Occidentale ma con il velo, aveva una scintilla negli occhi che tutte le altre – e gli altri – non ci si avvicinavano minimamente.

131223_r24416-1200In Arabia, la gran parte dei disoccupati sono donne, e molte di queste (almeno la metà), hanno una laurea. Di recente, le aziende locali stanno iniziando ad introdurre le quote rosa, anche spinti da una crescente richiesta e necessità di indipendenza femminile.

L’asse USA – Saudi tra privilegi e malesseri

Fin dagli albori delle scoperte petrolifere, i rapporti tra Stati Uniti e Saudi sono stati stretti, con diverse modalità più o meno convenzionali.
Gli Americani hanno letteralmente fondato il Paese arabo, contribuendo alle scoperte del petrolio e allo sviluppo di un’organizzazione statale vicina agli standard Occidentali, con alterne fortune.
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Con la nazionalizzazione della compagnia petrolifera di Stato, nonostante la società non annoveri più esclusivamente Statunitensi tra i suoi dipendenti, inevitabilmente questi continuano a godere di diritti speciali.
Gli Americani sono un popolo curioso: credono e pretendono vantaggi che gli sono quasi sempre dovuti, ma partono dalle motivazioni sbagliate. Hanno accesso al camp più grande, con più servizi e nella miglior location, ma avendo la memoria corta e un’allergia alla storia ne dimenticano il vero motivo –  i loro predecessori hanno trovato il petrolio saudita. Loro credono che sia esclusivamente perché sono Americani, come se il passaporto statunitense fosse una bacchetta magica.
1283418_770x443Spesso questo loro senso di superiorità li porta ad isolarsi tra loro: non proferiscono parola se non tra connazionali, organizzano eventi tra le mura delle loro case con selezione all’ingresso – manca solo un cartello “mostrare il passaporto please!“, fino al non uscire dal camp e vivere in una bolla credendo di stare in Texas.
L’elezione del nuovo presidente ha confermato questa loro inclinazione nazionalista: al di là della opinabile scelta del vincitore, molti hanno gioito, senza considerare l’ostilità della nuova amministrazione verso i Paesi musulmani – all’interno della loro casa con piscina hanno finito per dimenticarsi che l’Arabia Saudita non è un Paese musulmano, è IL Paese musulmano.
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Il principe ereditario Saud con il presidente Henry Truman alla Casa Bianca, 1947

Il re e vari altri principi arabi si sono congratulati con Trump per la sua vittoria, senza dimenticare di ricordargli dei buoni rapporti che intercorrono da sempre tra i due Stati: in passato, i presidenti americani in visita al Paese venivano ospitati all’interno di quel camp dove ora si barricano i cittadini statunitensi – con successo, il muro costruitogli intorno ben li separa da locali ostili(?). Sarà interessante vedere se gli interessi economici prevarranno sugli slogan elettorali.