Saudi’s anatomy: episodio 1

L’Arabia Saudita non è un Paese per turisti (e nemmeno per vecchi: prossimamente su questi schermi).
I visti che si possono ottenere per varcare i confini possono appartenere essenzialmente a due categorie: i visti per lavoro, e quelli per i vari eventi legati alla fede musulmana. Si può ottenere un permesso di “turismo”, ma è complicato e poco comune (e forse non ne vale nemmeno la pena).

Detto ciò, non è che ottenere un visto di lavoro sia poi tanto semplice, necessita di uno sponsor locale (l’azienda che ti assume) e, se si prevede di restare sul territorio per più di 3 mesi, bisogna fare richiesta in loco per l’equivalente del permesso di soggiorno.
Per ottenerlo, ci si sottopone al prelievo del sangue, e questo fatto porta l’espatriato (nella fattispecie, noi) ad approcciarsi al sistema sanitario locale piuttosto presto.
Le aziende solitamente garantiscono agli expat con professionalità elevata l’accesso al sistema privato di cliniche, in gran numero sul territorio, che, neanche a dirlo, pescano anche in questo dal bacino di esperienza Made in USA.

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L’aspetto assolutamente più assurdo è che, qualunque sia il motivo di visita alla clinica, ti viene misurata la temperatura, il battito cardiaco, la pressione, oltre al controllo del peso: l’esperienza mi fa dire che è ugualmente avvilente in ogni parte del mondo.
Per chiarezza, si viene sottoposti a tutto questo iter anche se si passa da lì a ritirare un documento: sarà che gli scrupoli, quando si tratta di salute, non sono mai abbastanza. Ma risulta comunque leggermente esagerato.

Come in tutti i luoghi pubblici del Regno, le sale d’aspetto sono scrupolosamente divise per sesso, e sono densamente popolate di persone locali, il che dà l’occasione di comprendere le varie tipologie di velature delle donne saudite. In compenso, tra il personale, molti provengono dal sud est asiatico, soprattutto indiani e filippini. Insomma: è multiculturale anche l’ospedale.
Tra le infermiere però alcune sono arabe e indossano velo e niqab (che permette di coprire anche il viso): è un’abbinata davvero curiosa che non pensavo fosse così diffusa. A questo proposito, vi consigliamo un film che tratta anche questo tema: La bicicletta verde. Se volete capire un po’ di più questo strano mondo, è quello che fa per voi.

Ma il vero punto che farà strabuzzare gli occhi a tutti gli Italians che malcapitatamente sono costretti ad usufruire degli ospedali del Bel Paese è legato al sistema di prenotazione e gestione degli appuntamenti: niente omino scorbutico che ti insulta se chiedi informazioni, niente rimpalli da un posto ad un altro, nessun bisogno di armi pesanti e minacce per ottenere un esame prima di 10 anni da oggi.
Si espone il problema, si ottiene una risposta razionale, e si prenota, entro la settimana. Ma c’è di più: nel nostro caso specifico, il sistema sanitario fa capo al sistema interno che gestisce ogni aspetto della vita expat, per cui si ricevono in tempo reale i dettagli della prenotazione via mail (siamo in mezzo al deserto ma qui si comunica così, non con i fax). E ti si crea automaticamente sul cellulare l’appuntamento. Quindi ora ditemi: la cosa che più ci invidiate resta sempre il fatto che anche in inverno si può andare in una piscina scoperta?!

Benvenuti al Sud

Dopo qualche mese di (trepidante) attesa, ho avuto finalmente in mano il mio caro passaporto con una nuova pagina occupata da un bel visto scritto in arabo (in arabo sul serio, non nel senso che non si capisce cosa ci sia scritto. Cosa dica resta comunque un mistero, almeno al momento!). La certezza è solo una: sono arrivata in Saudi!

Andare via dal proprio Paese per approdare in un altro più lontano (in tutti i sensi) non è cosa di tutti i giorni: in tanti ci invidiano, ma alla fine il viaggio e l’avventura rimangono affari nostri.

Emigrare in Italia non è cosa nuova, ma alcune delle caratteristiche che mi vengono in mente pensando a questo fenomeno, per noi sono proprio invertite.

In particolare, 1) noi non siamo venuti “su”, ma andati “giù” e, per quanto riguarda me, 2) non sono approdata in un Paese dove le condizioni di libertà e le occasioni lavorative siano migliorative. In questo secondo caso non ho certo intenzione di lamentarmi per cosa mi aspetta, voglio andare a parare da un’altra parte.

Se fossi dovuta partire per Londra, New York, Sidney o, che ne so, Stoccolma, avrei avuto meno incertezze. Dovendo arrivare in un Paese dove le donne non godono di particolare stima e tantomeno di indipendenza, mi sono ritrovata a:

  • Riconsiderare la sfacciatezza (non esiste in italiano, ma avete di sicuro capito) di tutti i miei vestiti, in particolare di quelli estivi
  • Fare discorsi sui massimi sistemi riguardo ‘sta abaya, il soprabito obbligatorio per poter girare senza rischi nel Kingdom: ne ho presa una su eBay per star tranquilla, già vi dico che sembro un sacco della spazzatura.
  • Riflettere sul volume dei miei capelli: mi basta un pizzico di umidità e divento una belva. Selvatica. Ingestibile. Ingombrante. E di sicuro che attira l’attenzione: in Saudi le donne vanno in giro velate, rendiamocene conto. Aiuto.

 
I miei bagagli sono quindi stati una sfida per gli abiti, ma pure per il resto non hanno scherzato.

A Milano chi arriva dal Sud viene chiamato terrone, più o meno affettuosamente (non si accettano commenti in merito: nel nostro caso lo diciamo con un sincero sorriso sulle labbra). Gli amici terroni sono invece soliti chiamare noi del Norde ovviamente “polentoni”. Ma in fin dei conti, nel nostro caso siamo terroni al verso contrario: riempiendo le valigie mi sono sentita come la mia cara amica campana che portava “su” chili di mozzarelle di bufala con sé ogni qual volta le capitasse di tornare a Casa.

Fatemi spendere qualche parola sul contenuto scandaloso delle mie: la mozzarella di bufala ovviamente non c’era, ma al posto suo dell’ottima fontina, due tipi di pecorino, 3 chili di parmigiano e qualche altro latticino delizioso. Non rivelerò nemmeno sotto tortura il peso che hanno raggiunto, ne la percentuale di cibo sul totale delle cose portate. Sappiate solo che non ho certezza di potermi cambiare molte volte senza dover fare una lavatrice, e che ho puntato tutto sul fatto che in Arabia non fa troppo freddo. Ma poi nel caso potete comunque stare tranquilli, abbiamo scorte di polenta fino al prossimo rientro!

Ndr: i formaggi sono arrivati sani e salvi, ma la bottiglia d’olivo evo ha destato sospetti ai controlli sauditi dato che sembrava vino, ma si sono fidati della mia parola. Sul freddo invece andrebbe aperto un capitolo a parte: sono arrivata portando con me la pioggia milanese e vi assicuro che avrei evitato volentieri. Al momento, non ho ancora avvistato il sole: appena lo vedo vi faccio sapere!

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La regola del CALCIO ovvero: i vantaggi di essere italiani in Arabia Saudita

Avviso per tutti: il post e’ un po’ lungo, ma ci avevo preso gusto! Se vi annoiate potete subito saltare al POST SCRIPTUM.

Saudi soccer

Quello che sto imparando dalle mie chiacchierate sempre più frequenti con amici e colleghi euroamericani qui in Saudi è che il mondo ci vede sotto due lenti: la prima è quella dell’italiano del governo Bunga-Bunga (l’ho sentito pronunciare Bonga-Bonga – forse in onore di Borghezio, o Binga-Binga – forse per il fascino italico verso i giochi d’azzardo), l’italiano dei film sulla mafia, tendenzialmente insincero e cronicamente in ritardo. Insomma, un mix che contiene alcuni dei principali motivi che ci hanno spinto ad andarcene. C’è però una seconda categoria di “stereotipi” italiani che ci viene universalmente riconosciuta: l’allegria sopra le righe, la simpatia nel gesticolare, la giusta flessibilità nell’affrontare i problemi, il buon gusto nel vestire, la cura nel cucinare.

So che non sarò originale, però alcune riflessioni che avevo letto sull’italiano all’estero le sto sperimentando in prima persona ed in effetti è una cosa che solo chi vive fuori dal Belpaese può capire: tutti lasciano l’Italia col cuore appesantito dall’amarezza e dal senso di sconfitta per non essere riusciti a cambiare le cose – quasi vergognandosi di appartenere alla comunità italiana; però una volta all’estero ci si scopre fieri di essere italiani.

Volete sapere le sei qualità (più una) che permettono ad un italiano di integrarsi meglio e con più efficacia in qualsiasi paese nel mondo? Eccovi accontentati: è la mia personale regola del CALCIO.

Creatività. Lo so che è un termine abusato, ma non avete idea di come il livello medio della creatività degli altri paesi (specialmente quelli anglosassoni) sia mediocre: basta uscirsene con un’ideuzza anche stiracchiata e questi cadono dalle nuvole e allargano un sorriso escalamando che non ci avevano pensato. Ebbravi noi!

Arabo. Certo, il discorso vale principalmente in questa zona del mondo, però essere gli arabi dell’Europa agevola molto: scarso rispetto delle procedure, elevata attenzione alle relazioni interpersonali, furbizia intesa come un valore… insomma con i sauditi ci intendiamo benissimo e sappiamo toccare le corde giuste quando c’è bisogno di bypassare una regola!

Loquace. In media, si sa, gli italiani parlano un inglese scarso. Ma questo non ci impedisce di chiacchierare con tutti e ottenere in cambio delle ottime imitazioni dei nostri colleghi madrelingue!

Cibo. Probabilmente uno degli argomenti maggiormente utilizzati per iniziare una nuova conoscenza. Il punto è che gli altri (tranne forse i francesi) non considerano la qualità del cibo come una componente importante della qualità della vita. Qualche esempio: per gli indonesiani, il cibo deve essere piccante (e BASTA!), per gli inglesi deve essere efficiente (inteso come rapido da mangiare), per gli americani deve essere gustoso (non importa quanto sia dannoso per la salute). Quando scoprono che il cibo può avere anche un mix di sapori che lo rente delizioso, bè… trovano il paradiso!

Internazionale. Gli italiani (non tutti – ma molti di quelli che emigrano) hanno autentica curiosità per il diverso: sarà che arriviamo da una terra dove il nord è diverso dal sud che è diverso dall’est, però sappiamo che ciascun paese ha le sue differenze e cerchiamo di rispettarle e di comprenderle. Altri, ancora una volta gli anglosassoni in primis, cercano di replicare il loro modello mentale in una realtà che funziona all’opposto, con incomprensioni enormi.

Orgoglioso. Ve lo dicevo in precedenza: una volta usciti dall’Italia, si ritorna ciclicamente a parlarne: per quel monumento che ricorda quello della propria città, per le tradizioni millenarie della famiglia mai scalfite dal tempo o per il verde brillante che qui nel deserto si può solo immaginare con gli occhi della memoria.

Infine, ce n’è una settima, ed è proprio il CALCIO: non c’è mai conversazione con un saudita che non inizi con un analitico resoconto degli ultimi risultati del campionato italiano. E io che non ne so niente mi limito ad annuire e confermare le sue opinioni: forse essere italiani è anche questo..!

POST SCRIPTUM. Se siete arrivati in fondo all’articolo – ma anche se avete saltato la lettura – vi meritate questa notizia: da domani anche Valentina sarà qui con me in Arabia Saudita!

Sulle tavole dell’America Saudita

Forse i più fedeli ricorderanno la mia intenzione di raccontare le numerose analogie che esistono tra Saudiland e lo imperio americano. Per chi si fosse scordato le analogie automobilistiche qui trova qualche parola al riguardo (tra l’altro è ormai passato più di un mese dal post: il tempo vola quando ci si diverte!).

È inevitabile che un paese da 80 anni sotto l’ingombrante influenza americana abbia assorbito gli usi e i costumi culinari degli States, anche se a prima vista potrebbe non essere così scontato. Le rigorose leggi islamiche che vietano il maiale in tutte le sue gustose forme e che impongono la macellazione islamica per ogni tipologia di carne avrebbero potuto impedire una completa diffusione delle cicciose delizie americane. Avrebbero potuto, ma non è bastato.

Sicuramente uno degli immaginari comuni è che l’Arabia pulluli di kebabbari o di posti dove mangiare capretti e humus a tutte le ore; non vi nascondo che questa fosse una delle mie convinzioni finché nell’illustrativo video aziendale giunto a casa nei giorni in cui dovevo decidere se trasferirmi qui non si illustrasse che la realtà è ben diversa: Mc Donald’s (che servono il Mc Arabia), Pizza Hut o KFC si trovano più o meno con la stessa frequenza che a casa nostra. Per non parlare di quelle succulente ciambelle colorate e ipercaloriche che la mia generazione conosce bene perché erano lo spuntino preferito del commissario Winchester dei Simpson.

Ciambelle con commissario

Le somiglianze non finiscono certo qui: come in ogni ristorante americano che si rispetti, al cameriere bisogna lasciare una mancia proporzionale alla cordialità del servizio. In Saudi la professione è sostanzialmente esercitata ad alti livelli dai Filippini (che parlano un ottimo inglese – anche se dall’accento inizialmente incomprensibile) e a medio bassi livelli dagli Indiani (che a volte sorridono senza capire le tue richieste e ti portano a tavola un cibo che capisci essere piccante solo sfiorando il piatto con la mano): per questo, la mancia serve anche a ripartire in minima parte il benessere degli expat occidentali verso coloro che ricevono invece uno stipendio assai modesto. Il ringraziamento che esprimono i loro occhi è spesso la giusta cordialità che il cliente riceve all’uscita.

Vogliamo poi parlare delle schifezze che si possono mangiare a colazione? Waffle con sciroppo d’acero, pancake, omelette e sudiciumi vari sono la migliore espressione della continental breakfast, forse più di stampo british che americano. Unico assente: il bacon!

Colazione

Infine, una piccola curiosità che avevo notato solo in America (non so se qualcuno può confermare o no): è solo lì infatti che servono i drink con la cannuccia con l’estremità ancora avvolta dalla carta protettiva.. A me sembra la classica paranoia igienista americana, chissà come ha fatto ad arrivare fin quaggiù!!

Cannuccia