La classifica dei 5 mezzi di trasporto piu’ cool con cui muoversi in Saudi

Ho gia’ avuto occasione di parlare di mezzi di trasporto in precedenza (questo il post), perche’ appena arrivato mi aveva colpito l’assoluto copia-e-incolla nel Kingdom della viabilita’ americana, dalla segnaletica alla cilindrata delle auto. Rimanendo sul tema, quella che segue e’ una graduatoria sui mezzi piu’ affascinanti scoperti in Saudi.

5# Posizione: il bus tedesco prelevato nottetempo cui non sono neanche riusciti a smontare la targa originale

Armato di passamontagna a quadrettoni e sandalo, il Saudita si intrufola in un’antica rimessa di Monaco per impossessarsi dei suoi preziosi tesori: pullman Volvo degli anni ’80, con motore opportunamente fuso dopo gli oltre 800.000 Km percorsi, fiancata scassata e aria condizionata traballante. Il veicolo servira’ come mezzo di trasporto per i poveri bangla impiegati nel settore delle costruzioni.

bus tedesco

Un grazie a Camel Crossing cui ho preso in prestito la foto!

 

4# Posizione: il veicolo desert-proof (con shampoo)

Il sagace arabo ne sa una piu’ de lo dimonio quando si tratta di affrontare il deserto e le sue insidie, come ad esempio la fastidiosa sabbia che soffiata dai forti venti nordici potrebbe scrostare la preziosa carrozzeria leopardata del veicolo. Ecco che, in sosta alla prima stazione di servizio utile, si arma di bagnoschiuma Johnson&Johnson e con fare certosino ricopre l’intero frontale di prezioso liquido, fino a farne uno schiumoso schermo protettivo anti sabbia indistruttibile. Be’, certo, l’estetica ne risentira’, ma vuoi mettere la gradevole sensazione di muschio bianco?

Car dusting

 

3# Posizione: il mezzo da tamarro DOC

Che sia un mega pick-up, un trattore o un veicolo da corsa opportunamene  truccato alla Fast and Furious, non importa. Le uniche condizioni sono:

  • fare (al massimo) i due chilometri con un litro
  • possedere delle potenti luci fluo, meglio se verdi. In alternativa, essere avvolto dalle luci di Natale che qui vanno per la maggiore… a parte il Natale, s’intende
  • avere tatuato sul lunotto posteriore bandiera Saudi con sciabolone

Tamarro

LuciNatale
2# Posizione: il catali’-cammello

Ecologico, ottimo soprammobile per la tenda del deserto, tradizionale: inconcepibile per il Saudi moderno, si dimostra eccellente da regalare al nonno, che condivide con il simpatico animale tutte e tre le condizioni sopra riportate.

Catalicammello
1# Posizione: Ferrari Golf-Cart

Per l’expat che vuole scorrazzare nei compound attirandosi invidie di colleghi, amici e nemici non basta il gippone rinforzato, ne’ la Porsche Panamera di qualche ex banchiere votatosi al deserto.. ci vuole qualcosa di piu’. Non serve saper giocare a golf, ma e’ necessaria avere la passione per il bricolages ed aver visto tutte le puntate di “Pimp my ride” (feat. il rapper Xzibit). Un tocco di vernice qui, uno stemma col cavallino la’, ed ecco pronto il mezzo semovente piu’ figo del Kingdom!

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Per me è arabo!

Segnale arabo

Tanti lo hanno pensato della matematica, ma nell’immaginario comune in generale la lingua araba è risaputo essere ostica. Per dirla in altro modo, l’arabo è ostrogoto, e noi non possiamo che confermarlo.

Si tratta di una lingua completamente diversa dalla radice latina alla quale facciamo appiglio quando ci troviamo a dover imparare lo spagnolo o il francese, ma anche con altre lingue europee (come il sempreverde inglese) condividiamo quanto meno l’alfabeto. Con l’arabo niente di tutto ciò accade: si utilizza un alfabeto diverso, composto da 28 lettere che presentano, ognuna, una diversa forma a seconda che si trovino ad inizio, centro o fine parola. Ma l’aspetto che personalmente rende la faccenda un pasticciaccio è la scrittura da destra verso sinistra che complica irrimediabilmente le cose. Tra l’altro, non sempre è valida questa regola: i numeri si scrivono da sinistra a destra (e già vi ho parlato del fatto che non si usano i numeri che noi definiamo arabi, ma quelli indiani).

Se credete che fin qui sia stata convincente sulla difficoltà di apprendimento di questa lingua (se mai ce ne fosse stato bisogno), devo svelarvi che avete letto della sola parte facile del processo.

Il difficile subentra quando bisogna imparare, o meglio memorizzare, i vari termini arabi. Come si dirà mai “gatto“? E “il gatto è sul tavolo“?! The cat is on the table perdinci! È la frase classica per eccellenza che bisogna conoscere in ogni declinazione linguistica!

La sintassi e la grammatica, poi, sono fuori da ogni logica conosciuta: l’aggettivo possessivo e il genere vanno a finire come suffissi alla fine del sostantivo, mentre i verbi si coniugano aggiungendo un prefisso a seconda della persona e un suffisso per il genere. Il tutto scrivendo con lettere sconosciute, al contrario, saltando su un piede e tenendo in equilibrio una palla sul naso.

Alfabeto-arabo

Non vi sembra sufficiente? Bene, perché non è finita qui. Le lettere dell’alfabeto arabo non hanno una corrispondenza precisa con l’alfabeto latino, per cui alcune delle nostre consonanti non esistono: la V diventa una F di default, la C non è contemplata e magari si usa la K, la P viene sostituita dalla simile B. Ecco perché i nostri amici pizzaioli egizi dicono “bizza” al posto di “pizza”! Li abbiamo presi in giro per anni per questo – ma poi tornavamo sempre da loro, sono i migliori!
Le vocali meritano un capitolo a parte: ancora non è chiaro se esistano. Quelle che paiono tali hanno poi un suono gutturale che non riusciamo nemmeno a riprodurre tanto è diverso il modo stesso di parlare.

Concluderei l’intrigante immagine di caos completo aggiungendo che ogni Nazione dell’area, poi, abbia una sua versione dei fatti. Pareva inizialmente che ci fossero due ceppi principali di Arabo: quello egiziano – più diffuso nel nord dell’Africa- e quello siriano/giordano – di dominio del Medio Oriente. Ad oggi, però, mi pare che nessuno sia d’accordo con gli altri, ma ognuno parli la sua sorta di dialetto che rappresenta in ogni singola occasione la versione ufficiale della lingua. È un po’ come succede in Italia: ogni regione ha il suo accento, e si finisce con valdostani e trapanesi che non si capiscono.

Ma a che punto siamo noi in questo panorama intricato? Sappiamo salutare con cordialità, contare da 1 a 100, chiedere l’ora,  enunciare i nomi dei colori, scrivere e riconoscere le lettere. Conosciamo le parole “gatto“, “sopra” e “tavolo“, ma non abbiamo idea di come combinarle insieme: vi faremo sapere quando riusciremo a comporre una frase di senso compiuto.

La dieta medioterranea

Spaghetti Middle East

D’estate si parla sempre di diete che come unico risultato fanno riemergere i soliti maghi del niente. Premettendo che la mia filosofia di vita e’ lavorare piu dal lato delle uscite (si legga: massimizzare l’esercizio fisico) che delle entrate, val la pena capire come funzionano le cose qui nel Regno Magico.

Sul lato delle uscite me la cavo con poche righe: tutto dipende esclusivamente dalla forza di volonta’ del singolo, di certo gli strumenti non mancano. All’interno del camp si trova ogni genere di sport con un fattore in piu’: la variabile tempo e’ irrilevante, dato che non piove mai (in 11 mesi, stando abbondanti, ho contato circa 10 giorni di pioggia – il 3% del totale). Per i tre mesi caldissimi piscina, mare e luoghi chiusi sono sufficienti, mentre il resto dell’anno si puo’ vivere all’aperto. Vi piace uno sport? Qui lo trovate – tennis, pallavolo, calcio, windsurf.. you name it.

Sul lato delle entrate la situazione e’ piu’ complessa: vi abbiamo piu’ volte raccontato come la cultura culinaria sia stata importata paro-paro dagli States, in termini di qualita’ (qui) e di quantita’ (qui). La domanda a cui vorrei rispondere oggi e’ un’altra: e’ possibile mangiare sano in Saudi? Purtroppo la conclusione cui sono giunto e’ un desolante “nonostante tutto, no”.

Partiamo da un vantaggio non indifferente: non poter bere alcolici significa evitare le calorie associate a birre, vini, grappe; e – credetemi – e’ un fattore da non sottovalutare. Certo, uno puo’ annaffiarsi di tutte le bevande gasate del mondo (e di certo qui non mancano, mai provato l’aranciata Mirinda?), ma in parallelo esistono dei succhi di frutta eccellenti: dal melograno (uno dei miei preferiti), al kiwi-e-limone, dall’ottima limonata con la menta (il vero marchio di fabbrica della zona) fino al piu’ oscuro frutta mista (non ho ancora riconosciuto tutti i gusti presentati nell’etichetta).

Juices

Un altro aspetto positivo: il pane e’ quello azzimo che conosciamo, non ingrassa cosi’ come il nostro e se ne mangia meno.

Il problema e’ che la lista finisce qui: tra i cibi tipici, dominati dalla cucina libanese, l’hummus e’ un’ottima crema a base di ceci eccellente come antipasto ma ricca in calorie; il pollo grigliato e’ saporito e ben speziato ma poi accompagnato con mezzo chilo di riso; dei succulenti datteri grondanti zuccheri vogliamo parlarne? Meglio di no. Anche le insalatone miste sono tutto fuorche’ salutari foglie verdi: la parola e’ di solito associata a pasta, tonno, bruschette (!), salse di melanzane varie.

hummus

dates

Rifugiarsi in corner con la nostra cucina domestica e’ spesso l’unica soluzione: il successo del basilico coltivato nel giardino di casa ci ha permesso di vivere di rendita di pesto per diversi mesi e, presa a piccole dosi, una bella pasta salva sempre la panza. Farsi una grigliata ogni tanto non so se e’ salutare, ma dato che manca il maiale e gli insaccati rimane solo pollo marinato e poco altro (ok, forse gli hamburger non sono in cima alla scala del benessere, ma si badi che scegliamo sempre carne magra..!)

Fatto sta che pur volendo fare lo slalom di fast food che neanche Alberto Tomba, alla fine il saldo netto e’ un faticoso pedalare in palestra per mantenere una forma in progressivo miglioramento. Fossimo in Italia (e meno golosi) io e Vale saremmo gia’ dei modelli!

Prendi l’arte e mettila da parte: movimenti artistici d’Arabia

Oltre al primato in termini di riserve petrolifere, forse vi stupirà sapere che l’Arabia Saudita detiene un primato positivo anche sulla scena artistica.

In termini di produzione, l’arte araba in generale si è sempre concentrata sulla decorazione del Corano, con rigorosa assenza di raffigurazioni di persone o divinità, e sulla calligrafia. Se vi capita di passare da Doha fate un salto al museo d’arte islamica, vera icona di quello che è l’arte storica dell’area mediorientale e la sua visione odierna: uno splendido contenitore moderno – che per altro fa comunque l’occhiolino alla tradizione ricordando una donna velata, che da queste parti la fa da padrone – con un contenuto che difficilmente incontra le aspettative europee. Disegni, libri illustrati e poco più, anche se in compenso sulla decorazione geometrica hanno molto da dire (fateci comunque un giro, si gode di una vista splendida sulla baia, ci si rinfresca quando fuori da caldo – cioè spesso – e poi è gratis).

Museum Islamic Art

Gli Emirati, in particolare Abu Dhabi, stanno invece puntando molto sull’arte moderna e contemporanea Occidentale. Apriranno, nei prossimi anni (e qui funziona così, detto e fatto) il Louvre Abu Dhabi e un Guggenheim, tanto per gradire. Qualcosa di Orientale ci sarà dentro, ma non mi sembra nemmeno troppo velato l’obiettivo di portare nell’area i grandi classici Europei e Americani (tipo gli impressionisti o Picasso, per intenderci).

Vi verrà da pensare che per forza si aprono un museo sui movimenti artistici occidentali, cosa vuoi che ci sia di così interessante nella produzione locale?

Ed ecco che qui entrano i nostri Saudi! Mentre in Occidente l’arte contemporanea scade nell’autocelebrazione o nell’assoluta mancanza di qualcosa che la renda interessante e comprensibile, in Arabia Saudita una generazione di giovani artisti si sta facendo largo nel panorama internazionale. Da una parte, sono il “braccio” – talvolta anche il volto – di uno Stato che sta cambiando, e che ha sbirciato fuori dai suoi confini nazionali scoprendo che tutto quello che pensavano fosse il Mondo, in realtà ne era solo una piccola parte, e che per giunta andava nel senso opposto.

Di questo gruppo, molti sono donne. Un motivo oggettivo è legato al sistema scolastico mediorientale, che divide i suoi studenti tra chi è genio e farà l’ingegnere, e chi è meno genio e si darà alla leggerezza (quanto meno in termini di utilità) delle arti. Ma sono piuttosto convinta che si tratti anche di un modo efficace e piuttosto velato (non voleva essere una battuta sull’abaya) di farsi sentire, anche con un filo di protesta – affare non semplice vivendo sotto una monarchia che definirei totalitaria, e noi in Europa ne sappiamo qualcosa.

Questi artisti si sono riuniti sotto il progetto “Edge of Arabia“, che nel 2009 è arrivato alla Biennale di Venezia riscuotendo un ottimo successo. Manal al Dowayan è l’artista che preferisco e ho scoperto essere nata e cresciuta proprio nel villaggio occidentale più grande della zona dove viviamo, oltre ad aver lavorato per l’azienda petrolifera saudita per oltre 10 anni. Trovate, sempre a Doha (al Mataf), una delle sue opere più riuscite.
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Un’altra tendenza interessante è quella dei calligraffiti, ovvero i graffiti in calligrafia. Anche in questo caso, e’ un ragazzo Saudita che la fa da padrone.
melbourneSe ricordate bene, pero’, vi avevo già mostrato qualcosa di suo in passato, senza rendermene conto. Che dite, dejavu?!

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A Jeddah, dal 2013, è stata creata la Jeddah Art Week, che è occasione di mostrare in un evento unico i progressi e le novità del fervente panorama artistico del Medio Oriente, proprio nella città che più di tutte nel Kingdom è definibile come progressista, essendo stata la porta di ingresso, per secoli, in Arabia.

Vi ho tediato a sufficienza con voli pindarici sull’importanza socio culturale dell’arte in Medio Oriente? Bene. Ora vi farà piacere sapere che, al di là di qualunque osservazione metafisica sulla pregnanza dell’arte, le opere di questi artisti valgono qualcosa. Nell’asta che si è tenuta a Doha lo scorso anno, organizzata da niente popò di meno che Sotheby’s, ne sono state vendute diverse, in media, per una cifra molto più alta di quella stimata. Parlando in soldoni, opere stimate tra i 100.000 e i 150.000 dollari hanno largamente superato i 300.000.

Insomma, se vi regalano un quadro tutto strano firmato da un artista dal nome arabeggigante, marcatelo pure come uno schifo, ma lasciate aperta la mente, e – perché no – fate una chiamata a Sotheby’s. Non si sa mai!

Vita in rifugio (un racconto ispirato all’Arabia)

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Raccontare l’Arabia e’ difficile. Non perche’ manchino le cose da dire – l’avrete notato anche voi! – ma perche’ il punto di partenza, quello italiano, e’ molto distante. Chiedete ad un astronauta di raccontarvi la sua missione sulla luna: ci provera’, descrivera’ le sue emozioni, ma nulla sara’ davvero percepito come reale, perche’ e’ troppo diverso dalla nostra realta’ (gia’ me lo immagino che illustra la sensazione dell’assenza di gravita’; un conto e’ viverla, un altro sentirselo raccontare).

Oggi vorrei provare a decontestualizzare la vita in Saudi, raccontando con un parallelismo in territorio italiano quella che e’ la nostra esperienza. E’ un esperimento, quindi non so se la narrativa tiene, ma mi e’ sembrato un buon esempio.

E’ il tramonto, e la luce si riflette sui ghiacci con le sue sfumatore arancioni. Guardo gli scherzi del sole sulla superficie trasparente anche oggi, l’ho fatto spesso negli ultimi dieci mesi. Si dice che ci si abitua a tutto, ma forse non al freddo penetrante che arriva ad ottobre e fino a gennaio non fa che peggiorare. Da’ una nuova prospettiva: dentro, al caldo, tutto sembra guadagnato, compresa la possibilita’ di togliersi gli abiti pesanti che fuori sono vitali.

Dopo tutto vivo a 4.000 metri, nel rifugio piu’ elegante, tecnologico e accessoriato d’Europa: 20 camere per gli ospiti, palestra e ristorante. Non basta: l’anno scorso hanno aggiunto anche la piscina e sauna indoor e stanno costruendo un campo da basket: dicono che se riesci ad allenarti qui puoi spaccare il mondo, e io gli credo.

A fare gli ospiti si vive comodi: il personale e’ tutto a disposizione mia, di mia moglie e dei pochi altri colleghi. Quasi non ci credevo quando ho ricevuto l’offerta: studiare il piu’ famoso ghiacciaio del mondo dopo aver guardato tutti questi anni ghiacciai da lontano, su carta o davanti al monitor del pc? Ma questo e’ un sogno che si avvera!

La mia giornata di lavoro tipo non dura piu’ delle canoniche otto ore, e poi ogni sera ci godiamo quanto offre il panorama e il rifugio: siamo in forma, ci godiamo la piscina, la sera spesso giochiamo a qualche gioco in scatola – il mio preferito si chiama white hot ed e’ una competizione tra alpinisti per conquistare le cime piu’ ambite migliorando il proprio equipaggiamento in base ai risultati delle competizioni precedenti. Tra colleghi si respira un clima goliardico, e anche mia moglie riesce a godersi i suoi passatempi.

Intendiamoci, non tutto e’ perfetto: il ristorante serve un numero limitato di pasti, in base alle consegne dell’elicottero, e molte cose semplicemente non si trovano. Avete presente il succo all’arancia? Qui non esiste. Per non parlare del salmone, il controfiletto di manzo ed il prosciutto (il prosciutto manca sempre, ndMatteo). Valentina poi deve vestirsi sempre con abiti arancione, per essere riconoscibile sul ghiaccio. In realta’ non ci manca niente, e quello che non abbiamo possiamo trovarlo a due ore di camminata piu’ a sud, dove c’e’ il comprensorio sciistico piu’ esteso d’Europa. Li’ tutto e’ moderno ed esagerato: pensate che c’e’ un centro commerciale dove all’interno si puo’ fare windsurf, con una piscina con le onde! Ci andiamo spesso, da Milano sarebbero 7 ore in auto, ma per noi e’ ottimo per il weekend e, anche se un po’ costoso, possiamo ammazzarci di succo all’arancia – lo stipendio che prendo e’ molto buono. E’ uno stile di vita che piacerebbe a tutti? Non lo credo affatto: nel rifugio non c’e’ la discoteca, per i miei colleghi senza famiglia la vita puo’ apparire noiosa, ma abbiamo scelto noi questo posto, consapevoli della sua radicalita’, ma anche delle amenita’ uniche nel suo genere – compreso l’acquisto di una motoslitta che ci permette di girare in lungo e largo sui ghiacci e andare a visitare i colleghi negli altri rifugi. E comunque con 50 giorni di ferie all’anno possiamo andare dove ci pare.

La sera, quando io e Valentina al tramonto ci ritroviamo a fare il bilancio della giornata, ci diciamo quanto siamo fortunati. E il futuro ci appare piu’ luminoso, come quei raggi di sole sul bianco della neve.