La questione maschile in Saudi

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In Arabia non ci sara’, ma da altre parti la parita’ di sesso esiste (pur con diverse sfumature, mentre qui nel Kingdom sono molto chiari: assoluta’ imparita’), ecco perche’ dopo le due puntate di Valentina sulla donna, vorrei spenderne una sull’uomo – e scusate per il trattamento non paritario, ma magari ci sara’ spazio anche per una seconda.

In quanto expat, la vita dell’uomo non potrebbe essere piu’ comoda: mi vesto come voglio – anche se una volta mi hanno rimbalzato all’ingresso di un mall perche’ indossavo i pantaloncini corti, possono guidare un gippone che in Italia neanche e’ in vendita, nessuno mi fissa in modo strano; insomma, non e’ certo per la qualita’ della vita maschile che uno scappa da Saudi – anche se c’e’ chi lo fa per scarsita’ di presenza femminile e assoluta assenza di alcol.

La cosa che piu’ incuriosisce, ed e’ l’argomento di questo post, e’ cercare di capire come vive il genere maschile locale, i sauditi. Posso ritenermi fortunato: lavoro in un open space in cui la rappresentanza dei locali e’ elevata e – lasciatemelo dire – di grande qualita’. Sono ragazzi selezionati, che hanno studiato in universita’ americane che-noi-ce-le-sognamo, quasi tutti intellettualmente vivaci, con un inglese perfetto e un ottimo senso dell’umorismo. Se mai ho provato un senso di cameratismo e complicita’ in ambito di lavoro, e’ proprio la mia esperienza qui in Saudi. Giusto per completare il quadro, ho salutato qualche settimana il mio “collega di banco” (=quello che siete di fianco a me) partito per la Svizzera (la SVIZZERA, omammamia!): gliel’ho detto e lo penso ancora oggi, e’ stato il mio migliore compagno d’ufficio di sempre.

Grazie a loro, ho potuto conoscere l’Arabia senza filtri. Come direbbe uno statistico, non sono un campione rappresentativo della nazione (rappresentandone l’elite), ma ne sono un buon esempio in termini di cultura, valori e spirito.

Quello che si nota subito e’ il doppio binario tra fede musulmana (molta) e conoscenza della cultura occidentale (molta): capita di vederli pregare in ufficio, con il tappetino proprio davanti alla mia scrivania, ma allo stesso tempo amano il Mc Donald’s, Hollywood e il calcio – quest’ultimo lo seguono da veri esperti. Hanno due anime: una moderna e occidentalizzata, l’altra tradizionalista importata dalla famiglia. Capiscono che fuori dai confini la vita ha un sapore diverso (sara’ forse la carne di maiale!) e in un certo modo ambiscono a quello stile di vita, ma d’altra parte sperimentano forti pressioni familiari a rimanere ancorati ai valori trasmessi dai genitori. 

Men and women wait in separate lines to order at McDonald's in Riyadh's Faisaliah mall

Se ci si mostra genuinamente interessati, non hanno vergogna a raccontare come funzionano i matrimoni combinati (tutti i miei giovani colleghi hanno mogli attentamente selezionate dalle madri) o come il tradizionalismo famigliare si sviluppi in pieghe a noi inspiegabili. Il ruolo del capofamiglia e’ dominante, decide buona parte delle loro vite e anche da sposati molti riti sono ancora celebrati nella casa d’origine.

L’altro aspetto peculiare e’ la totale segregazione tra giovani colleghi uomini e donne. Non che abbiano pudore a parlare con le colleghe, semplicemente la loro vita sociale non ne prevede la presenza. Il pranzo – cui sono stato invitato diverse volte – e’ un appuntamento tutto al maschile, le opzioni non sono molte: si prende un panino o un tradizionale piatto di riso, in un posto frequentato da uomini, il tutto senza fronzoli. Nessuna conversazione gretta ne’ gratuitamente volgare, anche se a volte emerge un lato adolescenziale represso – anche tra adulti di una certa eta’ – che si nota da piccole cose da noi ormai dimenticate sui banchi del liceo. 

Ultimo tema e’ l’abbigliamento. Qui domina il paradosso: il thobe, l’abito tradizionale, in ufficio e’ da looser. Molto meglio un’occidentalissima camicia e pantaloni eleganti, che fuori si trasformano in maglie di calcio delle squadre preferite (quelle italiane sono ben rappresentate) con pantaloni a tre quarti – i pantaloncini appena sopra il ginocchio sono malvisti. L’unica eccezione cui non sgarrare riguarda gli appuntamenti religiosi, quelli famigliari ed i funerali: non vestirsi con gli abiti tradizionali e’ davvero imperdonabile, e un collega mi raccontava come uscendo di ufficio abbia preferito cambiarsi di fretta arrivando in ritardo piuttosto che attirare gli sguardi di tutti arrivando alla funzione senza gutra (la famosa “tovaglia”).

Sono sicuro che il mio punto di vista e’ incompleto, e ho diversi racconti di altri expat che hanno avuto vere esperienze con il saudita “medio” di tutt’altra levatura, ma finche’ il mio ufficio sara’ dominato da ragazzi svegli, curiosi e amichevoli, saro’ contento di imparare la cultura saudita attraverso di loro. Uno step alla volta, please!

10 indizi che fanno capire che fa caldo

1. La maniglia di metallo della porta d’ingresso o dell’auto sono roventi.

hyundai-i30-maniglia2. Uscire sudato dalla palestra e’ un toccasana: i 200 metri che separano da casa servono per asciugarsi via il sudore (questo e’ l’effetto del caldo secco).

3. Guidare qualsiasi mezzo di trasporto aperto (bici, pattini, i famosi golf cart) e’ impossibile: l’aria e’ talmente calda che ti brucia la pelle.

Golf_buggy4. Quando al mattino ore 5.40 ci sono 35 gradi dici: “Ebbe’ dai, oggi si sta bene!”

5. La fiera di chi indossa il cappello piu’ cool e’ nel suo pieno splendore. Si sa, sono le famose tendenze di moda estate-estate.

images6. C’e’ chi ha provato a trasformare la propria auto in un forno per cucinare biscotti. Con successo.

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7. Dal lavandino, non si nota la differenza tra acqua calda e acqua fredda.

8. Il tempo di autonomia di una passeggiata fuori e’ 8 minuti, quanto basta per raggiungere la mensa.

9. La suddetta porta d’ingresso, in legno, si e’ gonfiata talmente tanto che si apre solo prendendo una lunga rincorsa e lanciandocisi contro con foga (speriamo finisca presto o finiremo le spalle da usare come sfondamento)

10. Il giardiniere indo-pakistano, che nel freddo inverno saudita da 20 gradi C si veste con mille strati imbottiti, sciarpa di lana e paraorecchie, si aggira solo con una leggera tuta blu.

La mia grassa grossa spesa saudi

Pare che il 70% della popolazione saudita sia obesa, e la cosa, vi assicuro, non e’ difficile da credere.

Il sogno americano, che già in patria miete vittime in tema, e’ stato preso più che alla lettera e portato all’estremo.

Se potessero girovagare raminghi tra i i negozi dei centri commerciali comodamente seduti e serviti sarebbe il top (ancora non capisco perché non ci abbiano pensato), magari con un Big Mac in una mano e delle belle patatine fritte nell’altra.

Insomma, salutisti e dietologi qui potrebbero credere di essere in Paradiso visto il numero di potenziali clienti, ma in brevissimo tempo realizzerebbero che e’ l’Inferno: le buone pratiche e la cultura del cibo non sono proprio ben accette.

Da una parte il clima estivo e’ proibitivo e ammetto che sia difficile anche uscire di casa, stando in una sorta di forno perenne, e sembra essere irrilevante ai più che, al netto di 3 mesi davvero caldi (meta’ giugno – meta’ settembre), la temperatura per il resto dell’anno (che, se non erro, ammonta alla bellezza di 9 mesi, ma potrei sbagliarmi) e’ più che gradevole.

Ad onor del vero, la vita da compound circondati da espatriati Occidentali non e’ che dimostri tendenze diverse, ma questa e’ un’altra storia.

A seguire, per essere sicura che ci crediate, testimonianza fotografica di quanto sopra: ad ognuno le proprie dimensioni!

Activia ok copy

 

Baby ok copy

 

Phila ok copy

 

Pickels ok copy

 

E’ arrivato Ramadan

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Non e’ un mostriciattolo che spaventa i bambini (del tipo se fai il cattivo arriva Ramadan), ne’ un nuovo tipo di arma molto rumorosa (bam bam ramadan!). Bensi’, come tutti sanno, e’ il mese sacro della religione musulmana, quello col digiuno (incluso il bere) dall’alba al tramonto. E’ iniziato ormai da 10 giorni e sto imparando un sacco di cose che cerchero’ di raccontare nelle prossime righe.

1. La routine della giornata cambia per tutti, anche perche’ i musulmani lavorano part-time fino all’una di pomeriggio, ciascuno con una strategia ben precisa. 

Ne ho contate almeno tre diverse:

  • Il gattopardista (tutto cambia per rimanere uguale): cerca di mantenere le stesse abitudini di sempre, alzandosi e andando a letto al solito orario. La grande differenza e’ quella di alzarsi per la prima preghiera del mattino (qui in Saudi e’ intorno alle 3), fare una colazione abbondante e tornare a letto. Nel pomeriggio si trascina fino alle 18.30 quando arriva iftar (non e’ un virus pestilente, ma il momento al tramonto in cui si rompe il digiuno).
  • Il mundial (divano, birretta analcolica e abboffo libero): la fortuna ha voluto che i mondiali (notturni) di calcio coincidessero col Ramadan, creando il perfetto disincentivo ad andare a dormire. Il mundial rimane sveglio fino all’ultima partita della giornata, intorno alle 3, dorme giusto tre ore, si trascina in ufficio dove va in catalessi fino all’una, torna a casa, dorme fino ad iftar e vive la notte come se non ci fosse un domani. L’hanno visto per strada disperato nei giorni di pausa delle partite di calcio.
  • Il quandoposso (mangia prega dormi): lui si accontenta di dormire quando si puo’, in tutte le occasioni che gli si presentano. In ufficio e’ tutto sommato brillante, per il resto ogni occasione e’ buona per fare una delle tre cose concesse al momento. Se puo’ mangia, quando deve prega, per tutto il resto dorme.

2. Il deserto arriva anche in citta’.  Negozi, ristoranti, bar, Ikea.. tutto chiuso. Illegale tenere aperto un posto che serve il cibo prima di sera, improbabile trovare un luogo aperto di giorno – a parte qualche centro commerciale che lavora qualche ora nel pomeriggio prima di chiudere dalle 17 alle 21.

3. I pazzi con l’auto di moltiplicano. Se gia’ l’Arabia Saudita ha il triste primato di essere il paese al mondo piu’ mortale sulle strade, a Ramadan il rischio si moltiplica per due o tre. Specie il tardo pomeriggio, quando i musulmani sentono la fatica della giornata senza cibo ne’ acqua e cercano di guidare il piu’ veloce possibile per arrivare a casa.

4. Per gli expat la vita nel Kingdom diventa una noia mortale. Finora siamo stati molto positivi sulla nostra esperienza qui in Saudi, qualcuno direbbe anche troppo. Se c’e’ una cosa che al momento mi sta logorando e’ proprio la quotidianita’ del Ramandan: in ufficio non si puo’ bere, mangiare ne’ masticare una gomma di fronte ai colleghi musulmani, tutti i bar o ristoranti sono chiusi eccetto una mensa distante diversi minuti a piedi nella calura estiva. Usciti dall’ufficio, l’unico passatempo si trova nella piscina o nella palestra del compound – altro non c’e’. Nei weekend, gli ottimi brunch e ristoranti del salva-la-vita-Bahrain sono chiusi e a parte tentare la via dei costosi club privati ancora una volta l’unica alternativa e’ rifugiarsi a casa. Qui si contano i giorni che mancano alle vacanze in Italia (pochi).