Cose che esistono solo in Saudi

1- la benzina a 10 centesimi di euro al litro
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2- collutori senza alcol, che non sia mai qualcuno voglia ubriacarsi!
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3- i segnali vietato fumare con il simbolo della shisha
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Comunicazione di servizio:  Matteo e Vale rientrano in Italia per qualche giorno: il blog si prende quindi una piccola pausa!

Il mistero velato – ovvero, la questione femminile in Saudi

Non sono in grado di sviscerare in modo completo ed esaustivo la spinosa faccenda della questione femminile nel Regno, ma in questi primi mesi è stato impossibile non farsi una prima impressione di quello che vuol dire essere donna in Arabia Saudita.

Il fatto che sia l’unico Paese al mondo che non permette al sesso “debole” di guidare la dice lunga. Qualcuno potrebbe trovarla una cosa sensata, dato che “donna al volante, pericolo costante” è un proverbio che ha un fondo di verità: va però detto che questo stesso Paese di soli guidatori maschi fa da sfondo a circa 1/3 degli incidenti stradali mondiali. A voi trarre le conclusioni su chi sia il vero pericolo alla guida.

La motivazione ufficiale per questo singolare divieto è legata al pessimo influsso del guidare l’auto sulla fertilità femminile (a lor dire). Ultimamente, però, serpeggia il rumor per cui potrebbe arrivare un’apertura del Regno in questo senso: ma se anche d’un tratto potessero guidare, le donne saudite rinuncerebbero alla comodità di avere un autista personale stipendiato dal marito (che magari ha già un altro paio di mogli)? Non saprei.

Lo stereotipo delle donne in questo spicchio di Mondo è l’immagine di una sorta di fantasma a cui si vedono solo gli occhi, completamente coperto di strati di velo più o meno colorato, e tutto sommato questo non si discosta dalla realtà. La legge statale non le obbliga, ma la legge sociale impone che in Saudi le donne si vestano di nero, il che le rende ancora più diverse dagli uomini che in genere scelgono il bianco: l’apparente motivazione è di carattere pratico, il bianco più adatto a sopportare le calde temperature durante il lavoro, il nero più utile per le gestione delle faccende di casa e la cura dei bambini.

Come avrete capito, il ruolo femminile nella società saudita è quello di incubatrici di figli: più sono e meglio è. A ben intendere, non significa che li curino (che fatica!) ma piuttosto si circondano di nanny che fanno il lavoro al posto loro: non riesco ad immaginare come potessero vivere prima dell’era del petrolio, ovvero prima che potessero permettersi di pagare qualcuno per occuparsi di tutta la ciurma.

Girando per i centri commerciali, luoghi di socialità per eccellenza nel Regno, si inizia a capire che quella apparente massa informe di figure nere in realtà racchiude diverse tipologie di velature. Non parlo di soli veli sul capo, magari colorati, di donne musulmane osservanti ma vestite all’occidentale, questa categoria è anzi piuttosto rara qui. Mi riferisco a donne coperte da abaya, il soprabito nero, velo in testa e sul viso: insomma, il pacchetto completo. Nella folla, sono riuscita a riconoscere:

L’integralista: porta l’abaya bella larga, una piccola fessura per gli occhi, guanti e calze coprenti.

Integralista

L’integralista livello advanced: pensavate che non ci potesse essere un livello avanzato per l’integralista? Ma come! Letteralmente l’aggettivo “integrale” fa riferimento al tutto, e il caso sopracitato non copre proprio tutto quanto. Cosa mancava da velare alla semplice integralista?! Bhe, gli occhi!

Integralista adv

La ragazza della porta accanto: abaya che abbozza una vaga forma, qualche decorazione, e una bella fessura ampia per la visuale, per far ben vedere il loro amato combo mascara+kajal e la bella forma orientale degli occhi. Questa è la versione che va per la maggiore!

Occhi arabi

– La progressista: di solito si tratta di ragazze giovani, con abaya piuttosto stretta che modella leggermente le forme, smalto coloratissimo e gioielli ben in vista. Eh sì, le teenager sono vezzose anche qui!

Progressista

Il vero grande problema di tutta questa velatura l’ho sperimentato qualche settimana fa. Qui nel nostro compound lavorano alcune ragazze saudite (ovviamente copertissime) e mi è capitato spesso di parlare con una di loro per risolvere alcuni problemi. Alla fine, ci siamo presentate un po’ meglio e mi ha raccontato qualcosa di lei. Il giorno dopo l’ho incrociata al supermercato e mi ha salutata calorosamente, ma non l’ho riconosciuta. Del resto, chi l’avrebbe mai detto che sotto tutti quei veli neri si celasse proprio lei?!

Clicca qui per “La questione femminile – seconda parte”

Sua maesta’ il deserto

La penisola araba è famosa per due cose: la prima da’ il titolo al nostro blog, la seconda è il deserto. A pochi km da dove viviamo, per l’appunto, si stende la distesa di sabbia continua  piu’ estesa del mondo. Qui la chiamano Rub al Khali, empty quarter, il quadrante vuoto. Poche cose ci vivono li’: qualche piccolo villaggio, una grande citta’ (Al Hofuf) che nasce in prossimita’ di un oasi e si sviluppa dopo la scoperta del giacimento di petrolio piu’ grande del mondo, auto in transito verso nord – Dhahran e Kuwait – e verso sud – Qatar, Emirati o Oman. E tra quelle auto, la mattina dello scorso Natale, c’eravamo anche noi.

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Viaggiare nel deserto, per certi aspetti, è un po’ come uno se lo immagina: un nastro di asfalto – piu’ o meno ben tracciato – che corre dritto per chilometri, poche auto che si incrociano (quelle che vanno verso sud sono tutte Land Cruiser e hanno targa qatarina o emiratina), sabbia a destra, sabbia a sinistra. Pero’ per chi non c’è mai stato fa’ il suo bell’effetto specialmente quando, una volta lasciate le zone abitate che scaricano ai bordi delle strade un po’ di tutto (l’elenco dei rifiuti da deserto saudita comprende: brandelli di pneumatici, brandelli di tappeti, brandelli di elettrodomestici e brandelli di materiale da costruzione..), alla prima collinetta che amplia la vista sussurri con un filo di voce: “Ellapeppa quanto è vasto!“. Perchè il deserto, in buona sostanza, è una cosa sola: uniforme vastita’.

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Che poi questa vastita’ ad un certo punto risulta un po’ troppo uniforme. Facciamo un confronto con un viaggio in Italia: certo, ci sono le gallerie e i campi concimati e gli appennini curvilinei da attraversare. Pero’ c’e’ il verde degli alberi, il blu dei laghi, il giallo dei campi: c’e’ varieta’! Nel deserto, dopo una mezz’oretta di woow e guarda che roba! si inizia ad aspettare l’arrivo di qualche altra novita’, accontentandosi di quel che capita: un incrocio con un’altra strada, l’avvicinarsi di un paesotto, qualche roccia che si erge – spettacolare – dalla sabbia.

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Ma in realta’ la cosa che si aspetta con maggior ansia e desiderio – indovinate da chi tra me e Valentina – e’ l’arrivo della prima cosa per cui e’ famosa la penisola araba e che da’ la forma al nostro blog, che alla fine non sono pezzi di oleodotti o impianti fiammanti, ma ovviamente loro.. i cammelli! E dopo quasi due ore di avvistamenti in lontananza, ben controllati dal pastore in sella alla sua gippona, eccoli qui a pochi metri dall’autostrada: missione compiuta!

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