Questione di crisi (col Qatar) – l’evoluzione editoriale

La crisi col Qatar continua e ogni giorno ci svegliamo con nuove notizie, in generale piene di propaganda, da entrambi i lati. Una delle ultime perle riguarda gli Emirati Arabi, che hanno bandito le maglie del Barcellona – sì, la squadra di calcio – perché Qatar Airways ne è sponsor principale e sulla maglia c’è una scritta quasi gigante citante il nome del ricco Stato del Golfo.

Non è un mistero che gli Arabi vadano matti per il calcio, argomento sempre verde di conversazione amichevole, ma che prendono molto sul serio. Qui in Saudi, l’azienda è solita organizzare ogni anno, per i ragazzini calciatori, una settimana di allenamenti con i trainer di squadre internazionali, principalmente europee. Nel 2015 era toccato anche ad una squadra italiana – che per rispetto alla fede calcistica del mio amato nonno non nominerò chiaramente, ma ne avete dolorosa testimonianza fotografica qui sotto.Gazette

Indovinate un po’ quest’anno a chi è toccato invece? Ovviamente al Barcellona. Il corso si è svolto a Maggio, giusto qualche settimana prima della crisi, che dal punto di vista degli allenatori è stata una manna dal cielo: si sono presi la loro bella ricompensa e sono scappati giusto in tempo. Ma dal punto di vista editoriale ha creato qualche problema.

Come vi accennavo tempo fa, sono ormai diversi mesi che sto collaborando con il mensile del camp, è una pubblicazione interna per la comunità che ha l’obiettivo di raccontare i principali appuntamenti del mese precedente e aggiornare tutti gli expat di cosa bolle nella pentola degli eventi. La foto qui sopra mostra la copertina proprio di questo mensile, per cui immaginatevi un equivalente con le foto della squadra sponsorizzata dal Qatar. Impossibile da proporre oggi.

Nuove linee guida consigliavano di evitare ogni immagine con la maglia ufficiale, mentre siamo riusciti a negoziare ottenendo almeno la presenza dei trainer – che erano ovviamente ovunque tra i ragazzini, ma per fortuna vestiti senza riferimenti allo sponsor. L’articolo ovviamente non menziona il nome della squadra, per cui la sfida era anche più grande per l’editor del testo: sarà stato tutto un complotto del Real Madrid?!SponsershipHeader_565x215_v2_tcm233-809064

O forse del Milan?! (o forse di Emirates ;))image

E’ arrivato Ramadan (versione 2017)

Puntate precedenti:

Come affrontare il mese del digiuno in Saudi, quando le giornate lentamente si trascinano verso il tramonto, i ristoranti sono chiusi, la gente affaticata e non c’e’ altro da fare se non chiudersi coi colleghi non musulmani nella stanzetta del caffè?

Nel 2014 l’abbiamo sofferto, nel 2015 ci siamo rifugiati in attività sportive e giochi in scatola con gli amici, nel 2016 abbiamo scoperto il Bahrain.. Ebbene, ci sono voluti quattro lunghi anni per perfezionare il piano, ma alla fine ci siamo arrivati: 2017, l’anno della soluzione DEFINITIVA al Ramadan.

I più fedeli lettori ricorderanno come tra gli indiscutibili vantaggi del Ramadan c’e’ la possibilità di attraversare il confine tra Arabia e Bahrain evitando ore di code alla dogana. L’indiscutibile svantaggio e’ che in tutto il paese i ristoranti sono chiusi fino a sera e anche dopo il tramonto e’ comunque vietata la vendita di alcolici.

A tutto questo c’e’ una soluzione e si chiama “Liquor Shop“. Il Bahrain, infatti, come pochi altri posti nel GCC, permette di acquistare l’alcol in luoghi dedicati, ovviamente chiusi durante Ramadan. Fino a questo maggio non avevamo mai messo piede. Ma poi abbiamo elaborato un piano in tre fasi.

Fase 1: l’assalto col carrello

Tutto inizia, ovviamente la settimana prima di Ramadan. Arriviamo in auto al Liquor Shop: chi lo immagina un luogo malfamato tipo spacciatore di fumo nel boschetto dell’hinterland milanese si sbaglia di grosso. A parte la location, che e’ un anonimo capannone nell’area industriale di Manama, una volta entrati ci si sente in paradiso, manca solo San Pietro con le chiavi. Tutto sbarluccica di meraviglia: scaffali ricolmi di tutte le migliori marche internazionali, casse di birra in pronta consegna e addirittura l’area dei vini e’ arredata come una cantina di legno, con prodotti che arrivano da tutte le parti del mondo. Immaginateci con il naso all’insu’ a camminare per le mensole spingendo il nostro carrellino. La gioia potrebbe capirla solo Buffon con in mano la Champions League.

champagne

Ecco come si presenta l’area dei vini, bella eh?

Fase 2: lo stoccaggio

Una volta passati in cassa e lasciate generose porzioni dello stipendio (le tasse sono pari al 100-150% del valore del prodotto, una bottiglia di vino italiano parte da 10 euro), bisogna trovare un luogo dove seppellire il tesoro fino al ritorno durante il mese proibito. L’isola e’ per metà disabitata e non manca certo di buche, ma c’e’ da fidarsi? La soluzione e’ una sola: riempire un trolley con il prezioso carico e portarlo in hotel. Al check-out, prima di ripartire per Saudi, lasciamo il trolley alla reception con la richiesta di custodirlo fino al nostro ritorno.

Fase 3: qui si sboccia manco fosse primavera

Una volta alla settimana, la giornata lavorativa si conclude in Bahrain, sempre al solito hotel. Al momento del check-in, tiro fuori un cartellino e lo consegno alla reception. Pochi minuti dopo, ci consegnano un trolley blu. Saliamo in camera e disfiamo i bagagli. In quello blu ci sono diverse sorprese: alcune birre, una mini confezione di baileys (il caffe’ al mattino ci piace berlo corretto), uno spumante, tre bottiglie di rosso e una di bianco. Unico vincolo: una volta aperta, la bottiglia deve finire. Il primo brindisi, ogni volta, e’ sempre per lui, il Ramadan.

E’ proprio vero che la necessità aguzza l’ingegno.

Questione di crisi (col Qatar)

La notizia che più rimbalza tra i media da diversi giorni ci riguarda piuttosto da vicino, almeno in termini geografici. Quattro Paesi arabi (Egitto, Emirati, Bahrain, guidati da Saudi), seguiti da altri successivamente, hanno rotto le relazioni diplomatiche con il ricco stato del Qatar, per motivi politici che non stiamo ad indagare.

Il Qatar è stato fin da subito un Paese che ci ha affascinati: cosí vicino all’Arabia, geograficamente e culturalmente, ma più pulito ed efficiente, è stato spesso meta di vacanza fuori porta negli ultimi 4 anni. Doha dista circa 3 ore di auto dal nostro villaggio, su una strada poco trafficata che taglia il deserto, ed è una bella città moderna sempre piacevole da visitare.

A seguito della crisi, i diplomatici qatarini sono stati cacciati in fretta e furia dai Paesi coalizzati, ma è Saudi quella che ci è andata giù più pesante. Spazio aereo chiuso immediatamente e licenza ritirata a Qatar Airways, confini di terra e mare bloccati – per un po’, niente weekend a Doha: le ripercussioni sono state pesanti, in primis per chi in Qatar ci vive, ma anche per chi come noi ci sta vicino.

Il vero disagio affrontato ha riguardato, come prevedibile, tutto quello che è legato alla compagnia aerea di bandiera: dopo anni di fedeltà e privilegi acquisiti con sudore e soldi (tanti, tanti soldi), abbiamo dovuto cancellare i nostri prossimi biglietti aerei e passare alla concorrenza. Come noi, molti altri già con un piede in vacanza (tra 2 settimane finisce sia Ramadan che la scuola): paura e delirio in Saudi! Ormai l’argomento più discusso sui forum del villaggio in cui viviamo è come riuscire a farsi rimborsare i biglietti pur non potendo parlare con il call center o accedere al sito internet – tutto impallato.

Il principale problema di Qatar Airways resta comunque quello logistico: tutti i Paesi con cui confina l’emirato hanno chiuso o limitato l’accesso nel proprio spazio aereo, non lasciando molte alternative alle rotte qatarine. Pare che ora, per arrivare a San Paolo (Brasile) si debba far scalo tecnico ad Atene, mentre per raggiungere l’Africa sembra il gioco dell’oca.

I veri disagi però li stanno subendo i residenti del Qatar: lo stato confina via terra solo con Saudi, ed è proprio da quella via che arrivano buona parte dei beni alimentari, ora stipati nei camion fermi in dogana. L’assalto ai supermercati è stato immediato: scene da pre-uragano, con la differenza che l’uragano passa, la maretta con Saudi chi lo sa.

Ovviamente, quanto i camion che trasportano viveri anche le auto civili sono rimaste bloccate fuori dal Paese: se ne avvistano diverse per le strade saudite in questi giorni, e non hanno molte alternative. Vagano raminghe per le strade dissestate, intrappolate in un mondo parallelo: speriamo che lo stargate si riapra presto.

A lezione di comunicazione (araba)

Communication in saudi

Una cosa di cui sono immensamente riconoscente all’azienda in cui lavoro e’ che sulla formazione non risparmia, neanche in tempi di vacche magre. Tra le tante occasioni, la scorsa settimana ho frequentato un breve ma interessante corso sulla comunicazione. Arrivo nell’edificio fronte mare che ospita tutta la formazione del personale, trovo la mia aula e mi guardo intorno.

Iniziamo dall’insegnante: un tizio saudita smilzo, dal baffo brizzolato e lo sguardo dolce, vicino ai sessanta, con due master, un dottorato e innumerevoli titoli di insegnamento in varie universita’ anglosassoni. A dispetto dell’introduzione che termina con: “Mi chiamo Abdulaziz, ma voi potete chiamarmi DOTTOR Abdulaziz”, per la durata del corso in realta’ si dimostra una persona che quando parla l’ascolti volentieri, un’intellettuale della vecchia scuola.

E poi gli allievi: vi si trova un po’ di tutta la rappresentanza del panorama aziendale. Per la maggioranza giovani ingegneri sauditi volenterosi, qualche expat di breve corso come il sottoscritto, un paio di signori barbuti con abiti svolazzanti.

Inizia il corso, che prevede una pausa di 15 minuti ogni ora, una pausa pranzo di 90 minuti, e la conclusione per le tre del pomeriggi. Piu’ che un corso formativo, una lunga pausa interrotta da spiegazioni. Un po’ come quando per fingermi salutista voglio mangiare lo yogurt e ci rovescio un chilo di Nutella: piu’ che un derivato del latte, un estratto di nocciola.

Complici le continue interruzioni, il corso alla fine scorre veloce: dottor Abdulaziz segue per filo e per segno il suo bravo libretto pieno di appunti ordinati, chiaramente ispirato a qualche costoso corso americano. Gli manca il carisma comunicativo di Tony Robbins, pero’ si vede che gli piace insegnare e che agli studenti vuol bene, come quando non fa mancare il suo supporto (“You are perfectly right!”) in occasione di un commento un po’ ingenuo del giovane ingegnere saudita di turno.

Ma cio’ che sorprende, nella lista di cose nuove imparate in quel giorno, ci sono due piccole perle di saggezza araba sulla comunicazione, incompatibili con il nostro mondo:

  • Regola della vita #1: Mai chiedere “Perche’?“. Se per noi e’ la domanda della curiosita’, quella che il nostro fanciullo interiore ci spinge a formulare e che ha portato alla nascita delle grandi menti della scienza, nella cultura araba e’ interpretata come accusatoria: “Perche’ hai telefonato ad Ali?”, “Perche’ ieri non eri al lavoro?”
  • Regola della vita #2: il linguaggio del corpo e’ importante. Quando si parla o si ascolta, bisogna stabilire un contatto diretto con gli occhi, tranne che con persone dell’altro sesso. Sia mai che nasca un’emozione.

Imparo e porto a casa: da oggi mi vedrete in azienda girare bendato articolando domande che contengono perifrasi improbabili come ad esempio: “Per cotal ragione l’altro ieri Mohammed ha utilizzato il colore giallo nel grafico sul prezzo del petrolio?” Basta capire come tradurlo in inglese, ed il gioco e’ fatto.

In che senso (civico)?

Lo Stato saudita, fino ad oggi, è stato allineato con gli altri Paesi del Golfo nella cura dei propri cittadini. Queste nazioni cresciute sul petrolio cercano di dirottare sulla propria popolazione parte delle enormi ricchezze derivanti dal commercio dell’oro nero: le politiche non sono standard, ma tendenzialmente garantiscono una casa e un lavoro a chi possiede il passaporto nazionale, oltre a diversi altri benefit minori.

Questo assistenzialismo estremo funziona molto bene in Paesi come gli Emirati Arabi o il Qatar, dove la popolazione autoctona è composta da meno di un milione di persone, mentre i 30 milioni di Sauditi rendono la faccenda molto più complicata, soprattutto di recente con il prezzo del petrolio in caduta libera.

Seppur possa sembrare una gran pacchia, ed in un certo senso obiettivamente lo è, ci sono grossi problemi che insorgono in una popolazione servita e riverita senza sforzo: la totale mancanza di senso civico e di spessore culturale, anche nei Sauditi che vanno a studiare all’estero.

In primis, manca una formazione educativa di base: il sistema scolastico premia le menti più brillanti, spedendole nelle migliori università al mondo per formare professionalità da poi riportare in Patria. Ma gli altri? Vengono abbandonati al sistema saudita, tutto incentrato sugli studi religiosi e molto poco sul resto.

6666966d7c6c7adfbc386d69959d5d0bQuesto spesso si riflette in cittadini che non hanno, oltre al senso civico più generale, neanche un senso della bellezza. Pensavate che le ore passate a studiacchiare storia dell’arte fossero buttate via? Guardate un Saudita e come si approccia al Mondo, ne capirete invece l’importanza cruciale. La bellezza, agli occhi del locale, pare essere qualunque cosa ricoperta d’oro: se Piero Manzoni fosse ancora vivo, sono certa che creerebbe la “Merda d’artista placcata d’oro zecchino”. Sapete già chi la stra-pagherebbe in asta.

o-GOLD-TOILET-PAPER-facebookE se si prendono cura dell’auto come fosse una figlia (pardon, un figlio), non comprendono quanto sia importante la cura dell’ambiente circostante: il deserto è una discarica a cielo aperto, pur essendo, nella sua monotonia, un paesaggio interessante ad affascinante. Non comprendono neanche la bellezza dei fiori: abbiamo di recente assistito ad un abbandono di carrello della spesa in mezzo ad una aiuola appena piantata di bei fiori viola che, sì, non dureranno molto per via del caldo, ma se ci passi sopra col carrello è finita anche prima di cominciare.

La mancanza di rispetto si riflette anche, se non soprattutto, nelle relazioni con persone non Saudite, in particolare provenienti dal Sud est asiatico: vederli rivolgersi ai camerieri filippini con disprezzo e arroganza è una delle cose più civilmente insensate a cui si possa assistere – e ricordiamocelo, siamo in un Paese che del non-sense ha fatto la sua bandiera. D’altro canto, questa aggressività si riflette in camerieri e commessi dalla gentilezza estrema, pronti a tutti per soddisfare il cliente: almeno su questo l’Italia ha da imparare qualcosa.

Se Steve Jobs fosse nato a Riad..

Steve Jobs

…si chiamerebbe quasi certamente Mohammed, avrebbe cinque fratelli ed il sorriso pronto. Se avesse il DNA di Jobs, di sicuro non sentirebbe il desiderio di lavorare in uno dei tanti ministeri come i suoi coetanei, parcheggiati a vita in lavori sicuri. Vorrebbe fare qualcosa per cambiare il mondo, o almeno la quotidianita’ in cui vive. Fondare la Apple saudita, che quasi certamente si chiarebbe Dattero. Una Dattero che crea bellissime app per gli smartphone. Nella sua camera inizia a spremere le meningi alla ricerca di idee.

Di certo non puo’ essere un’app di messaggistica, di incontri o di nuove conoscenze, sarebbe vista sicuramente come un modo per favorire la promisquita’ con le ragazze; ne’ puo’ riguardare la musica, direttamente non vietata, ma vista con sospetto da tutte le autorita’ – tant’e’ che i cantanti sauditi sono di fatto costretti ad andare in esilio sui canali TV egiziani. Diciamo che vuole fare un’app sul calcio: il calcio piace a tutti, no?

Per creare l’app gli servono la passione, e quella non gli manca, ma anche un paio di amici che lo aiutino nell’impresa. Khalid e’ uno sveglio, ma gli manca la voglia: preferisce passare le serate a sgommare con la jeep sulle dune. Mishal si appassiona all’idea ma dopo un paio di ore passate ad ascoltarlo ha gia’ rivolto le sue attenzioni ad altro. Abdullah quando lo sente si accende ed esclama: “Ma quale societa’ di app, noi dobbiamo creare un’azienda che possa costruire l’iPhone 10 prima della Apple”; forse aiuterebbe una buona dose di realismo .

Un po’ sconsolato cerca allora un modo per trovare dei finanziamenti per avviare l’attivita’. Il capitale di certo in Saudi non manca, ma lui non appartiene ad una famiglia ben inserita nella societa’ ed ogni volta che e’ allo sportello di un ufficio publico la prima cosa che guardano non e’ l’idea del progetto, ma il cognome che porta… e la storia potrebbe continuare.. ma quanta fatica!!

Una cosa e’ certa: il livello di tenacia e di coraggio che il giovane Mohammed Jobs deve avere per portare avanti la sua idea imprenditoriale in Arabia Saudita e’ di gran lunga superiore a quella dell’originale Steve Jobs.

Anche perche’ l’alternativa e’ un confortevole lavoro come impiegato statale.

Quattro stagioni in una

Ai tempi della scuola avevo sempre l’impressione che l’inverno non finisse mai, e che l’estate volasse via in un batter d’occhio, per riportarmi di nuovo punto e a capo al freddo, al buio e allo studio. Questa stessa sensazione la viviamo anche in Arabia, ma con l’estate.

In realtà, le stagioni come le conosciamo nel vecchio Continente non esistono, per cui anche se formalmente il periodo estivo inizierebbe il 21 giugno qui ci troviamo già in un gran caldo, che ricorda temperature d’Agosto in Sicilia.

Insomma sembra sempre di trovarsi in quel periodo di calura che ci spaventa ma al quale, da ormai 4 anni, sopravviviamo con tenacia. Il picco coincide con il mese di Ramadan, quando temperature proibitive si combinano con le limitazioni del mese del digiuno: quest’anno avrà inizio intorno al 27 di Maggio.

IMG_1612L’estate saudita dura da Aprile a Ottobre, ed ha caratteri peculiari: a parte le temperature che non lasciano scampo – siamo nel deserto dopotutto, anche la natura reagisce in modo diverso. A guardare gli alberi sembra autunno: foglie gialle, molte cadute a terra, croccanti al tatto. Eppure il calendario dice essere primavera!

In questo periodo ci si ammala poi di malanni tipici della stagione invernale: raffreddore, tosse, naso che cola. La febbre talvolta è legata a colpi di calore, ma gli altri sintomi sono dovuti alla differenza di temperatura tra gli spazi chiusi e quelli aperti: capita di frequente di doversi portare in giro il golf (di lana!) per evitare, una volta al supermercato o in ospedale, di congelarsi. Se poi si ha la sfortuna di capitare direttamente sotto il bocchettone dell’aria condizionata non c’è scampo: a letto senza cena.

outside-part-pic-575x172_cLa vita quotidiana poi si trasforma: se nella Primavera europea si rincorre il sole per assorbirne i primi raggi caldi, qui si fugge all’interno e si esce, nel caso, solo la sera: molti accusano carenza di vitamina D dopo l’estate semplicemente perché il sole è troppo caldo – stesso motivo per cui, quando ci vedete di ritorno a luglio, non siamo abbronzati!

Anche gli animali cambiano routine: i nostri gatti hanno ormai fatto il cambio di pelliccia di stagione, indossandone una più leggera, e preferendo le uscite serali ai pic nic durante il giorno, per diversi motivi. Ovviamente la temperatura, più mite, ma anche perché come loro pure le prede abituali di giorno si vedono meno: piccione avvisato mezzo salvato.

La leadership del taco

hard soft tacos

In uno dei ristoranti del camp dove viviamo c’e’ un posto che serve ricordi di cucina messicana (dico “ricordi” perche’ non e’ che sia proprio un ristorante stellato). Il piatto preferito di Valentina sono i tacos, che vengono serviti con pollo, manzo o gamberetti. I tacos possono essere di due tipi: morbidi (della consistenza della piadina, versione a sinistra) oppure croccanti (in pratica un po’ fritti ed hanno la croccantezza di una patatina un po’ spessa, a destra). E mentre una sera eravamo in questo ristorante, i tacos mi sono parsi una perfetta metafora dello stile di leadership nell’azienda saudita in cui lavoro.

Dopo quasi quattro anni di lavoro in Saudi, ho avuto a che fare con quattro capi, di cui tre sauditi: due taco morbidi ed uno croccante. Mi spiego: la leadership saudita e’ riconducibile a due categorie; da una parte il puro command-and-control di vecchia scuola, dove le decisioni vengono prese dal vertice e la base esegue nei tempi prestabiliti senza troppi fronzoli, dall’altra una leadership soft, dove si evita qualsiasi attrito con il team a costo di essere a volte un po’ poco efficaci nell’esecuzione.

La prima e’ la leadership croccante: gustosa al palato, divertente quando si mastica, ma piu’ difficile da digerire. Il capo comunica ad intervalli regolari, fissa le scadenze, divide i compiti. A volte sbaglia e assegna incarichi un po’ a casaccio, ma come il re di un piccolo stato e’ difficile contestarne le scelte. Poi arriva la fase del controllo e qui e’ un po’ una lotteria: se gli stai a genio vivrai giorni sereni, se appartieni al gruppo sbagliato c’e’ il rischio che ti faccia le pulci su ogni cosa che gli consegni (fortunamente io appartenevo al primo gruppo!).

Il leader soft invece rende la vita piu’ facile: l’umore del team e’ sicuramente piu’ positivo, c’e’ comunicazione orizzontale e le riunioni sono piu’ serene. Per il lavoro che faccio, questo rende la mia attivita’ da un lato piu’ produttiva perche’ molte informazioni devono circolare con liberta’ tra i diversi esperti nei vari settori. Tuttavia la mancanza di una catena di comando piu’ intransigente rende le scadenze meno rigide e alla fine si arriva all’ultimo minuto con un sacco di cose ancora da sistemare.

Entrambi gli stili hanno delle chiare lacune e spesso ai manager sauditi di fascia media mancano gli altri elementi di una vera leadership: la visione e’ lacunosa, la capacita’ di fare da mentore/allenatore e’ spesso demandata ad altri expat di lungo corso, molte decisioni sono prettamente politiche oppure molto difensive.

D’altra parte, imparare ad adattarsi alle esigenze dei diversi capi rende il quotidiano piu’ vario e aguzza l’ingegno e l’abilita’ tattica. Anche perche’ mangiare ogni giorno lo stesso taco non e’ che sia proprio salutare!

Post Scriptum: dopo piu’ di 150 post pubblicati ogni settimana di venerdi, incluso Natale e Capodanno, la scorsa settimana abbiamo saltato la pubblicazione. La sorpresa e’ stata sapere che qualcuno se n’e’ accorto tempestivamente! Un caro saluto e grazie a Giovanni per avercelo ricordato. 

Viaggio nel multiverso autostradale


A bordo del mio Millenium Falcon a quattro ruote verde e bianco, scrivo il diario di bordo in data 19 aprile 2017. Viaggio interstellare Dhahran-Abqaiq. Un giorno come un altro in autostrada.

C’è quello dai muscoli d’acciaio che dorme tutto su un fianco immune al torcicollo,

C’è il collega digitale, quasi un ologramma, che scrive sull’iPhone le mail di lavoro lasciate a metà,

C’è la tizia tutta velata che ha voluto sedersi per forza lontano dai maschi,

C’è il nerd che smanetta col nuovo videogioco per l’iPhone, avra’ almeno diciassette dita,

C’è il tecnico tattico dotato di tutti gli accessori per il sonno, incorporati nel corpo,

C’è il barba con il Corano sul display,

C’è la coppia di filippini che bisbiglia i racconti nella giornata in linguaggi sconosciuti,

C’è quello con il nuovo episodio di Netflix che probabilmente non ha le orecchie perché l’audio si sente fin qua,

C’è il paesaggio, al di là delle trasparenze della tenda, che fa un po’ Tatooine.

Il pullman gira a destra, verso la rampa di uscita. Finisce un altro giorno di ordinario viaggio tra le galassie saudite.

Lavori al limite: la casalinga del deserto

Essere espatriato in Saudi significa spesso, per le donne, rinunciare al proprio lavoro per fare la casalinga, di questi tempi mestiere bistrattato quanto periglioso. Per quanto possa rappresentare un salto indietro nella storia femminista, rimane un lavoro di magre soddisfazioni e un sacco di olio di gomito – la peggior combinazione di sempre.

Forse per questo motivo, molte delle donne expat passano almeno il 90% del loro tempo a lamentarsi. Spesso si parla di figli, soprattutto di quanto sia dura fare le madri – dimenticandosi di mondi dove si fa la madre, la casalinga, l’impiegata e l’infermiera tutto nello stesso momento. Ma il trend topic degli ultimi tempi è il supermercato, essere infernale e maledetto dal genere femminile.

In questo “nuovo” mondo di vegetariani, vegani, crudisti, chilometro zero, prodotti equo e solidali o d’agricoltura biologica, quanto offerto dai supermarket locali non basta più. La qualità dei prodotti non è proprio delle migliori ad essere sinceri, per ovvi problemi logistici e climatici: si coltiva quasi nulla nel deserto – i datteri che vengono venduti, seppur qui abbondino, sono di provenienza USA-, e quello che viene importato non è freschissimo. Anche la conservazione dei cibi lascia spesso a desiderare, con farine e cereali talvolta piene di insetti e frutta un po’ troppo matura ma ugualmente costosa.

Detto questo, si tende a dimenticare che ci troviamo praticamente in mezzo al nulla, più o meno lontani da tutto, in un ambiente ostile: questo è il deserto, ieri come oggi. Eppure abbiamo a disposizione un supermercato in ogni camp, aperto in molti casi 24/7, che vende praticamente di tutto. Eppure ci lamentiamo.

CansTra i documenti ritrovati in mezzo alle foto storiche del camp, mi è capitato di imbattermi in racconti più o meno dettagliati di come fosse la vita quotidiana agli inizi dell’era petrolifera araba, tra gli anni ’40 e ’50. Se si fa fatica a trovare ingredienti freschi oggi, immaginatevi a quei tempi: il supermercato del camp vendeva solo prodotti in lattina – se lo sapessero le terroriste del biologico gli prenderebbe un infarto! C’era una sorta di “chilometro zero“, che viste le distanze Saudite era più “chilometro 200“, ma tempo che l’omino delle uova arrivava, le uova erano andate a male.

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L’omino delle uova

Per le mamme moderne perfette che cucinano i dolci in casa perché “no olio di palma, no additivi, no zuccheri industriali, no grassi saturi, eccetera eccetera“, che si lamentano perché non trovano la farina di tipo 2 non processata e macinata a mano, oppure che il forno non ha la modalità “grill dietetico e salutare” allego ricetta di una casalinga americana in terra Araba negli anni ’50 – a cui mancava lo zucchero di canna biologico, ma non un certo senso dell’umorismo:

Molto presto al mattino, battete lo zucchero con un martello per sbriciolare i grumi. Il cemento degli scalini d’ ingresso sembra essere il posto migliore per questa operazione. Prendete la farina che vi serve, mettetela su un piatto e lasciatela al sole finchè tutti gli insetti se ne siano andati. Cercate poi di fare un accordo con chiunque abbia un po’ di vaniglia e possa essere persuaso a darvene un cucchiaino.

Rompete 12 uova nella speranza che almeno 3 di queste siano utilizzabili. Non devono essere di colore verdastro, puzzare di marcio o essere annacquate. Aggiungete sale e lievito in polvere, mischiate tutto e versate l’impasto in una tortiera. Cercate 3 pietre di dimensioni simili e mettetele sulla base del forno (non c’erano i ripiani ndr). Cuocete nella modalità che preferite, ma a causa di possibili sovraccarichi di tensione, controllate la temperatura del forno frequentemente“.

Buon appetito – e buona fortuna!