Chart(s) of the week – catch ‘em all!

Se volessimo racchiudere in poche parole tutti i problemi di Saudi, potremmo semplicemente dire che l'Arabia Saudita non e' un paese divertente. Le persone arrivano da tutto il mondo per trovare una condizione lavorativa migliore, ma appena si vogliono divertire passando qualche ora o giorno di svago, si dirigono altrove.

Per il paese, questa tendenza a versare lauti salari che poi sono spesi altrove e' finalmente diventato un problema da risolvere. La scorsa settimana Valentina vi raccontava dei piani di trasformare la costa occidentale in un grande resort (in bocca al lupo!), a cui si aggiungono altri mega progetti di costruzione di parchi tematici e forse anche dei cinema. Non so quante di queste iniziative vedranno la luce, ma il tema sottostante e' uno solo: cercare di catturare le spese in tempo libero che i 30 milioni di residenti (locali ed expat) riversano in altre economie, con Bahrain ed Emirati saldamente in testa alle classifiche.

La nostra piccola esperienza racconta la stessa cosa: nei primi 6 mesi del 2017, Saudi ha assorbito circa il 30% delle nostre spese in totale, pur avendoci vissuto l'85% dei giorni! Escludendo le spese per i voli e gli hotel (100% all'estero), se dividiamo le spese per categoria (secondo grafico), in Saudi abbiamo speso la maggioranza solo in tre categorie: spesa al supermercato (78%), spese per l'automobile (84%) e spese per la bolletta del cellulare (93%, ma una buona parte sono legate al roaming estero).

Saremmo ben lieti di passare tempo libero di qualita' nel paese: il problema e' che mancano le basi.

Ormai da 30 mesi monitoriamo le nostre spese quotidiane con una comoda app che mi permette di creare un sacco di bellissimi grafici ed analisi. Per chi fosse curioso, la trova qui.

Turismo sí, turismo no, turismo… bho! – REPOST

Il tema del turismo in Saudi è sempre verde: poco o niente cambia nella realtà dei fatti, ma se ne parla sempre come veicolo per aprire il Paese al Mondo esterno – cosa non esattamente graditissima a molti locali, ma a grande cuore dei più progressisti.

Non necessariamente annoverabile tra questi ultimi, il principe ereditario si è comunque speso in grandi parole per un progetto che, per gli standard sauditi, è più che avveniristico: maggiori info a fine articolo!

Originariamente pubblicato il 9 Ottobre 2015

L’Arabia Saudita è uno dei Paesi più difficili da visitare come turisti. Tecnicamente, ottenere il visto non è impossibile, e non la troverete tra gli Stati meno visitati al mondo, anzi: per i musulmani le porte sono abbastanza aperte con ovvie limitazioni ai luoghi di culto. E non è che Saudi non abbia luoghi interessanti da visitare, anzi, vi abbiamo raccontato di posti che meriterebbero il tempo di ogni turista: è solo che non ce n’è bisogno, almeno non ce n’è stato fino ad oggi.

La mancanza di interesse assoluta per uno sviluppo turistico è chiaro fin dal primo istante: le strade malmesse e usate come discariche non sono dei biglietti da visita invidiabili, ma già dal momento di passaggio dagli ufficiali che timbrano il passaporto si capisce che l’accoglienza non è molto calorosa. Insomma, qui si deve sperare che il prezzo del petrolio torni a crescere, altrimenti inizierà a farsi sentire la necessità di diversificare le proprie entrate.

Il turismo potrebbe essere un’opzione realmente percorribile?

L’amministrazione saudita è sempre impegnata ad organizzare il gran pellegrinaggio che si tiene una volta all’anno, durante l’ultimo mese del calendario islamico, che è anche il momento giusto per adempiere ad uno dei 5 pilastri dell’Islam. Esiste un ministero dedicato ad Hajj (in tutti gli altri mesi, il pellegrinaggio è chiamato Umra), e per lo Stato è un bel impegno: non si può sfigurare. D’altra parte, è stimato che il pellegrino medio spenda in media 6.000 $, e ogni anno almeno 2 milioni di pellegrini visitano la Mecca e Medina: un introito niente male.

Il turismo non religioso è tutta un’altra storia. Gli Occidentali sono spesso visti come “invasori culturali” che potrebbero portare solo ad un decadimento dei costumi – del resto, nella remota ipotesi di apertura non condizionata dei confini ai turisti, tutte le restrizioni del Paese costituirebbero un problema, oltre ad una imposizione al limite della legalità. Ma in un mondo perfetto, senza obbligo di abaya ed occhiatacce alla Saudi, l’Arabia potrebbe offrire dei luoghi turistici che nei vari Paesi vicini di casa (Egitto, Giordania ed Emirati Arabi) si possono già trovare, ma in scala più piccola.

Ecco la top 3 delle destinazioni saudite potenzialmente turistiche, con relative dimostrazioni di località gemelle turisticamente più felici:

  1. Un aiuto su come sfruttare le risorse naturalistiche del Paese è fornito dagli Emirati Arabi Uniti. Con loro Saudi condivide parte dell’Empty Quarter, l’immenso deserto arabo inabitato caratterizzato da dune altissime e rosse: a pochi chilometri dal confine, gli Emirati hanno pensato bene di creare un resort lussuosissimo immerso nel nulla – ma pur sempre a 200 km da Abu Dhabi – che permette di godersi un paesaggio unico nel suo genere. Basta spostarsi una cinquantina di chilometri a sud per raggiungere Shaybah, Arabia Saudita, che offre questa stessa vista, ma in grande (per maggiori informazioni, vi rimandiamo ad un nostro post in merito)
    Shaybah (Arabia Saudita) vs Qasr al Sarab (Emirati Arabi Uniti)

    Shaybah (Arabia Saudita) vs Qasr al Sarab (Emirati Arabi Uniti)

  2. Vi abbiamo già parlato anche della Petra d’Arabia, imperdibile tappa dei pochi Occidentali residenti in Saudi. È già da tempo sito Unesco, ma la valorizzazione del complesso monumentale ha ampissimo margine di miglioramento: anche solo questo posto varrebbe il viaggio in questa terra ostile.
    Madain Saleh (Arabia Saudita) vs Petra (Giordania)

    Madain Saleh (Arabia Saudita) vs Petra (Giordania)

  3. Mai sentito parlare di Sharm el Sheik? Hurgada? Marsa Alam? Sono tutte località egiziane sul Mar Rosso, mare che bagna anche le coste saudite che in effetti non hanno di meno da offrire in termini di biodiversità marina. L’unico dettaglio è un divieto assoluto del bikini, ma in fondo sono i pesci colorati che contano no?!
    Yanbu vs Sharm

    Yanbu (Arabia Saudita) vs Sharm el Sheik (Egitto)

     

 

NEW- Il mega progetto per le spiagge del Mar Rosso

Per noi italiani (e non solo) era una facile previsione: chilometri di spiagge su un bel mare tranquillo? La perfetta meta turistica! Ma come superare i limiti politico-religiosi della location?

Ci ha pensato il giovane principe ereditario saudita, aggiungendo altra carne al fuoco  tra i progetti da lui sostenuti. Si prevede di realizzare una zona grande come il Belgio in cui vigano leggi più “rilassate” per poter accogliere un turismo internazionale di lusso che si possa godere le bellezze della riviera saudita. Inizio dei lavori stimato: 2019. L’area si estenderà a nord di Jeddah, proprio di fronte a Marsa Alam, e prevederà – a grandi linee – procedure più snelle per ottenere il visto d’ingresso e un dress code occidentale, con anche la possibilità di visitare Madain Saleh (la Petra d’Arabia, vedi sopra).

Ai posteri l’ardua sentenza.

 

Saudi Anatomy – REPOST

Nel passato remoto della nostra avventura in KSA io e Valentina avevamo scritto in paio di post gemelli sulla sanita’ saudita. Li ho incollati insieme e rivisitati un po’, aggiungendo un tocco finale direttamente preso da Star Wars.

Originariamente pubblicati il 27 Novembre e il 7 Dicembre 2013

Una piccola premessa: da quando sono arrivato in Saudi, ricevo un paio di richieste alla settimana di amici, ex colleghi e conoscenti vari che cercano di capire le loro chances di trasferire armi e bagagli nel Medio Oriente (di solito piazzando in cima alle loro città preferite Dubai e Doha, con l’Arabia salda in ultima posizione). Tra le tante preoccupazioni – alcune esagerate, altre no – ogni tanto fa capolino la domanda: ma com’è la sanità in Arabia, sarà mica a livello di terzo mondo?!

Se tu – persona a me simpatica che al momento stai leggendo queste righe pensando di trasferirti in Medio Oriente – ritieni che in Arabia Saudita ci siano gli ospedali diroccati con mosche ronzanti su bambini ammalati, hai sbagliato luogo. Qui la sanità c’è e per quanto ne sappiamo funziona assai bene per due categorie di abitanti del posto: i sauditi e gli expat occidentali. Vi dirò di più: ospedali e cliniche attingono a piene mani dal mondo americano, da cui hanno copiato procedure, colore degli abiti e storie d’amore tra infermieri e dottori. Ecco, forse l’ultimo aspetto me lo sono inventato.

20131127-181518.jpg
L’aspetto assolutamente più assurdo è che, qualunque sia il motivo di visita alla clinica, ti viene misurata la temperatura, il battito cardiaco, la pressione, oltre al controllo del peso: l’esperienza mi fa dire che è ugualmente avvilente in ogni parte del mondo.
Per chiarezza, si viene sottoposti a tutto questo iter anche se si passa da lì a ritirare un documento: sarà che gli scrupoli, quando si tratta di salute, non sono mai abbastanza. Ma risulta comunque leggermente esagerato.

Come in tutti i luoghi pubblici del Regno, le sale d’aspetto sono scrupolosamente divise per sesso, e sono densamente popolate di persone locali, il che dà l’occasione di comprendere le varie tipologie di velature delle donne saudite. In compenso, tra il personale, molti provengono dal sud est asiatico, soprattutto indiani e filippini. Insomma: è multiculturale anche l’ospedale.
Tra le infermiere però alcune sono arabe e indossano velo e niqab (che permette di coprire anche il viso): è un’abbinata davvero curiosa che non pensavo fosse così diffusa.

Ma il vero punto che farà strabuzzare gli occhi a tutti gli Italians che malcapitatamente sono costretti ad usufruire degli ospedali del Bel Paese è legato al sistema di prenotazione e gestione degli appuntamenti: niente omino scorbutico che ti insulta se chiedi informazioni, niente rimpalli da un posto ad un altro, nessun bisogno di armi pesanti e minacce per ottenere un esame prima di 10 anni da oggi.
Si espone il problema, si ottiene una risposta razionale, e si prenota, entro la settimana. Ma c’è di più: nel nostro caso specifico, il sistema sanitario fa capo al sistema interno che gestisce ogni aspetto della vita expat, per cui si ricevono in tempo reale i dettagli della prenotazione via mail (siamo in mezzo al deserto ma qui si comunica così, non con i fax).

Tutto è molto procedurizzato: devi ritirare un modulo? Fai richiesta online, ti sedi nella male section della sala di attesa tra uomini muniti di tovaglia colorata e sandalazzo vecchia scuola e arriva… l’infermiere! Questi ti porta in uno stanzino dotato di strumenti iper tecnologici e ti fa un rapido check-up per capire se hai la febbre, poi ti porta dal medico di base (da scegliere rigorosamente uomo per i maschietti, donna per le femminucce) e questi risponde alle tue necessità. Esci dalla sua stanza, attraversi un paio di corridoi lindi in cui si parlano idiomi molteplici e vai a ritirare il modulo.

Qui l’America lascia spazio all’Arabia: le indicazioni non sono un granché e tutto si basa sui gesti dei Sauditi, poi arrivato all’ufficio per ritirare il documento serve un timbro del dottore per ottenere un secondo timbro che valida il documento, ma questi non l’aveva apposto nel modulo giusto e quindi bisogna ritornare da lui. Un Americano s’inalbererebbe, ma a noi sembra di essere tornati a casa: facciamo lo sbattimento volentieri e finalmente abbiamo il documento in mano.

Concludo con una chicca: quante volte guardando il vostro telefilm ospedaliero preferito non avete ammirato quella bellissima lavagna dove ci sono i turni dei medici esclamando “la voglio anche io”! Ecco, qui in Arabia ce l’hanno!

20131207-182516.jpg

NEW: il dispenser di medicinali e’ un’astronave intergalattica

Negli ultimi quattro anni molte cose sono cambiate nella sanita’ locale, e non tutte per il meglio: da un lato, tutte le strutture ed il personale medico sono stati spacchettati dal perimetro societario e ricollocati in una joint venture meta’ saudita e meta’ Americana (dove la meta’ d’oltreoceano e’ il prestigioso gruppo Johns Hopkins).

Tutto bene? Neanche per sogno: molti medici hanno visto il loro pacchetto di benefit ridursi e se ne sono andati, il management misto e’ molto litigioso e alcune prestazioni hanno dei tempi di attesa piu’ lunghi. C’e’ pero’ un grandissimo miglioramento che e’ innegabile: tutto il sistema di distribuzione dei medicinali e’ stato automatizzato con dei macchinari futuristici. Ci sono tubi e corsie sopraelevate che spediscono scatole di farmaci fino al punto di raccolta e un macchinario tipo mega stampante che sputa fuori dei barattoli che contengono un numero di compresse gia’ enumerato del farmaco ordinato. A quanto la spada laser?

Sulle tavole dell’America Saudita – REPOST

Le abitudini alimentari sono difficili da cambiare nel corso di pochi anni, a meno che non sia necessario raccogliere soldi in tempi di prezzo del petrolio basso (leggi in fondo all’articolo per un aggiornamento).

Originariamente pubblicato il 3 Novembre 2013

È inevitabile che un paese da 80 anni sotto l’ingombrante influenza americana abbia assorbito gli usi e i costumi culinari degli States, anche se a prima vista potrebbe non essere così scontato. Le rigorose leggi islamiche che vietano il maiale in tutte le sue gustose forme e che impongono la macellazione islamica per ogni tipologia di carne avrebbero potuto impedire una completa diffusione delle cicciose delizie americane. Avrebbero potuto, ma non è bastato.

Sicuramente uno degli immaginari comuni è che l’Arabia pulluli di kebabbari o di posti dove mangiare capretti e humus a tutte le ore; non vi nascondo che questa fosse una delle mie convinzioni finché nell’illustrativo video aziendale giunto a casa nei giorni in cui dovevo decidere se trasferirmi qui non si illustrasse che la realtà è ben diversa: Mc Donald’s (che servono il Mc Arabia), Pizza Hut o KFC si trovano più o meno con la stessa frequenza che a casa nostra. Per non parlare di quelle succulente ciambelle colorate e ipercaloriche che la mia generazione conosce bene perché erano lo spuntino preferito del commissario Winchester dei Simpson.

Le somiglianze non finiscono certo qui: come in ogni ristorante americano che si rispetti, al cameriere bisogna lasciare una mancia proporzionale alla cordialità del servizio. In Saudi la professione è sostanzialmente esercitata ad alti livelli dai Filippini (che parlano un ottimo inglese – anche se dall’accento inizialmente incomprensibile) e a medio bassi livelli dagli Indiani (che a volte sorridono senza capire le tue richieste e ti portano a tavola un cibo che capisci essere piccante solo sfiorando il piatto con la mano): per questo, la mancia serve anche a ripartire in minima parte il benessere degli expat occidentali verso coloro che ricevono invece uno stipendio assai modesto. Il ringraziamento che esprimono i loro occhi è spesso la giusta cordialità che il cliente riceve all’uscita.

Vogliamo poi parlare delle schifezze che si possono mangiare a colazione? Waffle con sciroppo d’acero, pancake, omelette e sudiciumi vari sono la migliore espressione della continental breakfast, forse più di stampo british che americano. Unico assente: il bacon!


Infine, una piccola curiosità che avevo notato solo in America (non so se qualcuno può confermare o no): è solo lì infatti che servono i drink con la cannuccia con l’estremità ancora avvolta dalla carta protettiva.. A me sembra la classica paranoia igienista americana, chissà come ha fatto ad arrivare fin quaggiù!!



NEW – La “tassa sui peccati”

Periodicamente ritorna anche nel dibattito salutista in Italia, ma in Saudi si sono superati: detto-fatto! Da meta’ giugno 2017, in pieno Ramadan, il governo ha imposto nuove tasse su tre categorie di prodotti: sigarette – un prodotto da noi supertassato da decenni, bevande frizzanti (Coca-Cola e affini) ed energy drink (tipo Redbull). Il prezzo di alcuni di questi prodotti e’ raddoppiato di punto in bianco (ora una lattina di Coca-Cola costa l’equivalente di 50 centesimi di euro, rispetto a meno di 30 centesimi di qualche giorno fa).

Il motivo officiale e’ combattere le malattie legate alla scorretta alimentazione (il diabete su tutti), cercando di promuovere uno stile piu’ sano. In realta’ la nuova tassa e’ un tenativo di raccogliere dei soldini in piu’ per le finanze pubbliche tartassate dal barile a 50 dollari.

http://www.arabnews.com/node/1113771/saudi-arabia

 

Sulle strade dell’America Saudita – REPOST

In questi mesi estivi abbiamo pensato di rivisitare qualche articolo vecchio scritto in passato e rinfrescarlo con qualche aggiornamento. Oggi si parla di auto!

Originariamente pubblicato il 27 Settembre 2013

In questi primi giorni dove tutto è nuovo e la gente mi guarda stranita per la curiosità che ci metto nell’affrontare le giornate ancora senza routine, ho maturato qualche riflessione sulla distanza culturale che esiste tra Saudi ed Europa e che la avvicina molto invece agli States.
Certamente questa conclusione non è per niente innovativa: qui gli americani hanno messo piede negli anni ’40 e, complice qualche sbandata dell’inglese Churcill nel suo approccio con il re Saud, non l’hanno più spostato. E come avviene sempre, la conquista americana passa pesantemente attraverso un completo contagio culturale, che in un paese come KSA assume dei tratti interessanti.

Oggi inizio con uno dei numerosi esempi, che riguarda la mobilità.
Le auto, i trasporti e in generale ciò che si muove su strada ha pesanti tratti americani (conditi con salsa piccante saudita, ma questo è un altro discorso, ne parleremo): le pressioni sociali, alimentate da un prezzo della benzina ridicolo, spingono per avere dei bisonti su 4 ruote, di provenienza americana. Il 90% dei modelli che ho visto in giro sono di questo tipo: grandi, potenti, rumorosi e tamarri! Anche le strade e la segnaletica risentono dell’approccio americano e degli spazi immensi dello Regno, quindi scordatevi la strada con un unica carreggiata a doppio senso di marcia, qui ci sono e highway da 3/4 corsie, segnalate con cartellonistica ricopiata dai film americani e convertita in Km/h!

20130927-194155.jpg
San Diego o Saudiland?

20130927-194216.jpg

NEW – A marzo 2017 ha fatto capolino la prima auto ibrida (elettrica + benzina).

Miti da sfatare sulla vita dell’expat in Arabia

Che fortuna, quanti giorni di ferie! Che fortuna, quanti viaggi vi potete permettere! Che fortuna, che vita comoda che fate!
Latin News - April 22, 2013
Ci sentiamo dire queste frasi molto spesso, e c’è un grande fondo di verità. Vorrei però sfatare alcuni falsi miti e leggende metropolitane sulla vita dell’expat in terra Araba – e forse in alcuni casi dell’expat in generale.

In primis, la grande verità che bisogna sottolineare è che non tutti quelli che decantano di voler andare via, trasferirsi all’estero e cambiare vita poi lo fanno davvero. Questa precisazione, valida in tutti i casi e non solo per chi si sposta in Arabia, è doverosa: lo stipendio è molto migliore, ci sono tanti giorni di ferie, possiamo essere flessibili? Tutto verissimo. Ma questo è grazie alla scommessa che abbiamo fatto 4 anni fa: trasferirci all’estero (e che estero) per davvero. Quando abbiamo preso la decisione nessuno ci invidiava e nessuno avrebbe fatto cambio con l’esperienza che ci accingevamo a fare. Abbiamo vinto la scommessa, ma potevamo anche perderla: come si dice in economia, alti rischi alti guadagni.

Più nello specifico, ecco la top 3 delle false idee che si hanno di chi ha deciso di trasferirsi in Medio Oriente:

3. Siete ricchi!
Il fatto che viviamo nella terra di emiri, principi e sultani non significa che lo siamo anche noi. Ci siamo spostati in questa parte di mondo perché lo stipendio era decisamente migliore ed i benefit molto allettanti, ma non siamo ricchi. Lavorando in Arabia si ha l’occasione unica, ad esempio, di ripagare il mutuo sulla casa in 4/5 anni, a meno che non si possegga una villa in Costa Smeralda. In quel caso è necessario davvero essere un emiro. Per un appartamento di 80mq nella periferia di Milano è invece fattibile.

2. Non lavorate mai!
L’ambiente lavorativo è più rilassato rispetto agli standard occidentali e parte dei motivi che ci hanno spinto a spostarci in Saudi è che quasi non esistono gli straordinari: si lavora 8 ore al giorno e le ferie sono generose, mentre in Italia faticavamo a vederci la sera con le ore extra che sono quasi di dovere. Ma se non si lavora si viene licenziati anche qui!

1. Viaggiate sempre in First Class!
Viaggiamo tanto, e siamo consapevoli che sia una grande fortuna. Sappiamo anche che quasi nessuno ha mai realmente verificato cosa significhi acquistare un biglietto in First Class per  un volo a medio raggio – senza stare ad andare in Australia. L’ho fatto io per voi: quindi no, non voliamo mai First Class, a meno che non paghi l’azienda – non lo fa molto spesso, e non lo fa MAI per me ma solo per Matteo.
image1
Insomma, noi ci siamo adattati bene a questo stile di vita, ma è stata la ricompensa per aver osato. Voi che aspettate ad aprire un Chiringuito alle Bahamas?

L’urlaccio all’italiana

Sottotitolo: cose che non mi mancano della vita in ufficio in Italia.


“Shut up,    SHUT!    UP!”. L’urlo scaccia la quiete dell’ufficio, che di solito ha il sottofondo musicale delle ventole dell’aria condizionata e di ticchettio dei pulsanti della tastiera. Passa un lunghissimo momento nel quale cerco di non incrociare lo sguardo di nessuno. Sento il capo, che siede a pochi metri da me, fare capolino dalla sua stanza, ma poi timidamente ritrarsi. In quattro anni che lavoro in questo paese, non era mai successo che qualcuno alzasse la voce con un collega in maniera cosi’ teatrale e aggressiva.

In effetti, l’ultima volta che era accaduto lavoravo ancora in Italia. L’urlo tra colleghi e’ di uso comune dalla Lombardia alla Sicilia, un passaparola interminabile che parte dall’amministratore delegato lungo la catena di comando fino al povero impiegato di turno. Durante i primi mesi di lavoro, ricordo i cazziatoni che arrivavano da una delle poche dirigenti donne dell’industria petrolifera, soprannominato il Drago, che come il fabbro ferraio forgia spade e armature battendo il ferro appena uscito dalla fornace, cosi’ lei abbatteva giovani teste di neoassunti.

Tutto cio’ non mi manca: ci sono altre sfide culturali, ma la vita dell’ufficio in Saudi trascorre con serenita’. Il livello di stress e’ contenuto e si evitano gli scontri personali: ne giova il fegato e si lavora senza avere un fabbro ferraio nella stanza accanto.

Eppure l’urlo c’e’ stato, anche in un ufficio saudita. Di chi si tratta, vi starete chiedendo. Semplice: un collega italiano – forse scordatosi di non essere piu’ a Cernusco sul Naviglio – si era accanito su un giovane collega saudita, creando una breve crisi diplomatica tra Stati che poteva sfociare nell’invio di caccia sauditi sulle spiagge riminesi in piena stagione balneare.

Perche’ come insegna il saggio zio Tobia, possessore della celeberrima fattoria: il cane abbaia, il gatto miagola, la mucca muggisce… l’italiano urla!

Questione di crisi (col Qatar) – l’evoluzione editoriale

La crisi col Qatar continua e ogni giorno ci svegliamo con nuove notizie, in generale piene di propaganda, da entrambi i lati. Una delle ultime perle riguarda gli Emirati Arabi, che hanno bandito le maglie del Barcellona – sì, la squadra di calcio – perché Qatar Airways ne è sponsor principale e sulla maglia c’è una scritta quasi gigante citante il nome del ricco Stato del Golfo.

Non è un mistero che gli Arabi vadano matti per il calcio, argomento sempre verde di conversazione amichevole, ma che prendono molto sul serio. Qui in Saudi, l’azienda è solita organizzare ogni anno, per i ragazzini calciatori, una settimana di allenamenti con i trainer di squadre internazionali, principalmente europee. Nel 2015 era toccato anche ad una squadra italiana – che per rispetto alla fede calcistica del mio amato nonno non nominerò chiaramente, ma ne avete dolorosa testimonianza fotografica qui sotto.Gazette

Indovinate un po’ quest’anno a chi è toccato invece? Ovviamente al Barcellona. Il corso si è svolto a Maggio, giusto qualche settimana prima della crisi, che dal punto di vista degli allenatori è stata una manna dal cielo: si sono presi la loro bella ricompensa e sono scappati giusto in tempo. Ma dal punto di vista editoriale ha creato qualche problema.

Come vi accennavo tempo fa, sono ormai diversi mesi che sto collaborando con il mensile del camp, è una pubblicazione interna per la comunità che ha l’obiettivo di raccontare i principali appuntamenti del mese precedente e aggiornare tutti gli expat di cosa bolle nella pentola degli eventi. La foto qui sopra mostra la copertina proprio di questo mensile, per cui immaginatevi un equivalente con le foto della squadra sponsorizzata dal Qatar. Impossibile da proporre oggi.

Nuove linee guida consigliavano di evitare ogni immagine con la maglia ufficiale, mentre siamo riusciti a negoziare ottenendo almeno la presenza dei trainer – che erano ovviamente ovunque tra i ragazzini, ma per fortuna vestiti senza riferimenti allo sponsor. L’articolo ovviamente non menziona il nome della squadra, per cui la sfida era anche più grande per l’editor del testo: sarà stato tutto un complotto del Real Madrid?!SponsershipHeader_565x215_v2_tcm233-809064

O forse del Milan?! (o forse di Emirates ;))image

E’ arrivato Ramadan (versione 2017)

Puntate precedenti:

Come affrontare il mese del digiuno in Saudi, quando le giornate lentamente si trascinano verso il tramonto, i ristoranti sono chiusi, la gente affaticata e non c’e’ altro da fare se non chiudersi coi colleghi non musulmani nella stanzetta del caffè?

Nel 2014 l’abbiamo sofferto, nel 2015 ci siamo rifugiati in attività sportive e giochi in scatola con gli amici, nel 2016 abbiamo scoperto il Bahrain.. Ebbene, ci sono voluti quattro lunghi anni per perfezionare il piano, ma alla fine ci siamo arrivati: 2017, l’anno della soluzione DEFINITIVA al Ramadan.

I più fedeli lettori ricorderanno come tra gli indiscutibili vantaggi del Ramadan c’e’ la possibilità di attraversare il confine tra Arabia e Bahrain evitando ore di code alla dogana. L’indiscutibile svantaggio e’ che in tutto il paese i ristoranti sono chiusi fino a sera e anche dopo il tramonto e’ comunque vietata la vendita di alcolici.

A tutto questo c’e’ una soluzione e si chiama “Liquor Shop“. Il Bahrain, infatti, come pochi altri posti nel GCC, permette di acquistare l’alcol in luoghi dedicati, ovviamente chiusi durante Ramadan. Fino a questo maggio non avevamo mai messo piede. Ma poi abbiamo elaborato un piano in tre fasi.

Fase 1: l’assalto col carrello

Tutto inizia, ovviamente la settimana prima di Ramadan. Arriviamo in auto al Liquor Shop: chi lo immagina un luogo malfamato tipo spacciatore di fumo nel boschetto dell’hinterland milanese si sbaglia di grosso. A parte la location, che e’ un anonimo capannone nell’area industriale di Manama, una volta entrati ci si sente in paradiso, manca solo San Pietro con le chiavi. Tutto sbarluccica di meraviglia: scaffali ricolmi di tutte le migliori marche internazionali, casse di birra in pronta consegna e addirittura l’area dei vini e’ arredata come una cantina di legno, con prodotti che arrivano da tutte le parti del mondo. Immaginateci con il naso all’insu’ a camminare per le mensole spingendo il nostro carrellino. La gioia potrebbe capirla solo Buffon con in mano la Champions League.

champagne

Ecco come si presenta l’area dei vini, bella eh?

Fase 2: lo stoccaggio

Una volta passati in cassa e lasciate generose porzioni dello stipendio (le tasse sono pari al 100-150% del valore del prodotto, una bottiglia di vino italiano parte da 10 euro), bisogna trovare un luogo dove seppellire il tesoro fino al ritorno durante il mese proibito. L’isola e’ per metà disabitata e non manca certo di buche, ma c’e’ da fidarsi? La soluzione e’ una sola: riempire un trolley con il prezioso carico e portarlo in hotel. Al check-out, prima di ripartire per Saudi, lasciamo il trolley alla reception con la richiesta di custodirlo fino al nostro ritorno.

Fase 3: qui si sboccia manco fosse primavera

Una volta alla settimana, la giornata lavorativa si conclude in Bahrain, sempre al solito hotel. Al momento del check-in, tiro fuori un cartellino e lo consegno alla reception. Pochi minuti dopo, ci consegnano un trolley blu. Saliamo in camera e disfiamo i bagagli. In quello blu ci sono diverse sorprese: alcune birre, una mini confezione di baileys (il caffe’ al mattino ci piace berlo corretto), uno spumante, tre bottiglie di rosso e una di bianco. Unico vincolo: una volta aperta, la bottiglia deve finire. Il primo brindisi, ogni volta, e’ sempre per lui, il Ramadan.

E’ proprio vero che la necessità aguzza l’ingegno.

Questione di crisi (col Qatar)

La notizia che più rimbalza tra i media da diversi giorni ci riguarda piuttosto da vicino, almeno in termini geografici. Quattro Paesi arabi (Egitto, Emirati, Bahrain, guidati da Saudi), seguiti da altri successivamente, hanno rotto le relazioni diplomatiche con il ricco stato del Qatar, per motivi politici che non stiamo ad indagare.

Il Qatar è stato fin da subito un Paese che ci ha affascinati: cosí vicino all’Arabia, geograficamente e culturalmente, ma più pulito ed efficiente, è stato spesso meta di vacanza fuori porta negli ultimi 4 anni. Doha dista circa 3 ore di auto dal nostro villaggio, su una strada poco trafficata che taglia il deserto, ed è una bella città moderna sempre piacevole da visitare.

A seguito della crisi, i diplomatici qatarini sono stati cacciati in fretta e furia dai Paesi coalizzati, ma è Saudi quella che ci è andata giù più pesante. Spazio aereo chiuso immediatamente e licenza ritirata a Qatar Airways, confini di terra e mare bloccati – per un po’, niente weekend a Doha: le ripercussioni sono state pesanti, in primis per chi in Qatar ci vive, ma anche per chi come noi ci sta vicino.

Il vero disagio affrontato ha riguardato, come prevedibile, tutto quello che è legato alla compagnia aerea di bandiera: dopo anni di fedeltà e privilegi acquisiti con sudore e soldi (tanti, tanti soldi), abbiamo dovuto cancellare i nostri prossimi biglietti aerei e passare alla concorrenza. Come noi, molti altri già con un piede in vacanza (tra 2 settimane finisce sia Ramadan che la scuola): paura e delirio in Saudi! Ormai l’argomento più discusso sui forum del villaggio in cui viviamo è come riuscire a farsi rimborsare i biglietti pur non potendo parlare con il call center o accedere al sito internet – tutto impallato.

Il principale problema di Qatar Airways resta comunque quello logistico: tutti i Paesi con cui confina l’emirato hanno chiuso o limitato l’accesso nel proprio spazio aereo, non lasciando molte alternative alle rotte qatarine. Pare che ora, per arrivare a San Paolo (Brasile) si debba far scalo tecnico ad Atene, mentre per raggiungere l’Africa sembra il gioco dell’oca.

I veri disagi però li stanno subendo i residenti del Qatar: lo stato confina via terra solo con Saudi, ed è proprio da quella via che arrivano buona parte dei beni alimentari, ora stipati nei camion fermi in dogana. L’assalto ai supermercati è stato immediato: scene da pre-uragano, con la differenza che l’uragano passa, la maretta con Saudi chi lo sa.

Ovviamente, quanto i camion che trasportano viveri anche le auto civili sono rimaste bloccate fuori dal Paese: se ne avvistano diverse per le strade saudite in questi giorni, e non hanno molte alternative. Vagano raminghe per le strade dissestate, intrappolate in un mondo parallelo: speriamo che lo stargate si riapra presto.