Saudi Anatomy – REPOST

Nel passato remoto della nostra avventura in KSA io e Valentina avevamo scritto in paio di post gemelli sulla sanita’ saudita. Li ho incollati insieme e rivisitati un po’, aggiungendo un tocco finale direttamente preso da Star Wars.

Originariamente pubblicati il 27 Novembre e il 7 Dicembre 2013

Una piccola premessa: da quando sono arrivato in Saudi, ricevo un paio di richieste alla settimana di amici, ex colleghi e conoscenti vari che cercano di capire le loro chances di trasferire armi e bagagli nel Medio Oriente (di solito piazzando in cima alle loro città preferite Dubai e Doha, con l’Arabia salda in ultima posizione). Tra le tante preoccupazioni – alcune esagerate, altre no – ogni tanto fa capolino la domanda: ma com’è la sanità in Arabia, sarà mica a livello di terzo mondo?!

Se tu – persona a me simpatica che al momento stai leggendo queste righe pensando di trasferirti in Medio Oriente – ritieni che in Arabia Saudita ci siano gli ospedali diroccati con mosche ronzanti su bambini ammalati, hai sbagliato luogo. Qui la sanità c’è e per quanto ne sappiamo funziona assai bene per due categorie di abitanti del posto: i sauditi e gli expat occidentali. Vi dirò di più: ospedali e cliniche attingono a piene mani dal mondo americano, da cui hanno copiato procedure, colore degli abiti e storie d’amore tra infermieri e dottori. Ecco, forse l’ultimo aspetto me lo sono inventato.

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L’aspetto assolutamente più assurdo è che, qualunque sia il motivo di visita alla clinica, ti viene misurata la temperatura, il battito cardiaco, la pressione, oltre al controllo del peso: l’esperienza mi fa dire che è ugualmente avvilente in ogni parte del mondo.
Per chiarezza, si viene sottoposti a tutto questo iter anche se si passa da lì a ritirare un documento: sarà che gli scrupoli, quando si tratta di salute, non sono mai abbastanza. Ma risulta comunque leggermente esagerato.

Come in tutti i luoghi pubblici del Regno, le sale d’aspetto sono scrupolosamente divise per sesso, e sono densamente popolate di persone locali, il che dà l’occasione di comprendere le varie tipologie di velature delle donne saudite. In compenso, tra il personale, molti provengono dal sud est asiatico, soprattutto indiani e filippini. Insomma: è multiculturale anche l’ospedale.
Tra le infermiere però alcune sono arabe e indossano velo e niqab (che permette di coprire anche il viso): è un’abbinata davvero curiosa che non pensavo fosse così diffusa.

Ma il vero punto che farà strabuzzare gli occhi a tutti gli Italians che malcapitatamente sono costretti ad usufruire degli ospedali del Bel Paese è legato al sistema di prenotazione e gestione degli appuntamenti: niente omino scorbutico che ti insulta se chiedi informazioni, niente rimpalli da un posto ad un altro, nessun bisogno di armi pesanti e minacce per ottenere un esame prima di 10 anni da oggi.
Si espone il problema, si ottiene una risposta razionale, e si prenota, entro la settimana. Ma c’è di più: nel nostro caso specifico, il sistema sanitario fa capo al sistema interno che gestisce ogni aspetto della vita expat, per cui si ricevono in tempo reale i dettagli della prenotazione via mail (siamo in mezzo al deserto ma qui si comunica così, non con i fax).

Tutto è molto procedurizzato: devi ritirare un modulo? Fai richiesta online, ti sedi nella male section della sala di attesa tra uomini muniti di tovaglia colorata e sandalazzo vecchia scuola e arriva… l’infermiere! Questi ti porta in uno stanzino dotato di strumenti iper tecnologici e ti fa un rapido check-up per capire se hai la febbre, poi ti porta dal medico di base (da scegliere rigorosamente uomo per i maschietti, donna per le femminucce) e questi risponde alle tue necessità. Esci dalla sua stanza, attraversi un paio di corridoi lindi in cui si parlano idiomi molteplici e vai a ritirare il modulo.

Qui l’America lascia spazio all’Arabia: le indicazioni non sono un granché e tutto si basa sui gesti dei Sauditi, poi arrivato all’ufficio per ritirare il documento serve un timbro del dottore per ottenere un secondo timbro che valida il documento, ma questi non l’aveva apposto nel modulo giusto e quindi bisogna ritornare da lui. Un Americano s’inalbererebbe, ma a noi sembra di essere tornati a casa: facciamo lo sbattimento volentieri e finalmente abbiamo il documento in mano.

Concludo con una chicca: quante volte guardando il vostro telefilm ospedaliero preferito non avete ammirato quella bellissima lavagna dove ci sono i turni dei medici esclamando “la voglio anche io”! Ecco, qui in Arabia ce l’hanno!

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NEW: il dispenser di medicinali e’ un’astronave intergalattica

Negli ultimi quattro anni molte cose sono cambiate nella sanita’ locale, e non tutte per il meglio: da un lato, tutte le strutture ed il personale medico sono stati spacchettati dal perimetro societario e ricollocati in una joint venture meta’ saudita e meta’ Americana (dove la meta’ d’oltreoceano e’ il prestigioso gruppo Johns Hopkins).

Tutto bene? Neanche per sogno: molti medici hanno visto il loro pacchetto di benefit ridursi e se ne sono andati, il management misto e’ molto litigioso e alcune prestazioni hanno dei tempi di attesa piu’ lunghi. C’e’ pero’ un grandissimo miglioramento che e’ innegabile: tutto il sistema di distribuzione dei medicinali e’ stato automatizzato con dei macchinari futuristici. Ci sono tubi e corsie sopraelevate che spediscono scatole di farmaci fino al punto di raccolta e un macchinario tipo mega stampante che sputa fuori dei barattoli che contengono un numero di compresse gia’ enumerato del farmaco ordinato. A quanto la spada laser?

Sulle tavole dell’America Saudita – REPOST

Le abitudini alimentari sono difficili da cambiare nel corso di pochi anni, a meno che non sia necessario raccogliere soldi in tempi di prezzo del petrolio basso (leggi in fondo all’articolo per un aggiornamento).

Originariamente pubblicato il 3 Novembre 2013

È inevitabile che un paese da 80 anni sotto l’ingombrante influenza americana abbia assorbito gli usi e i costumi culinari degli States, anche se a prima vista potrebbe non essere così scontato. Le rigorose leggi islamiche che vietano il maiale in tutte le sue gustose forme e che impongono la macellazione islamica per ogni tipologia di carne avrebbero potuto impedire una completa diffusione delle cicciose delizie americane. Avrebbero potuto, ma non è bastato.

Sicuramente uno degli immaginari comuni è che l’Arabia pulluli di kebabbari o di posti dove mangiare capretti e humus a tutte le ore; non vi nascondo che questa fosse una delle mie convinzioni finché nell’illustrativo video aziendale giunto a casa nei giorni in cui dovevo decidere se trasferirmi qui non si illustrasse che la realtà è ben diversa: Mc Donald’s (che servono il Mc Arabia), Pizza Hut o KFC si trovano più o meno con la stessa frequenza che a casa nostra. Per non parlare di quelle succulente ciambelle colorate e ipercaloriche che la mia generazione conosce bene perché erano lo spuntino preferito del commissario Winchester dei Simpson.

Le somiglianze non finiscono certo qui: come in ogni ristorante americano che si rispetti, al cameriere bisogna lasciare una mancia proporzionale alla cordialità del servizio. In Saudi la professione è sostanzialmente esercitata ad alti livelli dai Filippini (che parlano un ottimo inglese – anche se dall’accento inizialmente incomprensibile) e a medio bassi livelli dagli Indiani (che a volte sorridono senza capire le tue richieste e ti portano a tavola un cibo che capisci essere piccante solo sfiorando il piatto con la mano): per questo, la mancia serve anche a ripartire in minima parte il benessere degli expat occidentali verso coloro che ricevono invece uno stipendio assai modesto. Il ringraziamento che esprimono i loro occhi è spesso la giusta cordialità che il cliente riceve all’uscita.

Vogliamo poi parlare delle schifezze che si possono mangiare a colazione? Waffle con sciroppo d’acero, pancake, omelette e sudiciumi vari sono la migliore espressione della continental breakfast, forse più di stampo british che americano. Unico assente: il bacon!


Infine, una piccola curiosità che avevo notato solo in America (non so se qualcuno può confermare o no): è solo lì infatti che servono i drink con la cannuccia con l’estremità ancora avvolta dalla carta protettiva.. A me sembra la classica paranoia igienista americana, chissà come ha fatto ad arrivare fin quaggiù!!



NEW – La “tassa sui peccati”

Periodicamente ritorna anche nel dibattito salutista in Italia, ma in Saudi si sono superati: detto-fatto! Da meta’ giugno 2017, in pieno Ramadan, il governo ha imposto nuove tasse su tre categorie di prodotti: sigarette – un prodotto da noi supertassato da decenni, bevande frizzanti (Coca-Cola e affini) ed energy drink (tipo Redbull). Il prezzo di alcuni di questi prodotti e’ raddoppiato di punto in bianco (ora una lattina di Coca-Cola costa l’equivalente di 50 centesimi di euro, rispetto a meno di 30 centesimi di qualche giorno fa).

Il motivo officiale e’ combattere le malattie legate alla scorretta alimentazione (il diabete su tutti), cercando di promuovere uno stile piu’ sano. In realta’ la nuova tassa e’ un tenativo di raccogliere dei soldini in piu’ per le finanze pubbliche tartassate dal barile a 50 dollari.

http://www.arabnews.com/node/1113771/saudi-arabia

 

Sulle strade dell’America Saudita – REPOST

In questi mesi estivi abbiamo pensato di rivisitare qualche articolo vecchio scritto in passato e rinfrescarlo con qualche aggiornamento. Oggi si parla di auto!

Originariamente pubblicato il 27 Settembre 2013

In questi primi giorni dove tutto è nuovo e la gente mi guarda stranita per la curiosità che ci metto nell’affrontare le giornate ancora senza routine, ho maturato qualche riflessione sulla distanza culturale che esiste tra Saudi ed Europa e che la avvicina molto invece agli States.
Certamente questa conclusione non è per niente innovativa: qui gli americani hanno messo piede negli anni ’40 e, complice qualche sbandata dell’inglese Churcill nel suo approccio con il re Saud, non l’hanno più spostato. E come avviene sempre, la conquista americana passa pesantemente attraverso un completo contagio culturale, che in un paese come KSA assume dei tratti interessanti.

Oggi inizio con uno dei numerosi esempi, che riguarda la mobilità.
Le auto, i trasporti e in generale ciò che si muove su strada ha pesanti tratti americani (conditi con salsa piccante saudita, ma questo è un altro discorso, ne parleremo): le pressioni sociali, alimentate da un prezzo della benzina ridicolo, spingono per avere dei bisonti su 4 ruote, di provenienza americana. Il 90% dei modelli che ho visto in giro sono di questo tipo: grandi, potenti, rumorosi e tamarri! Anche le strade e la segnaletica risentono dell’approccio americano e degli spazi immensi dello Regno, quindi scordatevi la strada con un unica carreggiata a doppio senso di marcia, qui ci sono e highway da 3/4 corsie, segnalate con cartellonistica ricopiata dai film americani e convertita in Km/h!

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San Diego o Saudiland?

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NEW – A marzo 2017 ha fatto capolino la prima auto ibrida (elettrica + benzina).

Miti da sfatare sulla vita dell’expat in Arabia

Che fortuna, quanti giorni di ferie! Che fortuna, quanti viaggi vi potete permettere! Che fortuna, che vita comoda che fate!
Latin News - April 22, 2013
Ci sentiamo dire queste frasi molto spesso, e c’è un grande fondo di verità. Vorrei però sfatare alcuni falsi miti e leggende metropolitane sulla vita dell’expat in terra Araba – e forse in alcuni casi dell’expat in generale.

In primis, la grande verità che bisogna sottolineare è che non tutti quelli che decantano di voler andare via, trasferirsi all’estero e cambiare vita poi lo fanno davvero. Questa precisazione, valida in tutti i casi e non solo per chi si sposta in Arabia, è doverosa: lo stipendio è molto migliore, ci sono tanti giorni di ferie, possiamo essere flessibili? Tutto verissimo. Ma questo è grazie alla scommessa che abbiamo fatto 4 anni fa: trasferirci all’estero (e che estero) per davvero. Quando abbiamo preso la decisione nessuno ci invidiava e nessuno avrebbe fatto cambio con l’esperienza che ci accingevamo a fare. Abbiamo vinto la scommessa, ma potevamo anche perderla: come si dice in economia, alti rischi alti guadagni.

Più nello specifico, ecco la top 3 delle false idee che si hanno di chi ha deciso di trasferirsi in Medio Oriente:

3. Siete ricchi!
Il fatto che viviamo nella terra di emiri, principi e sultani non significa che lo siamo anche noi. Ci siamo spostati in questa parte di mondo perché lo stipendio era decisamente migliore ed i benefit molto allettanti, ma non siamo ricchi. Lavorando in Arabia si ha l’occasione unica, ad esempio, di ripagare il mutuo sulla casa in 4/5 anni, a meno che non si possegga una villa in Costa Smeralda. In quel caso è necessario davvero essere un emiro. Per un appartamento di 80mq nella periferia di Milano è invece fattibile.

2. Non lavorate mai!
L’ambiente lavorativo è più rilassato rispetto agli standard occidentali e parte dei motivi che ci hanno spinto a spostarci in Saudi è che quasi non esistono gli straordinari: si lavora 8 ore al giorno e le ferie sono generose, mentre in Italia faticavamo a vederci la sera con le ore extra che sono quasi di dovere. Ma se non si lavora si viene licenziati anche qui!

1. Viaggiate sempre in First Class!
Viaggiamo tanto, e siamo consapevoli che sia una grande fortuna. Sappiamo anche che quasi nessuno ha mai realmente verificato cosa significhi acquistare un biglietto in First Class per  un volo a medio raggio – senza stare ad andare in Australia. L’ho fatto io per voi: quindi no, non voliamo mai First Class, a meno che non paghi l’azienda – non lo fa molto spesso, e non lo fa MAI per me ma solo per Matteo.
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Insomma, noi ci siamo adattati bene a questo stile di vita, ma è stata la ricompensa per aver osato. Voi che aspettate ad aprire un Chiringuito alle Bahamas?