L’importanza del timbro

Nel nostro recente viaggio di rientro in Italia, come sempre accade, abbiamo tirato fuori dal cassetto magico il nostro passaporto e ci siamo diretti verso l’aeroporto (prometto che non scriverò una nuova parola che contiene la parola porto, anzi.. l’ho appena scritta).

Muoversi in ed out del Kingdom fa ricordare che qui il trattato di Schengen non esiste e figuriamoci se i GCC (gli Stati del Golfo) hanno intenzione di rimuovere i controlli doganali che creano tanti posti di lavoro per la popolazione. Ogni qual volta siamo in uscita, quindi, il nostro passaporto marroncino – che, devo dire, sfigura rispetto al bel verde saudita o all’imponente nero egiziano – si arricchisce di un altro timbro. Pensate che per venire incontro ai pendolari Saudi-Bahrain, anziché il passaporto alla dogana timbrano un libretto che evita di consumare le pagine del documento, altrimenti in un paio di mesi non ci sarebbe più spazio.

Risultato: dopo poco tempo nel Kingdom si fa conoscenza con una materia sconosciuta a noi Europei: il Beauty Contest del timbro più cool del momento. Diciamolo subito prima di mostrarli ai vostri occhi: sono bruttini, ma almeno colorano di esotico le spente pagine altrimenti vuote.

Il timbro bahrainita è semplice: rettangolare in entrata, rotondeggiante in uscita. Se in ingresso dall’aeroporto e di passaggio vs Saudi una scritta avverte che non puoi stare più di 24 ore e in quel tempo – mi raccomando – non puoi trovare lavoro.

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Ci sono poi gli Emirati: anzitutto loro per un solo ingresso si prendono con gusto una paginata intera, eppoi ti concedono, solo perché sei tu, una trentina di giorni di permanenza. Vuoi rimanere più a lungo? Nessun problema, parla con il Dipartimento della Naturalizzazione dove probabilmente ti convertiranno all’Islam.

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Vogliamo parlare di Saudi? Incomprensibile. Anzitutto perché loro usano il calendario Hijri – quello musulmano – e quindi servono conversioni trigonometriche per ricordarsi quando è stata l’ultima volta che si è atterrati in KSA. Poi perché hanno il buongusto di stampartelo a caso in giro per il libretto per sovrapporsi meglio con gli altri timbri – mi sembra di capire che prediligano l’abbraccio col timbro statunitense (v. qui sotto sulla destra).

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Infine, rullo di tamburi, vince il Beauty Contest dei migliori timbri della GCC area (almeno so far, all’appello mancano Oman e Kuwait) il buon Qatar, che almeno ha un tocco d’arte di piazzare un disegnino elegante (eccolo qui sotto ovviamente a fianco dell’ennesimo timbro saudi che si sovrappone ad un timbro USA). Che dire: promossi con riserva in una classe di bocciati!

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Il giro del mondo in ottanta amici

Planisfero puntine

Me la immagino, la pizzata di classe di quest’anno, insolitamente di febbraio anziché di dicembre. Si festeggiava il decimo anniversario dalla maturità e lo scorso anno mi avevano detto che la volta successiva avrei dovuto portare la chitarra e cantare di nuovo la canzone che avevo scritto per la fine del liceo. E io l’avrei cantata sul serio, e con piacere, così come avevo fatto nel 2003 di fronte ad una classe un po’ sognante e un po’ distratta. Magari stavolta non a memoria, che il testo un po’ me lo sono scordato (mi piace da matti quando la canzone fa: “Il primo giorno di liceo, ciao a tutti io sono Matteo”), però mi sarei attrezzato, avrei recuperato i vecchi appunti e accordi e via, di fronte a facce più adulte e ancora giovani.

E invece ero qua, a 5000 chilometri di distanza, e ripensarci adesso mi fa ricordare in realtà che non sono il solo in giro per il globo. Perché la mia generazione è la testimonianza dell’italiano con la valigia, un po’ come i nostri nonni a inizio secolo.

Ecco, ogni tanto faccio il conto: ci sono i due Andrea, uno a Londra e l’altro (forse) ancora in Germania. C’è Agnese, che quella è partita subito per l’Inghilterra appena laureata. E Giacomo, lui invece per l’estero è appena partito dopo averlo tanto corteggiato. C’è Marco che è stato in Australia e c’ha voglia di ritornarci per più tempo. C’è Giorgio, che invece va avanti e indietro dalla Svizzera.

E la lista non si esaurisce certo con i compagni del Liceo.

Scopro che ho un compagno di università a Seattle che ha creato una start-up di quelle americanissime e ora cerca di vendere calze da corsa con il microchip integrato, e Cristina, che prima era a Londra ed ora è tornata.

E poi i compagni del Master, quelli l’estero ce l’hanno per professione: Stefania e Pizz, entrambi in Mozambico, Juan e Giusi in Libia, Beppe (e Jorge) a Houston, Emanuela in Congo, Silvia in Cina, Daniele forse ancora in Norvegia. Ed altri partiranno – mi sa che non sono più aggiornato.

Ed infine, c’è forse quello che più di tutti è stato precursore e ispiratore: Amerigo, che – quando nel 2007 sono stato a visitarlo, a San Francisco – ha saputo stimolare in me il desiderio di partire e conoscere quello che c’è fuori dai confini italiani.

Ecco, ogni volta che guardo la cartina (e lo faccio spesso), penso ai miei amici sparsi per il mondo, a quelli che staranno dormendo e a quelli che vanno a lavorare quando io sono a casa.

E penso al fatto che magari anche i miei compagni di Liceo abbiano fatto lo stesso ragionamento alla pizzata di quest’anno, in un’atmosfera meno musicale del previsto, pensando a quel loro amico che vive nel deserto.

L’apparenza inganna: stereotipi dal Mondo

Non bisogna mai fermarsi alle apparenze, si sa. Sarà capitato a tutti di notare che spesso il primo approccio superficiale non sia per forza indicativo e, anzi, conoscendosi si cambia velocemente idea.

La chance di incontrare persone di tante nazionalità diverse porta a scoprire stereotipi o a scoprirsi, in qualche modo, razzisti. Ci è capitato di incontrare un ragazzo di uno di quei Paesi del Caucaso di cui pochi al mondo conoscono l’esistenza (stereotipo n. 1) e di aver pensato che fosse:

  • una specie di camionista piuttosto rozzo (stereotipo n. 2)
  • un po’ taglia gole (stereotipo n. 3)
  • decisamente losco (stereotipo n. 4: i filorussi sono loschi by definition, sempre sul filo del sembrare spie del KGB – stereotipo n. 5).

Insomma, sarà anche vero che l’abito non fa il monaco, ma non gli avrei dato un centesimo. Neanche a dirlo, è una persona deliziosa, intelligente e molto, molto spiritosa. Magari mi taglierà davvero la gola mentre è in missione per il KGB, ma al momento credo di non rappresentare un concreto pericolo per i Russi (stereotipo n. … ho perfino perso il conto!).

Bollywood

E che dire degli indiani? Anzitutto, che vengano dal Pakistan, dal Bangladesh, dal Nepal o dal Buthan, poco importa che tecnicamente nonsiano indiani: ci basta vedere abiti colorati in stile Bollywood (ricominciamo il conto: stereotipo n. 1) per catalogarli come indiani (stereotipo n. 2: l’India è un grande, ma molto grande subcontinente). A riguardo, particolarmente radicato qui in Saudi è lo stereotipo n. 3: tutti questi “indiani” sono proprio quegli omini vestiti di blu che fanno i lavori più umili e faticosi, e che non sanno una parola di inglese. Il nostro indiano (che poi viene dal Bangladesh, ma è uguale!) che ci fa da giardiniere ci mette del suo nel coltivare in noi questa credenza per cui sono tutti piuttosto ignoranti.

Se non fosse che il vicino di casa, indiano pure lui (o giu di li’, fa lo stesso), sia una delle persone più colte mai incontrate nella vita, con una cultura impressionante che ci ha lasciati basiti. Immaginatevi le nostre facce mentre ci spiegava come, secondo lui, ci sia un parallelismo tra la Roma di Cesare e Saudi di oggi. Sarà stata una faccia di due che vengono dalla Francia: o giu’ di li, tanto è uguale (non vi pare?).

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Per non parlare della sciuretta che si siede accanto a noi al corso di arabo. Di mezza eta’, coi capelli argentei e il golfino color carta da zucchero, sempre accompagnata dal marito. Vai tu a scoprire che, prima di tutto, è lei tra i due che lavora qui. Ma fosse solo questo: e’ il chief operating officer – sostanzialmente il numero due – della rete di ospedali aziendali, proveniente da un prestigiosissimo istituto di ricerca. E io che la pensavo dividersi tra fornelli e aspirapolvere: ammetto di vergognarmi di me stessa.

Pare superfluo ricordarvi quanti e quali siano gli stereotipi sugli italiani, quindi non aprirò nemmeno una parentesi. Vi basti sapere che noi ce la mettiamo davvero tutta per apparire il meno mafiosi, mammoni, ritardatari e rumorosi possibile. Detto ciò, temo comunque sia complicato sfatare dei pregiudizi che hanno forti fondamenti di verità, ma d’altro canto ne riceviamo anche apprezzamento. Non passa giorno che non ci propongano di aprire un ristorante, come se fosse una cosa facile: del resto dovremmo essere abituati a cucinare per le nostre numerose e affamate famiglie!

Natale con chi vuoi, Pasqua con i tuoi

Avevamo detto che l’Arabia Saudita e’ un paese precluso ai turisti (nonostante pare ci siano aperture in questo senso)? Non era vero.

Nonostante avremmo voluto rientrassero tra le categorie vietate (si scherza, eh!), i familiari di primo grado hanno accesso al paese, anche se armati di vietatissima macchina fotografica. Dato che quest’anno la lunghezza del ponte di Pasqua faceva invidia al quello che ci collega al Barhain – che e’ 25 Km, mica poco – c’era tempo per tutti: prima la famiglia della Vale in Qatar, poi la mia in Arabia e Bahrain. Due in un colpo solo: serve prendersi un weekend di riposo una volta ripartiti.

Risultato? Tutto e’ andato secondo i piani: visti rilasciati senza problemi, nessun arresto di genitori (non era scontato, credetemi), giornate piene di grandi nuove esperienze (a partire dalla dimensione dell’auto che hanno provato a guidare), tanti luoghi comuni ridimensionati.

Lo sapevamo, il Medio Oriente piace: il senso diffuso che tutto e’ nuovo, le dimensioni “americane”, l’atmosfera rilassata ed amichevole, il lusso degli alberghi, mega progetti ovunque ci si giri..  Che qui si respira un’aria ottimista, l’hanno capito tutti. Che qui siamo, e ci sentiamo, privilegiati, anche.

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Ovviamente, per colorare l’esperienza non ci siamo risparmiati sul programma, che presentava tra l’altro: visita di moschea, gita al mall con (finta) Venezia dentro, barchetta dei cercatori di perle che fa il giro della corniche di Doha con degustazione di datteri succulenti annessa, corsa coi go-kart sul circuito del Barhain, esplorazione di cavita’ montuose nel mezzo del deserto, gita al mare blu fosforescente del Qatar e al mare con il BBQ incorporato di Saudi, un salto al forte portoghese bahrainita finemente ristrutturato, sguazzi nel parco acquatico e urla di spavento associate, pernottamento in hotel modalità Middle East – cioè piuttosto lussuosi.

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E, mentre genitori, fratello e sorella ritornavano a casa riposati ed abbronzati, noi collassavamo a letto per i successivi 7 giorni.

Pero’ si fa, perche’ mostrare alle proprie famiglie che qui si vive bene, comodi e abbronzati, serve a spiegare il senso di una partenza e forse a stuzzicarne delle altre. E racconta che a volte ci sono dei rischi (ben ponderati) da affrontare e scelte da compiere.

Paese che vai, frutta (importata) che trovi

Se lo chiamano Medio Oriente, un buon motivo c’e’. Il fatto di trovarsi a meta’ strada tra l’Occidente storico e l’Antico Far East e’, quantomeno geograficamente, piuttosto corretto.

Spesso pero’ ci si dimentica questo aspetto e pare assurdo che una terra sorta tra imperi millenari, grandi reami e dinastie storiche sia così arida, in tutti i sensi.

Il senso agricolo del termine poi, implica che il panorama di frutta e verdura locale sia piuttosto scarso, annoverando quasi esclusivamente datteri (ci risulta che l’Arabia Saudita sia uno dei maggiori produttori mondiali, seconda solo al vicino Iran).

D’altra parte, pero’, questa influenza che attinge un po’ ad est e un po’ ad ovest risulta chiara almeno al supermercato. Di fianco a rassicuranti mele e conosciuti limoni si trovano frutti dalle forme stravaganti e dai nomi improbabili che arrivano più o meno chiaramente dai Paesi orientali.

L’aspetto che fa più sorridere e’ che quelli che per noi sono i suddetti frutti astrusi, rappresentano la normalità per altri, e si finisce per ritrovarsi al banco veggie discutendo con qualche indonesiana su che-diavolo-e’ un affare pieno di aculei e, soprattutto, su come si faccia a mangiarlo. Devo dire che quello che mi manca da sapere e’ se, in Indonesia, appaiano astruse le mele.

Fruits

Presi dalla sfida, abbiamo affrontato finalmente i mostri vegetali e ne abbiamo assaggiati alcuni, che di seguito riportiamo in ordine decrescente di normalita’:

Dragon fruit

  • Dragon fruit: a discapito del suo colore tendente al fosforescente, all’interno ha la consistenza e il sapore del melone. Ne avevamo provato in passato uno con la polpa viola: neanche a dirlo, e’ un colorante eccezionale e in un secondo ci siamo ritrovati la lingua dello stesso fucsia della buccia (ma niente testimonianza fotografica!).
  • Guava: ha la consistenza della pera, ma un sapore più dolce e meno farinoso. A breve tenterò la strada della marmellata.
  • Granadilla: assomiglia ad una arancia, ma pesa 1/10. L’interno e’ pieno di semini, che sono quello che si mangia del frutto. Ad onor del vero, viene dal Venezuela: del resto il Medio Oriente e’ a meta’ tra il Sud America e la Russia 😉
  • Rambutan: lui vince il premio simpatia. E’ un frutto coi capelli, ma all’interno ha la forma e il sapore del litchee.

Kiwano e mangostan

  • Kiwano: il melone cornuto. Presenta, in effetti, dei cornini simpatici (?) sull’esterno, mentre tolta la buccia e’ un casino mangiarlo perche’ e’ quasi liquido avendo una polpa gelatinosa con un vago sapore di cetriolo, e semini (miliardi) che invece ricordano il kiwi. Lo so: non e’ che la combo cetriolo-kiwi sia proprio invitante…
  • Mangostano: il mio preferito, di gran lunga. Ha un aspetto piuttosto anonimo, ma una volta tolta la buccia spessa si presenta come un insieme di spicchi bianchi morbidi, con un sapore dolce con una sfumatura che personalmente mi ricordava un po’ la rosa.
  • Durian (altrimenti detto “coso con gli aculei”): e’ un’arma. La scorza e’ di un legno duro che con fatica si rompe, mentre all’interno e’ diviso in sorte di spicchi – sempre legnosi – che circondano una polpa morbida dal vago aroma di vinavil. Pardon: colla vinilica.

Open fruits