In che senso (civico)?

Lo Stato saudita, fino ad oggi, è stato allineato con gli altri Paesi del Golfo nella cura dei propri cittadini. Queste nazioni cresciute sul petrolio cercano di dirottare sulla propria popolazione parte delle enormi ricchezze derivanti dal commercio dell’oro nero: le politiche non sono standard, ma tendenzialmente garantiscono una casa e un lavoro a chi possiede il passaporto nazionale, oltre a diversi altri benefit minori.

Questo assistenzialismo estremo funziona molto bene in Paesi come gli Emirati Arabi o il Qatar, dove la popolazione autoctona è composta da meno di un milione di persone, mentre i 30 milioni di Sauditi rendono la faccenda molto più complicata, soprattutto di recente con il prezzo del petrolio in caduta libera.

Seppur possa sembrare una gran pacchia, ed in un certo senso obiettivamente lo è, ci sono grossi problemi che insorgono in una popolazione servita e riverita senza sforzo: la totale mancanza di senso civico e di spessore culturale, anche nei Sauditi che vanno a studiare all’estero.

In primis, manca una formazione educativa di base: il sistema scolastico premia le menti più brillanti, spedendole nelle migliori università al mondo per formare professionalità da poi riportare in Patria. Ma gli altri? Vengono abbandonati al sistema saudita, tutto incentrato sugli studi religiosi e molto poco sul resto.

6666966d7c6c7adfbc386d69959d5d0bQuesto spesso si riflette in cittadini che non hanno, oltre al senso civico più generale, neanche un senso della bellezza. Pensavate che le ore passate a studiacchiare storia dell’arte fossero buttate via? Guardate un Saudita e come si approccia al Mondo, ne capirete invece l’importanza cruciale. La bellezza, agli occhi del locale, pare essere qualunque cosa ricoperta d’oro: se Piero Manzoni fosse ancora vivo, sono certa che creerebbe la “Merda d’artista placcata d’oro zecchino”. Sapete già chi la stra-pagherebbe in asta.

o-GOLD-TOILET-PAPER-facebookE se si prendono cura dell’auto come fosse una figlia (pardon, un figlio), non comprendono quanto sia importante la cura dell’ambiente circostante: il deserto è una discarica a cielo aperto, pur essendo, nella sua monotonia, un paesaggio interessante ad affascinante. Non comprendono neanche la bellezza dei fiori: abbiamo di recente assistito ad un abbandono di carrello della spesa in mezzo ad una aiuola appena piantata di bei fiori viola che, sì, non dureranno molto per via del caldo, ma se ci passi sopra col carrello è finita anche prima di cominciare.

La mancanza di rispetto si riflette anche, se non soprattutto, nelle relazioni con persone non Saudite, in particolare provenienti dal Sud est asiatico: vederli rivolgersi ai camerieri filippini con disprezzo e arroganza è una delle cose più civilmente insensate a cui si possa assistere – e ricordiamocelo, siamo in un Paese che del non-sense ha fatto la sua bandiera. D’altro canto, questa aggressività si riflette in camerieri e commessi dalla gentilezza estrema, pronti a tutti per soddisfare il cliente: almeno su questo l’Italia ha da imparare qualcosa.

Se Steve Jobs fosse nato a Riad..

Steve Jobs

…si chiamerebbe quasi certamente Mohammed, avrebbe cinque fratelli ed il sorriso pronto. Se avesse il DNA di Jobs, di sicuro non sentirebbe il desiderio di lavorare in uno dei tanti ministeri come i suoi coetanei, parcheggiati a vita in lavori sicuri. Vorrebbe fare qualcosa per cambiare il mondo, o almeno la quotidianita’ in cui vive. Fondare la Apple saudita, che quasi certamente si chiarebbe Dattero. Una Dattero che crea bellissime app per gli smartphone. Nella sua camera inizia a spremere le meningi alla ricerca di idee.

Di certo non puo’ essere un’app di messaggistica, di incontri o di nuove conoscenze, sarebbe vista sicuramente come un modo per favorire la promisquita’ con le ragazze; ne’ puo’ riguardare la musica, direttamente non vietata, ma vista con sospetto da tutte le autorita’ – tant’e’ che i cantanti sauditi sono di fatto costretti ad andare in esilio sui canali TV egiziani. Diciamo che vuole fare un’app sul calcio: il calcio piace a tutti, no?

Per creare l’app gli servono la passione, e quella non gli manca, ma anche un paio di amici che lo aiutino nell’impresa. Khalid e’ uno sveglio, ma gli manca la voglia: preferisce passare le serate a sgommare con la jeep sulle dune. Mishal si appassiona all’idea ma dopo un paio di ore passate ad ascoltarlo ha gia’ rivolto le sue attenzioni ad altro. Abdullah quando lo sente si accende ed esclama: “Ma quale societa’ di app, noi dobbiamo creare un’azienda che possa costruire l’iPhone 10 prima della Apple”; forse aiuterebbe una buona dose di realismo .

Un po’ sconsolato cerca allora un modo per trovare dei finanziamenti per avviare l’attivita’. Il capitale di certo in Saudi non manca, ma lui non appartiene ad una famiglia ben inserita nella societa’ ed ogni volta che e’ allo sportello di un ufficio publico la prima cosa che guardano non e’ l’idea del progetto, ma il cognome che porta… e la storia potrebbe continuare.. ma quanta fatica!!

Una cosa e’ certa: il livello di tenacia e di coraggio che il giovane Mohammed Jobs deve avere per portare avanti la sua idea imprenditoriale in Arabia Saudita e’ di gran lunga superiore a quella dell’originale Steve Jobs.

Anche perche’ l’alternativa e’ un confortevole lavoro come impiegato statale.

Quattro stagioni in una

Ai tempi della scuola avevo sempre l’impressione che l’inverno non finisse mai, e che l’estate volasse via in un batter d’occhio, per riportarmi di nuovo punto e a capo al freddo, al buio e allo studio. Questa stessa sensazione la viviamo anche in Arabia, ma con l’estate.

In realtà, le stagioni come le conosciamo nel vecchio Continente non esistono, per cui anche se formalmente il periodo estivo inizierebbe il 21 giugno qui ci troviamo già in un gran caldo, che ricorda temperature d’Agosto in Sicilia.

Insomma sembra sempre di trovarsi in quel periodo di calura che ci spaventa ma al quale, da ormai 4 anni, sopravviviamo con tenacia. Il picco coincide con il mese di Ramadan, quando temperature proibitive si combinano con le limitazioni del mese del digiuno: quest’anno avrà inizio intorno al 27 di Maggio.

IMG_1612L’estate saudita dura da Aprile a Ottobre, ed ha caratteri peculiari: a parte le temperature che non lasciano scampo – siamo nel deserto dopotutto, anche la natura reagisce in modo diverso. A guardare gli alberi sembra autunno: foglie gialle, molte cadute a terra, croccanti al tatto. Eppure il calendario dice essere primavera!

In questo periodo ci si ammala poi di malanni tipici della stagione invernale: raffreddore, tosse, naso che cola. La febbre talvolta è legata a colpi di calore, ma gli altri sintomi sono dovuti alla differenza di temperatura tra gli spazi chiusi e quelli aperti: capita di frequente di doversi portare in giro il golf (di lana!) per evitare, una volta al supermercato o in ospedale, di congelarsi. Se poi si ha la sfortuna di capitare direttamente sotto il bocchettone dell’aria condizionata non c’è scampo: a letto senza cena.

outside-part-pic-575x172_cLa vita quotidiana poi si trasforma: se nella Primavera europea si rincorre il sole per assorbirne i primi raggi caldi, qui si fugge all’interno e si esce, nel caso, solo la sera: molti accusano carenza di vitamina D dopo l’estate semplicemente perché il sole è troppo caldo – stesso motivo per cui, quando ci vedete di ritorno a luglio, non siamo abbronzati!

Anche gli animali cambiano routine: i nostri gatti hanno ormai fatto il cambio di pelliccia di stagione, indossandone una più leggera, e preferendo le uscite serali ai pic nic durante il giorno, per diversi motivi. Ovviamente la temperatura, più mite, ma anche perché come loro pure le prede abituali di giorno si vedono meno: piccione avvisato mezzo salvato.

La leadership del taco

hard soft tacos

In uno dei ristoranti del camp dove viviamo c’e’ un posto che serve ricordi di cucina messicana (dico “ricordi” perche’ non e’ che sia proprio un ristorante stellato). Il piatto preferito di Valentina sono i tacos, che vengono serviti con pollo, manzo o gamberetti. I tacos possono essere di due tipi: morbidi (della consistenza della piadina, versione a sinistra) oppure croccanti (in pratica un po’ fritti ed hanno la croccantezza di una patatina un po’ spessa, a destra). E mentre una sera eravamo in questo ristorante, i tacos mi sono parsi una perfetta metafora dello stile di leadership nell’azienda saudita in cui lavoro.

Dopo quasi quattro anni di lavoro in Saudi, ho avuto a che fare con quattro capi, di cui tre sauditi: due taco morbidi ed uno croccante. Mi spiego: la leadership saudita e’ riconducibile a due categorie; da una parte il puro command-and-control di vecchia scuola, dove le decisioni vengono prese dal vertice e la base esegue nei tempi prestabiliti senza troppi fronzoli, dall’altra una leadership soft, dove si evita qualsiasi attrito con il team a costo di essere a volte un po’ poco efficaci nell’esecuzione.

La prima e’ la leadership croccante: gustosa al palato, divertente quando si mastica, ma piu’ difficile da digerire. Il capo comunica ad intervalli regolari, fissa le scadenze, divide i compiti. A volte sbaglia e assegna incarichi un po’ a casaccio, ma come il re di un piccolo stato e’ difficile contestarne le scelte. Poi arriva la fase del controllo e qui e’ un po’ una lotteria: se gli stai a genio vivrai giorni sereni, se appartieni al gruppo sbagliato c’e’ il rischio che ti faccia le pulci su ogni cosa che gli consegni (fortunamente io appartenevo al primo gruppo!).

Il leader soft invece rende la vita piu’ facile: l’umore del team e’ sicuramente piu’ positivo, c’e’ comunicazione orizzontale e le riunioni sono piu’ serene. Per il lavoro che faccio, questo rende la mia attivita’ da un lato piu’ produttiva perche’ molte informazioni devono circolare con liberta’ tra i diversi esperti nei vari settori. Tuttavia la mancanza di una catena di comando piu’ intransigente rende le scadenze meno rigide e alla fine si arriva all’ultimo minuto con un sacco di cose ancora da sistemare.

Entrambi gli stili hanno delle chiare lacune e spesso ai manager sauditi di fascia media mancano gli altri elementi di una vera leadership: la visione e’ lacunosa, la capacita’ di fare da mentore/allenatore e’ spesso demandata ad altri expat di lungo corso, molte decisioni sono prettamente politiche oppure molto difensive.

D’altra parte, imparare ad adattarsi alle esigenze dei diversi capi rende il quotidiano piu’ vario e aguzza l’ingegno e l’abilita’ tattica. Anche perche’ mangiare ogni giorno lo stesso taco non e’ che sia proprio salutare!

Post Scriptum: dopo piu’ di 150 post pubblicati ogni settimana di venerdi, incluso Natale e Capodanno, la scorsa settimana abbiamo saltato la pubblicazione. La sorpresa e’ stata sapere che qualcuno se n’e’ accorto tempestivamente! Un caro saluto e grazie a Giovanni per avercelo ricordato.