Fatti un pieno alla Q8 – quando la benza è a km 0

Prima di partire per la nostra avventura arabica, due cari amici ci hanno fatto un regalo che rientra ormai di diritto nella top 3 dei presenti più utili: una ricca guida turistica della Penisola Arabica.

La prima volta che l’abbiamo avuta sotto gli occhi, leggevamo di Bahrain, Qatar, la strana Saudi, per poi sfuggire con lo sguardo alla scritta “Kuwait”: non era di certo il Paese del Golfo che ci attirava maggiormente, ma la sfida era chiara. Dopo diverse decine di puntate in Bahrain, una manciata di gite a Doha, e qualche weekend negli Emirati, oltre all’Oman per avere una visione completa ci mancava da visitare solo quello: il Q8.

Lonely

Paradossalmente, si tratta del Paese che ai più potrebbe non essere così sconosciuto vista la presenza – peraltro esclusivamente nel Bel Paese – di molte stazioni di servizio che evocano il nome dello Stato arabo.

Potreste ricordarlo anche, se non soprattutto, per il suo doloroso passato come teatro della Guerra del Golfo dei primi anni Novanta, quando l’Iraq di Saddam Hussein ha invaso questo lembo di terra affacciato sul mare (e seduto su tanti tanti barili di petrolio).

Di fatto, il tempo sembra si sia fermato agli anni ’90, almeno in alcune parti della capitale, il cui nome – Kuwait City – vi sarà facile da ricordare, anni di ovvia ricostruzione e di ricerca di una nuova identità.

Kuwait towers

Proprio per questo suo “passato”, che nei termini relativi del Medio Oriente odierno è tanta cosa, la città sembra aver anticipato quello che in Dubai è sbocciato a pieno. A titolo esemplificativo, Kuwait City è stata la prima a costruire un’isola artificiale (Green Island), reclamando terra al mare, già nel “lontano” 1988: alla luce di questo, la Palma non pare nemmeno poi questa grande innovazione. Certo, salendo sulla Green Island – che è puramente pedonale e si gira in una mezz’ora, con tutta calma –  pare di essere tornati indietro nel tempo, mentre sulla Palma la sensazione è leggermente più futuristica.

Green island

Nell’antichità – quella vera, A.C. -, di cui resta molto poco, faceva parte dei territori dell’impero di Dilmun, che aveva base in Bahrain e che era stato fondato dai Greci: nonostante tutto però non esiste una grande cultura archeologica, ma di tanto in tanto viene ricordata questa parte di glorioso passato.

Nonostante tutto resta comunque un Paese dalle caratteristiche peculiari: il Kuwait è un Emirato, ma la forma di governo è la monarchia costituzionale – ebbene sí, avete capito correttamente. Il popolo ha diritto ad eleggere il Parlamento, e dal 2005 il diritto di voto è stato esteso anche alle donne, che possono anche candidarsi, su scelta irremovibile dell’Emiro.

Camminando per le strade di Kuwait city si vedono molti più volti locali vestiti all’Occidentale che in tutti gli altri Paesi dell’area Mediorientale, tant’è che quasi si sente la mancanza degli amici tovagliati che fanno tanto arabo. Ancor più sorprendente è l’avvistamento di gruppi di ragazzi adolescenti di genere misto che è assolutamente impossibile da incontrare altrove nel Golfo.

La possibilità di fumare anche nei luoghi chiusi rappresenta di certo un aspetto negativo dell’emancipazione e della libertà dei kuwaitiani, ma è anche questo un segnale di quanto il Paese sia più aperto di tutti i suoi vicini di casa. In fin dei conti, nessuno è perfetto!

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Dal Re al Sultano: welcome to Oman

Alzi la mano chi ha pensato che Aladdin, il protagonista del cartone animato Disney, vivesse in Oman. Non so perche’, ma ne ho avuto da sempre la certezza.

Questa granitica convinzione e’ stata affiancata da alcune delle mie piu’ argute domande esistenziali, quali:

  • La scimmietta amica di Aladdin, si chiama Abu (come Abu Dhabi) o Apu (come il tizio indiano dei Simpsons)?
  • Come fanno tutti a tenere in testa un cappello tanto piccolo e squadrato che sembra cadere da un momento all’altro?
  • ma soprattutto: Come mai in Saudi c’e’ il Re, in Qatar c’e’ l’Emiro… ed in Oman c’e’ il Sultano?

Se purtroppo alle prime domande non ho trovato risposta e tali rimarranno per i secoli venturi, la nostra esperienza in Oman e’ servita almeno a dipanare l’enigma sul regnante. Confermiamo: il Sultano esiste, e’ il leader piu’ longevo dei Paesi del Golfo ed e’ a meta’ strada tra Sean Connery e un Antonio Banderas invecchiato di 30 anni.

sultan_qaboos2

A livello semantico, Sultano ed Emiro significano la stessa cosa: comandante (di solito militare) oppure il piu’ forte, termine che dal gergo militare si e’ poi trasferito alla figura politica regnante. La differenza sostanziale e’ che il primo non e’ di origine araba ed e’ probabilmente legato all’influenza ottomana dell’Oman nel corso del 1600. Per rendere le cose piu’ complicate, nel corso dei secoli si sono aggiunte anche le seguenti cariche: Sceicco (=anziano), Califfo (=successore di Maometto), Imam (=guida).

Titolo del regnante a parte, la nostra breve esperienza in Oman conferma la distanza che esiste dai suoi vicini di casa. Tre cose, piu’ di altre.

  • Muscat non e’ Dubai (nel bene e nel male): non essendoci grattacieli (che sono in pratica vietati), gli edifici della citta’ sono bassi, eleganti e con intarsiature sulle facciate. Questa caratteristica rende Muscat, che e’ stretta tra le montagne ed il mare, piu’ “mediterranea” dei vicini. Non ci fosse gente con vestiti svolazzanti, potrebbe essere una piccola Genova.

Muscat

  • E’ confermato, Aladdin e’ omanita: la gente indossa il suo stesso cappello. Rispetto agli altri abitanti della penisola Araba che indossano la ghutra (detta anche “ tovaglia a quadretti”), gli omaniti portano con fierezza la kumma, che rispetto ad Aladdin e’ una versione piu’ larga e calzante dello stesso copricapo: cosi’ non cade, mica scemi! In alternativa, indossano con grande eleganza la ghutra tutta avvolta intorno alla testa, quasi come un turbante indiano.

kumma_mussar (1)

  • Ne’ sunniti, ne’ sciiti. Nella secolare lotta tra le diverse fazioni, gli Omaniti occupano un posto intermedio e per certi versi piu’ tollerante. Sono ibadisti e – almeno in linea teorica – sono i piu’ aperti al pluralismo religioso, nonostante permangano i tratti puritani delle confessioni piu’ radicali

Da un punto di vista strettamente turistico, Muscat e’ visitabile in poche ore, sufficienti a toccare la splendida moschea, che e’ diventata la nostra preferita; il tradizionale souq dove per la prima volta in Medioriente l’occidentale viene assalito dai commercianti desiderosi di scagliargli addosso della roba da comprare; la bella area intorno al palazzo del sultano.

Moschea

Per i petrolieri piu’ accaniti, come il sottoscritto, consiglio di visitare la bella esposizione dell’O&G Exibition center in cui si puo’ armeggiare con pezzi di equipaggiamento di perforazione. Per il divertimento delle mogli c’e’ una lunga fila di bottoni rossi da schiacciare che muovono nei macchinari che fanno rumori strani (sic!).

Infine, squillino le trombe, dopo piu’ di un anno nella regione abbiamo finalmente provato a mangiare la carne di cammello. Sara’ stato che era stata cotta per 3 ore, ma l’abbiamo trovata decisamente tenera, saporita e gradevole.

E anche l’Oman l’abbiamo fatto: la lista delle cose da fare in Middle East si sta accorciando inesorabilmente!

Guest Post – In Arabia Saudita a tempo determinato

In cambio di 15 giorni all inclusive in Middle East, ho chiesto a mio fratello Daniele di raccontare la sua esperienza qui in Saudi, per aggiungere una voce diversa a queste pagine. Ecco il risultato!

Itinerario

C’è chi in Arabia ci vive e chi, invece, ci va in vacanza. Ebbene, faccio parte della seconda categoria. Al di là delle porte scorrevoli dell’aeroporto, oltre le lente procedure di immigration, si cela un mondo tutto da scoprire.

In un’estate italiana animata da piogge e temperature autunnali, prima dell’inizio delle lezioni universitarie, ho deciso di salutare per qualche giorno la Penisola e approdare sulle calde terre del Medio Oriente. Tra una visita a Doha in Qatar e il road trip sulle strade degli UAE e dell’Oman, ho vissuto una settimana di intenso saudi-relax. In bilico tra il deserto che circonda i conglomerati urbani e il verde curatissimo del camp, la routine giornaliera – non sempre quella di chi in Arabia di giorno lavora – è fatta di diverse ed interessanti attività.

Si possono però riassumere in pochi punti quelle che sono le peculiarità che saltano agli occhi di chi si trova catapultato per pochi giorni in un luogo ben lontano geograficamente e culturalmente da quello di origine.

  • Spostarsi da una città all’altra significa imbattersi in autostrade che tracciano il percorso in una vasta distesa di sabbia che per chilometri accompagna la vista su entrambi i lati della strada. Se di giorno la carreggiata è illuminata da un sole che splende nel cielo senza nube alcuna, nel tardo pomeriggio (che in Saudi dal punto di vista dell’illuminazione equivale a notte fonda) le strade si trasformano in linee rette dal colore giallastro dei lampioni, affiancate da un profondo buio ogni tanto interrotto dalle luci degli impianti o delle città all’orizzonte. Tutto cambia quando mano a mano che si procede verso l’interno anche l’illuminazione stradale viene meno lasciando spazio al bianco e al rosso dei fanali che si avvicinano e allontanano.
  • Siamo abituati alle verdeggianti colline della Toscana e alle catene montuose delle Alpi, ma posso assicurare che il deserto porta con sé un fascino unico. Intraprendere un viaggio on the road permette di osservare i diversi colori, le dune e le differenti tipologie di sabbia che si estendono all’infinito.

Deserto RAK

  • Lontani da un’idea di turismo, elemento chiave per città vicine quali Doha e Dubai, l’Arabia Saudita – per lo meno nella zona interessata – non si contraddistingue per enormi grattacieli e palazzi appariscenti, ormai diventati lo stereotipo di un Medio Oriente in continua crescita e sviluppo.
  • Fa caldo (e anche parecchio!) ma, lo si dice spesso, non è come da noi. Ci si accorge facilmente della differenza che c’è tra la percezione del caldo di chi ormai ha affrontato un’estate da 50 gradi e più e chi invece arriva dalle piogge e dal freddo di questa estate lombarda. Posso però assicurare quanto sia peggio sopportare 30° con il 100% di umidità di Muscat o Dubai, rispetto ai 45° secchi del deserto saudita.
  • La segnaletica stradale sottolinea la forte presenza di expat nella zona: i cartelli sono tradotti in inglese in maniera arbitraria e fa ridere come la trascrizione di stessi paesi differisca da un cartello all’altro. Mano a mano che si procede nell’entroterra, però, le traduzioni vengono meno e risulta indispensabile il navigatore!

Cartello

  • La guida – si sa – è piuttosto sportiva. Ma il premio per attraversamento pedonale in autostrada non è a mio parere vinto dai sauditi, bensì dai cittadini dell’Oman che fanno di ciò una competizione nazionale.
  • Il clima che si respira nel compound si può dire di vacanza. Le varie attività che sono offerte rendono vivo un posto che al di fuori degli orari lavorativi accoglie adulti e bambini all’interno delle sue facilities. La multiculturalità la fa da padrone e rende interessante ammirare i lineamenti e le diverse lingue passeggiando – o sfrecciando col golf-kart! – tra le strade del camp.

Il riecheggiare della voce del muezzin accompagna la giornata e l’improvvisa mancanza mi ha fatto comprendere che ero ormai sul volo di ritorno. Alla prossima, Saudi!

Un allegro pomeriggio in dogana

In passato decantavo la bellezza dell’avere il passaporto pieno di visti. Come si vedra’ qui sotto, ogni collezione ha le sue fatiche.

Queu

Quello che segue e’ un racconto di quanto e’ accaduto al confine tra Emirati Arabi Uniti e Oman. Una piccola anticipazione: se sono qui a scriverlo vuol dire che tutto e’ andato bene.

Sono le ore 15.10. Arriviamo alla frontiera, prima di noi un paio di auto in coda.

Valentina, con la sua efficienza svizzera, ha gia’ in mano tutti i documenti necessari per l’ingresso in Oman: passaporto, tesserino di residenza in KSA, foglietto multi-entry/exit da Saudi, assicurazione dell’auto (tre fogli di cui uno verde scritto fitto in arabo). Siamo pronti.

Mi fermo al primo gate. Guardo il tipo, fa un gesto con la mano indecifrabile senza aprir bocca. Valentina mi guarda: “Direi che possiamo passare”. E noi passiamo.

Secondo gate. Il tizio mi guarda, butta un occhio sui passaporti e indicando indietro dice: “Go back, stamp visa”. E il tizio con il gesto indecifrabile? Avremo interpretato male il movimento. Magari voleva dire: “Fermati qui che devo timbrarti il passaporto”. Che fesso a non aver studiato gestologia mediorientale!

Fare la retro in mezzo alle corsie sembra azzardato, opto per l’inversione nella carreggiata opposta verso gli UAE.

Problema: ci sono tre gate di uscita dall’Oman, con relativi controlli e noi non abbiamo nessun visto.

Mi fermo al primo. Gli mostro la pagina con il visto degli UAE spiegandoli che devo ritornare indietro perche’ non mi sono fermato al primo controllo. Quello non capisce. Cambio lingua: dall’inglese passo al linguaggio gutturale dei suoni. “Go Oman, stamp visa UAE, khalas!” Sembra capire: mi lascia passare e dice qualcosa in una radiolina.

Al gate successivo sono piu’ sofisticati e capiscono l’inglese. Dicono di passare che sanno gia’ tutto.

Il gate di uscita finale in direzione UAE decido di saltarlo: c’e’ una comoda corsia per fare una nuova inversione verso l’Oman e io devo tornare dal mio amico del gesto indecifrabile che e’ a pochi metri da li’. Col senno di poi, se avessi fatto il gioco dei suoni gutturali anche con le ultime guardie, la procedura sarebbe stata piu’ breve.

Torno dal gesticolatore. Mi fermo parcheggiando l’auto in mezzo alla strada. Scendo con i passaporti. Lui inizia a digitare dei tasti. Esclama ad alta voce: MATIU! (che sarebbe il mio nome rivisitato in arabo). Io annuisco come a confermare: si’, sono io! Lui dice ancora: “MATIU! right?”. Eh si’, te l’ho detto che sono io! Mi fa cenno di avvicinarsi e guardare lo schermo. Leggo il mio nome e cognome e annuisco ancora, stavolta con piu’ vigore, magari aiuta. Sembra convinto. Passa a Valentina e rifa’ la stessa cosa. Continuo ad annuire con i muscoli del collo in peggioramento. Prende il timbro e stampa l’uscita dagli Emirati.

Di nuovo al secondo gate. I tizi sembrano riconoscerci e stavolta ci fanno passare. A me ricordano quegli insegnanti che bocciano gli alunni in prima per poi promuoverli l’anno successivo senza fargli fare neanche una verifica.

Il terzo gate e’ gia’ in territorio omanita. Allungo il passaporto. Anche qui, l’intoppo: “Park, visa Oman” mi dice il ragazzo, che sarebbe anche gentile se non fosse che sta puntando il dito verso il nulla. Disegno una curva con il dito per dire che vorrei fare inversione. “No, go back”. Metto la retro e capisco che la proiezione del dito del ragazzo punta verso un gabbiotto anonimo. Forse li’ d’inverno si rifugiano i cacciatori per sparare, ma a quanto pare oggi ci sono delle persone che rilasciano i visti per l’Oman.

Entro ed in effetti c’e’ uno sportello tipo poste. Ci sono tre camionisti prima di me, ma noto che la procedura e’ veloce. Consegnano il passaporto marchiato Pakistan, strisciano la carta di credito e ritirano il visto: 30 secondi. Tocca a me: gli consegno tutto il fascicolo. La tizia in divisa mi guarda e chiede: “How many days?”. Rispondo. Lei mi riconsegna i passaporti con dentro dei foglietti da compilare e indica anche lei col dito lontano, verso il tramonto. Che poi sarebbe in Oman, quindi avrei bisogno del visto. Il camionista dietro di me mi fa capire che si riferiva al tavolo. Compilo i foglietti, che richiedono una serie di dettagli cui non so rispondere come ad esempio “Volo di arrivo” e “Nome dell’ufficiale”. Ritorno dalla ragazza e consegno i fogli. Lei guarda solo la riga in cui ho scritto nome e cognome. Digita dei tasti. “MATIU?”, “Yes that’s me”. Timbro. Esco.

Ora c’e’ l’ispezione dell’auto. Di solito mostrare il passaporto italiano semplifica la vita. Ma oggi non e’ un giorno qualsiasi. Mi guarda, apro il baule. Mi fa un gesto con la mano tipo scopetta che vuol dire: “Accosta di lato”. In realta’ io lo interpreto come l’ennesimo: “Fai inversione e vai diretto in prigione senza passare dal via”. Chiedo spiegazioni. Mi dice: “Park, yellow line, inspection”. Vogliono aprirmi i bagagli.

Scendo dall’auto, tiro fuori tutti i trolley. Uno contiene un gioco in scatola che devo riportare in Italia. Si chiama “Battlestar Galactica” ed e’ una roba con astronavi e piloti che ho intenzione di rispedire a mio fratello perche’ e’ incredibilmente complicato. Mi chiedono di aprire anche la scatola del gioco. Nessun problema: sono anche pronto ad abbandonarla li sull’asfalto della strada.

Sono le ore 16.05, siamo al gate finale di ingresso nell’Oman: al di la’ della sbarra si cela la liberta’. Il tizio mi sorride. Il sangue mi si gela in corpo all’idea di rifare inversione e ricominciare da capo. Ed in effetti mi dice: “Do you want to make a U-turn to the UAE?”. Sorrido confuso e scuoto la testa: manco morto! Mi spiega che ci stavano controllando dopo l’inversione all’ingresso della dogana: c’avevano schedati. Mi consegna i documenti. Davanti a noi sventola il tricolore omanita.

Questa volta il gesto del doganiere e’ inequivocabile: “Welcome to Oman”.

Una lacrima di felicita’ solca il mio viso.