A lezione di comunicazione (araba)

Communication in saudi

Una cosa di cui sono immensamente riconoscente all’azienda in cui lavoro e’ che sulla formazione non risparmia, neanche in tempi di vacche magre. Tra le tante occasioni, la scorsa settimana ho frequentato un breve ma interessante corso sulla comunicazione. Arrivo nell’edificio fronte mare che ospita tutta la formazione del personale, trovo la mia aula e mi guardo intorno.

Iniziamo dall’insegnante: un tizio saudita smilzo, dal baffo brizzolato e lo sguardo dolce, vicino ai sessanta, con due master, un dottorato e innumerevoli titoli di insegnamento in varie universita’ anglosassoni. A dispetto dell’introduzione che termina con: “Mi chiamo Abdulaziz, ma voi potete chiamarmi DOTTOR Abdulaziz”, per la durata del corso in realta’ si dimostra una persona che quando parla l’ascolti volentieri, un’intellettuale della vecchia scuola.

E poi gli allievi: vi si trova un po’ di tutta la rappresentanza del panorama aziendale. Per la maggioranza giovani ingegneri sauditi volenterosi, qualche expat di breve corso come il sottoscritto, un paio di signori barbuti con abiti svolazzanti.

Inizia il corso, che prevede una pausa di 15 minuti ogni ora, una pausa pranzo di 90 minuti, e la conclusione per le tre del pomeriggi. Piu’ che un corso formativo, una lunga pausa interrotta da spiegazioni. Un po’ come quando per fingermi salutista voglio mangiare lo yogurt e ci rovescio un chilo di Nutella: piu’ che un derivato del latte, un estratto di nocciola.

Complici le continue interruzioni, il corso alla fine scorre veloce: dottor Abdulaziz segue per filo e per segno il suo bravo libretto pieno di appunti ordinati, chiaramente ispirato a qualche costoso corso americano. Gli manca il carisma comunicativo di Tony Robbins, pero’ si vede che gli piace insegnare e che agli studenti vuol bene, come quando non fa mancare il suo supporto (“You are perfectly right!”) in occasione di un commento un po’ ingenuo del giovane ingegnere saudita di turno.

Ma cio’ che sorprende, nella lista di cose nuove imparate in quel giorno, ci sono due piccole perle di saggezza araba sulla comunicazione, incompatibili con il nostro mondo:

  • Regola della vita #1: Mai chiedere “Perche’?“. Se per noi e’ la domanda della curiosita’, quella che il nostro fanciullo interiore ci spinge a formulare e che ha portato alla nascita delle grandi menti della scienza, nella cultura araba e’ interpretata come accusatoria: “Perche’ hai telefonato ad Ali?”, “Perche’ ieri non eri al lavoro?”
  • Regola della vita #2: il linguaggio del corpo e’ importante. Quando si parla o si ascolta, bisogna stabilire un contatto diretto con gli occhi, tranne che con persone dell’altro sesso. Sia mai che nasca un’emozione.

Imparo e porto a casa: da oggi mi vedrete in azienda girare bendato articolando domande che contengono perifrasi improbabili come ad esempio: “Per cotal ragione l’altro ieri Mohammed ha utilizzato il colore giallo nel grafico sul prezzo del petrolio?” Basta capire come tradurlo in inglese, ed il gioco e’ fatto.

In che senso (civico)?

Lo Stato saudita, fino ad oggi, è stato allineato con gli altri Paesi del Golfo nella cura dei propri cittadini. Queste nazioni cresciute sul petrolio cercano di dirottare sulla propria popolazione parte delle enormi ricchezze derivanti dal commercio dell’oro nero: le politiche non sono standard, ma tendenzialmente garantiscono una casa e un lavoro a chi possiede il passaporto nazionale, oltre a diversi altri benefit minori.

Questo assistenzialismo estremo funziona molto bene in Paesi come gli Emirati Arabi o il Qatar, dove la popolazione autoctona è composta da meno di un milione di persone, mentre i 30 milioni di Sauditi rendono la faccenda molto più complicata, soprattutto di recente con il prezzo del petrolio in caduta libera.

Seppur possa sembrare una gran pacchia, ed in un certo senso obiettivamente lo è, ci sono grossi problemi che insorgono in una popolazione servita e riverita senza sforzo: la totale mancanza di senso civico e di spessore culturale, anche nei Sauditi che vanno a studiare all’estero.

In primis, manca una formazione educativa di base: il sistema scolastico premia le menti più brillanti, spedendole nelle migliori università al mondo per formare professionalità da poi riportare in Patria. Ma gli altri? Vengono abbandonati al sistema saudita, tutto incentrato sugli studi religiosi e molto poco sul resto.

6666966d7c6c7adfbc386d69959d5d0bQuesto spesso si riflette in cittadini che non hanno, oltre al senso civico più generale, neanche un senso della bellezza. Pensavate che le ore passate a studiacchiare storia dell’arte fossero buttate via? Guardate un Saudita e come si approccia al Mondo, ne capirete invece l’importanza cruciale. La bellezza, agli occhi del locale, pare essere qualunque cosa ricoperta d’oro: se Piero Manzoni fosse ancora vivo, sono certa che creerebbe la “Merda d’artista placcata d’oro zecchino”. Sapete già chi la stra-pagherebbe in asta.

o-GOLD-TOILET-PAPER-facebookE se si prendono cura dell’auto come fosse una figlia (pardon, un figlio), non comprendono quanto sia importante la cura dell’ambiente circostante: il deserto è una discarica a cielo aperto, pur essendo, nella sua monotonia, un paesaggio interessante ad affascinante. Non comprendono neanche la bellezza dei fiori: abbiamo di recente assistito ad un abbandono di carrello della spesa in mezzo ad una aiuola appena piantata di bei fiori viola che, sì, non dureranno molto per via del caldo, ma se ci passi sopra col carrello è finita anche prima di cominciare.

La mancanza di rispetto si riflette anche, se non soprattutto, nelle relazioni con persone non Saudite, in particolare provenienti dal Sud est asiatico: vederli rivolgersi ai camerieri filippini con disprezzo e arroganza è una delle cose più civilmente insensate a cui si possa assistere – e ricordiamocelo, siamo in un Paese che del non-sense ha fatto la sua bandiera. D’altro canto, questa aggressività si riflette in camerieri e commessi dalla gentilezza estrema, pronti a tutti per soddisfare il cliente: almeno su questo l’Italia ha da imparare qualcosa.

Se Steve Jobs fosse nato a Riad..

Steve Jobs

…si chiamerebbe quasi certamente Mohammed, avrebbe cinque fratelli ed il sorriso pronto. Se avesse il DNA di Jobs, di sicuro non sentirebbe il desiderio di lavorare in uno dei tanti ministeri come i suoi coetanei, parcheggiati a vita in lavori sicuri. Vorrebbe fare qualcosa per cambiare il mondo, o almeno la quotidianita’ in cui vive. Fondare la Apple saudita, che quasi certamente si chiarebbe Dattero. Una Dattero che crea bellissime app per gli smartphone. Nella sua camera inizia a spremere le meningi alla ricerca di idee.

Di certo non puo’ essere un’app di messaggistica, di incontri o di nuove conoscenze, sarebbe vista sicuramente come un modo per favorire la promisquita’ con le ragazze; ne’ puo’ riguardare la musica, direttamente non vietata, ma vista con sospetto da tutte le autorita’ – tant’e’ che i cantanti sauditi sono di fatto costretti ad andare in esilio sui canali TV egiziani. Diciamo che vuole fare un’app sul calcio: il calcio piace a tutti, no?

Per creare l’app gli servono la passione, e quella non gli manca, ma anche un paio di amici che lo aiutino nell’impresa. Khalid e’ uno sveglio, ma gli manca la voglia: preferisce passare le serate a sgommare con la jeep sulle dune. Mishal si appassiona all’idea ma dopo un paio di ore passate ad ascoltarlo ha gia’ rivolto le sue attenzioni ad altro. Abdullah quando lo sente si accende ed esclama: “Ma quale societa’ di app, noi dobbiamo creare un’azienda che possa costruire l’iPhone 10 prima della Apple”; forse aiuterebbe una buona dose di realismo .

Un po’ sconsolato cerca allora un modo per trovare dei finanziamenti per avviare l’attivita’. Il capitale di certo in Saudi non manca, ma lui non appartiene ad una famiglia ben inserita nella societa’ ed ogni volta che e’ allo sportello di un ufficio publico la prima cosa che guardano non e’ l’idea del progetto, ma il cognome che porta… e la storia potrebbe continuare.. ma quanta fatica!!

Una cosa e’ certa: il livello di tenacia e di coraggio che il giovane Mohammed Jobs deve avere per portare avanti la sua idea imprenditoriale in Arabia Saudita e’ di gran lunga superiore a quella dell’originale Steve Jobs.

Anche perche’ l’alternativa e’ un confortevole lavoro come impiegato statale.

Quattro stagioni in una

Ai tempi della scuola avevo sempre l’impressione che l’inverno non finisse mai, e che l’estate volasse via in un batter d’occhio, per riportarmi di nuovo punto e a capo al freddo, al buio e allo studio. Questa stessa sensazione la viviamo anche in Arabia, ma con l’estate.

In realtà, le stagioni come le conosciamo nel vecchio Continente non esistono, per cui anche se formalmente il periodo estivo inizierebbe il 21 giugno qui ci troviamo già in un gran caldo, che ricorda temperature d’Agosto in Sicilia.

Insomma sembra sempre di trovarsi in quel periodo di calura che ci spaventa ma al quale, da ormai 4 anni, sopravviviamo con tenacia. Il picco coincide con il mese di Ramadan, quando temperature proibitive si combinano con le limitazioni del mese del digiuno: quest’anno avrà inizio intorno al 27 di Maggio.

IMG_1612L’estate saudita dura da Aprile a Ottobre, ed ha caratteri peculiari: a parte le temperature che non lasciano scampo – siamo nel deserto dopotutto, anche la natura reagisce in modo diverso. A guardare gli alberi sembra autunno: foglie gialle, molte cadute a terra, croccanti al tatto. Eppure il calendario dice essere primavera!

In questo periodo ci si ammala poi di malanni tipici della stagione invernale: raffreddore, tosse, naso che cola. La febbre talvolta è legata a colpi di calore, ma gli altri sintomi sono dovuti alla differenza di temperatura tra gli spazi chiusi e quelli aperti: capita di frequente di doversi portare in giro il golf (di lana!) per evitare, una volta al supermercato o in ospedale, di congelarsi. Se poi si ha la sfortuna di capitare direttamente sotto il bocchettone dell’aria condizionata non c’è scampo: a letto senza cena.

outside-part-pic-575x172_cLa vita quotidiana poi si trasforma: se nella Primavera europea si rincorre il sole per assorbirne i primi raggi caldi, qui si fugge all’interno e si esce, nel caso, solo la sera: molti accusano carenza di vitamina D dopo l’estate semplicemente perché il sole è troppo caldo – stesso motivo per cui, quando ci vedete di ritorno a luglio, non siamo abbronzati!

Anche gli animali cambiano routine: i nostri gatti hanno ormai fatto il cambio di pelliccia di stagione, indossandone una più leggera, e preferendo le uscite serali ai pic nic durante il giorno, per diversi motivi. Ovviamente la temperatura, più mite, ma anche perché come loro pure le prede abituali di giorno si vedono meno: piccione avvisato mezzo salvato.

La leadership del taco

hard soft tacos

In uno dei ristoranti del camp dove viviamo c’e’ un posto che serve ricordi di cucina messicana (dico “ricordi” perche’ non e’ che sia proprio un ristorante stellato). Il piatto preferito di Valentina sono i tacos, che vengono serviti con pollo, manzo o gamberetti. I tacos possono essere di due tipi: morbidi (della consistenza della piadina, versione a sinistra) oppure croccanti (in pratica un po’ fritti ed hanno la croccantezza di una patatina un po’ spessa, a destra). E mentre una sera eravamo in questo ristorante, i tacos mi sono parsi una perfetta metafora dello stile di leadership nell’azienda saudita in cui lavoro.

Dopo quasi quattro anni di lavoro in Saudi, ho avuto a che fare con quattro capi, di cui tre sauditi: due taco morbidi ed uno croccante. Mi spiego: la leadership saudita e’ riconducibile a due categorie; da una parte il puro command-and-control di vecchia scuola, dove le decisioni vengono prese dal vertice e la base esegue nei tempi prestabiliti senza troppi fronzoli, dall’altra una leadership soft, dove si evita qualsiasi attrito con il team a costo di essere a volte un po’ poco efficaci nell’esecuzione.

La prima e’ la leadership croccante: gustosa al palato, divertente quando si mastica, ma piu’ difficile da digerire. Il capo comunica ad intervalli regolari, fissa le scadenze, divide i compiti. A volte sbaglia e assegna incarichi un po’ a casaccio, ma come il re di un piccolo stato e’ difficile contestarne le scelte. Poi arriva la fase del controllo e qui e’ un po’ una lotteria: se gli stai a genio vivrai giorni sereni, se appartieni al gruppo sbagliato c’e’ il rischio che ti faccia le pulci su ogni cosa che gli consegni (fortunamente io appartenevo al primo gruppo!).

Il leader soft invece rende la vita piu’ facile: l’umore del team e’ sicuramente piu’ positivo, c’e’ comunicazione orizzontale e le riunioni sono piu’ serene. Per il lavoro che faccio, questo rende la mia attivita’ da un lato piu’ produttiva perche’ molte informazioni devono circolare con liberta’ tra i diversi esperti nei vari settori. Tuttavia la mancanza di una catena di comando piu’ intransigente rende le scadenze meno rigide e alla fine si arriva all’ultimo minuto con un sacco di cose ancora da sistemare.

Entrambi gli stili hanno delle chiare lacune e spesso ai manager sauditi di fascia media mancano gli altri elementi di una vera leadership: la visione e’ lacunosa, la capacita’ di fare da mentore/allenatore e’ spesso demandata ad altri expat di lungo corso, molte decisioni sono prettamente politiche oppure molto difensive.

D’altra parte, imparare ad adattarsi alle esigenze dei diversi capi rende il quotidiano piu’ vario e aguzza l’ingegno e l’abilita’ tattica. Anche perche’ mangiare ogni giorno lo stesso taco non e’ che sia proprio salutare!

Post Scriptum: dopo piu’ di 150 post pubblicati ogni settimana di venerdi, incluso Natale e Capodanno, la scorsa settimana abbiamo saltato la pubblicazione. La sorpresa e’ stata sapere che qualcuno se n’e’ accorto tempestivamente! Un caro saluto e grazie a Giovanni per avercelo ricordato. 

Viaggio nel multiverso autostradale


A bordo del mio Millenium Falcon a quattro ruote verde e bianco, scrivo il diario di bordo in data 19 aprile 2017. Viaggio interstellare Dhahran-Abqaiq. Un giorno come un altro in autostrada.

C’è quello dai muscoli d’acciaio che dorme tutto su un fianco immune al torcicollo,

C’è il collega digitale, quasi un ologramma, che scrive sull’iPhone le mail di lavoro lasciate a metà,

C’è la tizia tutta velata che ha voluto sedersi per forza lontano dai maschi,

C’è il nerd che smanetta col nuovo videogioco per l’iPhone, avra’ almeno diciassette dita,

C’è il tecnico tattico dotato di tutti gli accessori per il sonno, incorporati nel corpo,

C’è il barba con il Corano sul display,

C’è la coppia di filippini che bisbiglia i racconti nella giornata in linguaggi sconosciuti,

C’è quello con il nuovo episodio di Netflix che probabilmente non ha le orecchie perché l’audio si sente fin qua,

C’è il paesaggio, al di là delle trasparenze della tenda, che fa un po’ Tatooine.

Il pullman gira a destra, verso la rampa di uscita. Finisce un altro giorno di ordinario viaggio tra le galassie saudite.

Lavori al limite: la casalinga del deserto

Essere espatriato in Saudi significa spesso, per le donne, rinunciare al proprio lavoro per fare la casalinga, di questi tempi mestiere bistrattato quanto periglioso. Per quanto possa rappresentare un salto indietro nella storia femminista, rimane un lavoro di magre soddisfazioni e un sacco di olio di gomito – la peggior combinazione di sempre.

Forse per questo motivo, molte delle donne expat passano almeno il 90% del loro tempo a lamentarsi. Spesso si parla di figli, soprattutto di quanto sia dura fare le madri – dimenticandosi di mondi dove si fa la madre, la casalinga, l’impiegata e l’infermiera tutto nello stesso momento. Ma il trend topic degli ultimi tempi è il supermercato, essere infernale e maledetto dal genere femminile.

In questo “nuovo” mondo di vegetariani, vegani, crudisti, chilometro zero, prodotti equo e solidali o d’agricoltura biologica, quanto offerto dai supermarket locali non basta più. La qualità dei prodotti non è proprio delle migliori ad essere sinceri, per ovvi problemi logistici e climatici: si coltiva quasi nulla nel deserto – i datteri che vengono venduti, seppur qui abbondino, sono di provenienza USA-, e quello che viene importato non è freschissimo. Anche la conservazione dei cibi lascia spesso a desiderare, con farine e cereali talvolta piene di insetti e frutta un po’ troppo matura ma ugualmente costosa.

Detto questo, si tende a dimenticare che ci troviamo praticamente in mezzo al nulla, più o meno lontani da tutto, in un ambiente ostile: questo è il deserto, ieri come oggi. Eppure abbiamo a disposizione un supermercato in ogni camp, aperto in molti casi 24/7, che vende praticamente di tutto. Eppure ci lamentiamo.

CansTra i documenti ritrovati in mezzo alle foto storiche del camp, mi è capitato di imbattermi in racconti più o meno dettagliati di come fosse la vita quotidiana agli inizi dell’era petrolifera araba, tra gli anni ’40 e ’50. Se si fa fatica a trovare ingredienti freschi oggi, immaginatevi a quei tempi: il supermercato del camp vendeva solo prodotti in lattina – se lo sapessero le terroriste del biologico gli prenderebbe un infarto! C’era una sorta di “chilometro zero“, che viste le distanze Saudite era più “chilometro 200“, ma tempo che l’omino delle uova arrivava, le uova erano andate a male.

Omino uova

L’omino delle uova

Per le mamme moderne perfette che cucinano i dolci in casa perché “no olio di palma, no additivi, no zuccheri industriali, no grassi saturi, eccetera eccetera“, che si lamentano perché non trovano la farina di tipo 2 non processata e macinata a mano, oppure che il forno non ha la modalità “grill dietetico e salutare” allego ricetta di una casalinga americana in terra Araba negli anni ’50 – a cui mancava lo zucchero di canna biologico, ma non un certo senso dell’umorismo:

Molto presto al mattino, battete lo zucchero con un martello per sbriciolare i grumi. Il cemento degli scalini d’ ingresso sembra essere il posto migliore per questa operazione. Prendete la farina che vi serve, mettetela su un piatto e lasciatela al sole finchè tutti gli insetti se ne siano andati. Cercate poi di fare un accordo con chiunque abbia un po’ di vaniglia e possa essere persuaso a darvene un cucchiaino.

Rompete 12 uova nella speranza che almeno 3 di queste siano utilizzabili. Non devono essere di colore verdastro, puzzare di marcio o essere annacquate. Aggiungete sale e lievito in polvere, mischiate tutto e versate l’impasto in una tortiera. Cercate 3 pietre di dimensioni simili e mettetele sulla base del forno (non c’erano i ripiani ndr). Cuocete nella modalità che preferite, ma a causa di possibili sovraccarichi di tensione, controllate la temperatura del forno frequentemente“.

Buon appetito – e buona fortuna!

Dopotutto, questo e’ un piccolo mondo


Che ve lo dico a fare: i viaggi sono e rimangono un pezzo importante del nostro stile di vita qui in Saudi. Ma oggi, a 8.500 Km di distanza dalla nostra casetta nel deserto, in viaggio di lavoro nel paese del Sol Levante, il principio vale ancora di piu’.

E allora l’occasione e’ d’oro per rispolverare dall’archivio fotografico del Women’s group di Abqaiq una poesia sul viaggiare scritta negli anni ’80 mentre io e Valentina non eravamo che neonati (anzi, Valentina ancora non c’era). Perche’ gli expat in Saudi scoprirono il sapore del viaggio mentre i nostri nonni erano nei campi a sudare per comprarsi la Fiat 500 con cui andare dai parenti a Torino.

Dopotutto, questo e’ un piccolo mondo.

In giro per il mondo in giorni di ferie trenta
partendo dal deserto, dove soffia tormenta
con due stipendi da expat, da Roma fino a Bangkok,
attraverso Vietnam, Giappone, Sud Africa ed Hong Kong.

A Singapore il nostro conto corrente piange,
se torneremo a casa, saremo solo in mutande.
Siamo gia’ stati a Londra, in Grecia ed anche a Parigi,
prossimamente in Australia ed Egitto, a trovare gli amici.

Lo chiamiamo “Repat”, non possiamo farne senza,
ogni volta contiamo i giorni che mancano alla partenza

Amico, siamo stati ovunque, abbiamo visto grandi cose
attraversato deserti, cercato nella sabbia rose,
respirato l’aria degli Oceani, dal Pacifico all’Atlantico,
nel bagaglio un pezzo della nostra vita, e ci piace tanto.

Liberamente riadattata in italiano. Qui sotto il documento originale.
Poesia

Nonostante il velo: consigli per la lettura

Siamo scrittori dilettanti e il nostro blog è un diario di memorie senza aspirazioni editoriali, ma ancora non eravamo riusciti a trovare un libro che, come solo chi sa scrivere può fare, esprimesse in modo diretto e conciso i nostri pensieri qui appuntati in libertà.

coverL’abbiamo finalmente scovato – con in aggiunta un ulteriore bagaglio di informazioni affascinanti e uniche.

Si tratta del libro di Michela Fontana, una giornalista milanese “in trasferta” saudita per un paio d’anni, che ha avuto la curiosità e la tenacia di scovare ed intervistare donne saudite di ogni estrazione ed inclinazione. Conservatrici, liberali, affermate affariste, madri di (più o meno ampia) famiglia.

Al di là del tema principale – per cui consigliamo la lettura del libro, ovviamente – mi sono ritrovata in molti commenti e piccole osservazioni che Michela fa a lato del racconto, o in frasi raccolte nelle sue interviste, che bene concettualizzano l’esperienza di vita che abbiamo sperimentato fin ora in questa terra piena di contraddizioni che è tanto difficile raccontare. È difficile farne capire i meccanismi e le complessità, oltre i preconcetti ed il sentito dire che tanto ci fa credere di saperne davvero di un popolo o di una cultura diversa dalla nostra.

Fin dalla prima impressione atterrando nel Paese, con la ragnatela di strade in contrasto con il buio del deserto circostante, il racconto tocca impressioni che ho vissuto in prima persona – e con me, tante altre, arrivate in Arabia da Stati lontani, in tutti i sensi. Il nero è il colore che caratterizza tutto fin dall’inizio, a partire dalla tanto discussa abaya, “di uno sgradevole e scivoloso materiale sintetico“. “Sentivo che l’esperienza che mi accingevo a vivere sarebbe stata unica e indimenticabile. E avrei scoperto che il mio essere donna l’avrebbe arricchita, non impoverita“: nonostante tutti i timori che questa parte di Mondo incute, l’occasione di vivere in Saudi è davvero unica – e spesso irripetibile.

E come accade anche nel “nostro” Mondo, è spesso la mancanza di solidarietà femminile che rende le cose difficili. Raccontando la storia di una affermata dottoressa saudita, cita la sua riflessione: “Mi spiace dover dire che le più dure avversarie delle donne sono le donne. Al Forum economico di Jeddah, nel 2004, è stata una donna a denunciarmi alle autorità religiose perché parlavo in un ambiente misto, e in altre occasioni sono sempre state delle donne a criticarmi“.

Un’altra donna medico parla invece di come vive la sua religiosità – e non sarà l’unica, ovviamente: “Credo che tutte le religioni debbano insegnare soprattutto ad amare. Anche nella mia religione c’è l’amore, ma molti, chissà perché, non lo vogliono vedere“.

Spesso ci è capitato di notare quanto, nonostante le sfide dell’essere donna in un Paese così chiuso, ci sia una luce particolare negli occhi di chi ce l’ha fatta. Michela lo descrive così: “…c’è qualcosa che contraddistingue e caratterizza le giovani saudite in carriera e le rende interessanti. Tutte sono accomunate da un desiderio di affermazione fresco e genuino, dalla consapevolezza che la loro buona sorte può svanire da un momento all’altro“.

Negli anni vissuti a Riad ho scoperto che sempre più donne saudite si fanno protagoniste del loro destino. Non più rassegnate e sottomesse, ma attive e coraggiose. E vogliono che le loro voci siano udite“: leggete il libro per scoprire che storie fantastiche – ma anche strazianti – queste voci abbiano da raccontare.

Nonostante il velo. Donne dell’Arabia Saudita

Di Michela Fontana

Editore Vanda Epublishing – disponibile anche in ebook

Stress da rientro

Il post di questa settimana e’ di mio fratello Paolo, di passaggio da queste parti qualche settimana fa. Tutto da leggere!

Ore 04:08. Italia.

Il cellulare vibra e lo schermo illumina la stanza.
Mi rigiro nel letto, insonne, cercando di non svegliare mia moglie. Le coperte ormai troppo calde e pesanti per la stagione in corso mi premono contro la schiena. Cerco di raggiungere il telefono a tentoni, sperando di aver abbassato il livello di luminosità la sera prima.

Schiudo le palpebre, fino a farle assomigliare a sottili feritoie dalle quali si intuisce soltanto l’iride sottostante. Immagino la scena vista da fuori, sogghignando al pensiero dei miei occhi a mandorla e delle smorfie del volto addormentato.
Anche stavolta la luminosità è al massimo: Paolo prima o poi diventerai cieco.

Riacquisto la vista e riesco finalmente a leggere la notifica di un messaggio.

È lui.
Di nuovo.
Il senso di colpa.

Il carnevale ambrosiano è la scusa adatta per fuggire da Milano e un fratello e una cognata che vivono in Medio Oriente sono un ottimo appoggio per volare al caldo, proprio quando l’attesa della primavera si fa pressante.

È passato più di un anno dal viaggio che ci aveva portati insieme negli Emirati Arabi Uniti. Quella volta lo stupore per le architetture esagerate e i famosi templi dello shopping era enfatizzata dal confronto con la povera ma verdeggiante isola dello Sri Lanka. Dubai era lo shock inaspettato di una cattedrale nel deserto, ambiziosa e seducente.

Siccome non possiamo ottenere un visto turistico per l’Arabia Saudita, l’opzione suggerita dalla coppia di locali è quella di una visita del Bahrain.

La coscienza scalpita nella stanca insonnia. Apro il messaggio o faccio finta di non averlo letto? L’ora suggerirebbe questa strategia. Il dribbling sta diventando la mia specialità, sono giorni ormai che evito una risposta, sfruttando lo scrolling di whatsapp, troppo veloce per leggere tutte le righe della conversazione. Si sarà insospettito?

L’organizzazione è come sempre impeccabile: nelle settimane precendenti la partenza, ci giungono dall’Agenzia di viaggi Matteo&Vale indicazioni di mete suggerite, tempistiche dei tragitti, cartine, recensioni e foto di luoghi esotici.

Daniele ci accompagna in questa vacanza, lui che ormai ha più timbri in arabo sul passaporto che anni sulla carta di identità.

Il viaggio aereo in notturna è accompagnato dai soliti film e dalle hostess che ti svegliano per proporti la cena o la colazione negli orari sbagliati. Scalo ad Abu Dhabi e ripartenza per Manama.

Tempo di qualche saluto e abbraccio in aeroporto e siamo già attorno a un tavolo per mangiare, situazione che si ripeterà svariate volte in questa breve permanenza.

Percorrendolo in lungo e in largo, il Bahrain a poco a poco si scopre in tutte le sue caratteristiche. Innanzitutto appare più vero e concreto che gli Emirati, meno patinato. Si scorgono i tratti di una storia lunga e variegata, i conflitti segreti della popolazione locale divisa tra sciiti e sunniti, la voglia di libertà e leggerezza degli Expat e dei vicini sauditi e il bisogno di adeguarsi alle architetture esagerate delle altre monarchie del golfo, che però non mascherano il sapore antico da cittadina araba.

Sebbene i giorni della visita siano pochi, l’isola è veloce da girare, complice la grandezza limitata che fa del Bahrain il 23esimo stato più piccolo del mondo e il potente motore di una macchina troppo grossa per le strade italiane.

Oltre alle tavole imbandite, visitiamo la Moschea di Manama, la bay area con i suoi grattacieli in costruzione, le zone di estrazione del petrolio, il museo della cultura, la pottery dove viene lavorata l’argilla e concludiamo con una corsa di kart nella pista vicino a quella dove ogni anno viene fatto il GranPremio di Formula 1.

Tamburello con le dite sulla cover.
Non ho ancora fatto niente, neanche buttato giù una riga o abbozzato uno schema, come si faceva coi temi delle scuole medie.

Giorni a pensare e neanche una idea divertente, manco fossi Mike Noonan col blocco dello scrittore in Mucchio d’ossa.

Respiro.
Penso.
È troppo tardi per inventarsi una scusa.

Il deserto è sempre affascinante, così come la scoperta dell’albero della vita, luogo desertico che un tempo era isolato, dove spunta dal nulla un grande albero verde. Dico “un tempo era isolato” perchè nel momento della nostra visita, non si sa per quale motivo, era contornato da distese di tende e campeggiatori del deserto.


La temperatura primaverile è perfetta e anche la pioggia nel deserto appare magica, nella sua contraddizione.

I giorni concessi passano troppo veloci e senza quasi accorgercene ci troviamo su un aereo, pronti per riprendere la vita di tutti i giorni.

Arrivederci Bahrain! Grazie Teo e Vale, alla prossima!

Apro l’app della sveglia e modifico l’orario. Un paio d’ore prima del normale dovrebbero bastare. Quante volta è bastato questo per finire la consegna in tempo, quando la deadline correva incontro rapidamente?

Prendo coraggio e decido di aprire il messaggio, di affrontare la terribile spunta blu di Whatsapp.

Una foto sorride amichevole.
Matteo scrive: “Ehi, come va? Hai già scritto il post per il blog? Venerdì va pubblicato ;)”.