Dopotutto, questo e’ un piccolo mondo


Che ve lo dico a fare: i viaggi sono e rimangono un pezzo importante del nostro stile di vita qui in Saudi. Ma oggi, a 8.500 Km di distanza dalla nostra casetta nel deserto, in viaggio di lavoro nel paese del Sol Levante, il principio vale ancora di piu’.

E allora l’occasione e’ d’oro per rispolverare dall’archivio fotografico del Women’s group di Abqaiq una poesia sul viaggiare scritta negli anni ’80 mentre io e Valentina non eravamo che neonati (anzi, Valentina ancora non c’era). Perche’ gli expat in Saudi scoprirono il sapore del viaggio mentre i nostri nonni erano nei campi a sudare per comprarsi la Fiat 500 con cui andare dai parenti a Torino.

Dopotutto, questo e’ un piccolo mondo.

In giro per il mondo in giorni di ferie trenta
partendo dal deserto, dove soffia tormenta
con due stipendi da expat, da Roma fino a Bangkok,
attraverso Vietnam, Giappone, Sud Africa ed Hong Kong.

A Singapore il nostro conto corrente piange,
se torneremo a casa, saremo solo in mutande.
Siamo gia’ stati a Londra, in Grecia ed anche a Parigi,
prossimamente in Australia ed Egitto, a trovare gli amici.

Lo chiamiamo “Repat”, non possiamo farne senza,
ogni volta contiamo i giorni che mancano alla partenza

Amico, siamo stati ovunque, abbiamo visto grandi cose
attraversato deserti, cercato nella sabbia rose,
respirato l’aria degli Oceani, dal Pacifico all’Atlantico,
nel bagaglio un pezzo della nostra vita, e ci piace tanto.

Liberamente riadattata in italiano. Qui sotto il documento originale.
Poesia

Nonostante il velo: consigli per la lettura

Siamo scrittori dilettanti e il nostro blog è un diario di memorie senza aspirazioni editoriali, ma ancora non eravamo riusciti a trovare un libro che, come solo chi sa scrivere può fare, esprimesse in modo diretto e conciso i nostri pensieri qui appuntati in libertà.

coverL’abbiamo finalmente scovato – con in aggiunta un ulteriore bagaglio di informazioni affascinanti e uniche.

Si tratta del libro di Michela Fontana, una giornalista milanese “in trasferta” saudita per un paio d’anni, che ha avuto la curiosità e la tenacia di scovare ed intervistare donne saudite di ogni estrazione ed inclinazione. Conservatrici, liberali, affermate affariste, madri di (più o meno ampia) famiglia.

Al di là del tema principale – per cui consigliamo la lettura del libro, ovviamente – mi sono ritrovata in molti commenti e piccole osservazioni che Michela fa a lato del racconto, o in frasi raccolte nelle sue interviste, che bene concettualizzano l’esperienza di vita che abbiamo sperimentato fin ora in questa terra piena di contraddizioni che è tanto difficile raccontare. È difficile farne capire i meccanismi e le complessità, oltre i preconcetti ed il sentito dire che tanto ci fa credere di saperne davvero di un popolo o di una cultura diversa dalla nostra.

Fin dalla prima impressione atterrando nel Paese, con la ragnatela di strade in contrasto con il buio del deserto circostante, il racconto tocca impressioni che ho vissuto in prima persona – e con me, tante altre, arrivate in Arabia da Stati lontani, in tutti i sensi. Il nero è il colore che caratterizza tutto fin dall’inizio, a partire dalla tanto discussa abaya, “di uno sgradevole e scivoloso materiale sintetico“. “Sentivo che l’esperienza che mi accingevo a vivere sarebbe stata unica e indimenticabile. E avrei scoperto che il mio essere donna l’avrebbe arricchita, non impoverita“: nonostante tutti i timori che questa parte di Mondo incute, l’occasione di vivere in Saudi è davvero unica – e spesso irripetibile.

E come accade anche nel “nostro” Mondo, è spesso la mancanza di solidarietà femminile che rende le cose difficili. Raccontando la storia di una affermata dottoressa saudita, cita la sua riflessione: “Mi spiace dover dire che le più dure avversarie delle donne sono le donne. Al Forum economico di Jeddah, nel 2004, è stata una donna a denunciarmi alle autorità religiose perché parlavo in un ambiente misto, e in altre occasioni sono sempre state delle donne a criticarmi“.

Un’altra donna medico parla invece di come vive la sua religiosità – e non sarà l’unica, ovviamente: “Credo che tutte le religioni debbano insegnare soprattutto ad amare. Anche nella mia religione c’è l’amore, ma molti, chissà perché, non lo vogliono vedere“.

Spesso ci è capitato di notare quanto, nonostante le sfide dell’essere donna in un Paese così chiuso, ci sia una luce particolare negli occhi di chi ce l’ha fatta. Michela lo descrive così: “…c’è qualcosa che contraddistingue e caratterizza le giovani saudite in carriera e le rende interessanti. Tutte sono accomunate da un desiderio di affermazione fresco e genuino, dalla consapevolezza che la loro buona sorte può svanire da un momento all’altro“.

Negli anni vissuti a Riad ho scoperto che sempre più donne saudite si fanno protagoniste del loro destino. Non più rassegnate e sottomesse, ma attive e coraggiose. E vogliono che le loro voci siano udite“: leggete il libro per scoprire che storie fantastiche – ma anche strazianti – queste voci abbiano da raccontare.

Nonostante il velo. Donne dell’Arabia Saudita

Di Michela Fontana

Editore Vanda Epublishing – disponibile anche in ebook

Stress da rientro

Il post di questa settimana e’ di mio fratello Paolo, di passaggio da queste parti qualche settimana fa. Tutto da leggere!

Ore 04:08. Italia.

Il cellulare vibra e lo schermo illumina la stanza.
Mi rigiro nel letto, insonne, cercando di non svegliare mia moglie. Le coperte ormai troppo calde e pesanti per la stagione in corso mi premono contro la schiena. Cerco di raggiungere il telefono a tentoni, sperando di aver abbassato il livello di luminosità la sera prima.

Schiudo le palpebre, fino a farle assomigliare a sottili feritoie dalle quali si intuisce soltanto l’iride sottostante. Immagino la scena vista da fuori, sogghignando al pensiero dei miei occhi a mandorla e delle smorfie del volto addormentato.
Anche stavolta la luminosità è al massimo: Paolo prima o poi diventerai cieco.

Riacquisto la vista e riesco finalmente a leggere la notifica di un messaggio.

È lui.
Di nuovo.
Il senso di colpa.

Il carnevale ambrosiano è la scusa adatta per fuggire da Milano e un fratello e una cognata che vivono in Medio Oriente sono un ottimo appoggio per volare al caldo, proprio quando l’attesa della primavera si fa pressante.

È passato più di un anno dal viaggio che ci aveva portati insieme negli Emirati Arabi Uniti. Quella volta lo stupore per le architetture esagerate e i famosi templi dello shopping era enfatizzata dal confronto con la povera ma verdeggiante isola dello Sri Lanka. Dubai era lo shock inaspettato di una cattedrale nel deserto, ambiziosa e seducente.

Siccome non possiamo ottenere un visto turistico per l’Arabia Saudita, l’opzione suggerita dalla coppia di locali è quella di una visita del Bahrain.

La coscienza scalpita nella stanca insonnia. Apro il messaggio o faccio finta di non averlo letto? L’ora suggerirebbe questa strategia. Il dribbling sta diventando la mia specialità, sono giorni ormai che evito una risposta, sfruttando lo scrolling di whatsapp, troppo veloce per leggere tutte le righe della conversazione. Si sarà insospettito?

L’organizzazione è come sempre impeccabile: nelle settimane precendenti la partenza, ci giungono dall’Agenzia di viaggi Matteo&Vale indicazioni di mete suggerite, tempistiche dei tragitti, cartine, recensioni e foto di luoghi esotici.

Daniele ci accompagna in questa vacanza, lui che ormai ha più timbri in arabo sul passaporto che anni sulla carta di identità.

Il viaggio aereo in notturna è accompagnato dai soliti film e dalle hostess che ti svegliano per proporti la cena o la colazione negli orari sbagliati. Scalo ad Abu Dhabi e ripartenza per Manama.

Tempo di qualche saluto e abbraccio in aeroporto e siamo già attorno a un tavolo per mangiare, situazione che si ripeterà svariate volte in questa breve permanenza.

Percorrendolo in lungo e in largo, il Bahrain a poco a poco si scopre in tutte le sue caratteristiche. Innanzitutto appare più vero e concreto che gli Emirati, meno patinato. Si scorgono i tratti di una storia lunga e variegata, i conflitti segreti della popolazione locale divisa tra sciiti e sunniti, la voglia di libertà e leggerezza degli Expat e dei vicini sauditi e il bisogno di adeguarsi alle architetture esagerate delle altre monarchie del golfo, che però non mascherano il sapore antico da cittadina araba.

Sebbene i giorni della visita siano pochi, l’isola è veloce da girare, complice la grandezza limitata che fa del Bahrain il 23esimo stato più piccolo del mondo e il potente motore di una macchina troppo grossa per le strade italiane.

Oltre alle tavole imbandite, visitiamo la Moschea di Manama, la bay area con i suoi grattacieli in costruzione, le zone di estrazione del petrolio, il museo della cultura, la pottery dove viene lavorata l’argilla e concludiamo con una corsa di kart nella pista vicino a quella dove ogni anno viene fatto il GranPremio di Formula 1.

Tamburello con le dite sulla cover.
Non ho ancora fatto niente, neanche buttato giù una riga o abbozzato uno schema, come si faceva coi temi delle scuole medie.

Giorni a pensare e neanche una idea divertente, manco fossi Mike Noonan col blocco dello scrittore in Mucchio d’ossa.

Respiro.
Penso.
È troppo tardi per inventarsi una scusa.

Il deserto è sempre affascinante, così come la scoperta dell’albero della vita, luogo desertico che un tempo era isolato, dove spunta dal nulla un grande albero verde. Dico “un tempo era isolato” perchè nel momento della nostra visita, non si sa per quale motivo, era contornato da distese di tende e campeggiatori del deserto.


La temperatura primaverile è perfetta e anche la pioggia nel deserto appare magica, nella sua contraddizione.

I giorni concessi passano troppo veloci e senza quasi accorgercene ci troviamo su un aereo, pronti per riprendere la vita di tutti i giorni.

Arrivederci Bahrain! Grazie Teo e Vale, alla prossima!

Apro l’app della sveglia e modifico l’orario. Un paio d’ore prima del normale dovrebbero bastare. Quante volta è bastato questo per finire la consegna in tempo, quando la deadline correva incontro rapidamente?

Prendo coraggio e decido di aprire il messaggio, di affrontare la terribile spunta blu di Whatsapp.

Una foto sorride amichevole.
Matteo scrive: “Ehi, come va? Hai già scritto il post per il blog? Venerdì va pubblicato ;)”.

Nerditudini varie in KSA

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E’ sempre interessante stare ad ascoltare i colleghi sauditi quando ti rendono partecipe delle loro passioni. Come spesso raccontato, i commenti sul calcio internazionale vanno sempre per la maggiore. Tuttavia, lo sport non e’ l’unico passatempo della popolazione locale, anzi. Qui sono tutti appassionati di cibo, di auto rumorose e di falo’ notturni nel deserto. La musica, specie quella suonata, non accende gli animi, in parte perche’ ostacolata dalla religione, ma forse anche perche’ richiede elevata dedizione e strutture adeguate – entrambe quantomeno scarsamente presenti da queste parti.

C’e’ pero’ un passatempo assai diffuso nella giovane popolazione saudita che risponde a tutti i reguisiti del locale: 1) costa poca fatica, 2) e’ un ottimo riempitivo delle calde giornate estive e  3) costa poca fatica (l’ho per caso gia’ scritto?).

Che cosa c’e’ di meglio dello stare svaccati sul divano davanti ad uno schermo – computer o televisione cambia poco – a vedere a) cose animate che si muovono indipendentemente dalla propria volonta’, oppure b) mostri, pupazzi e robot comandabili con le punta delle dita? Soluzioni dell’enigma: a) Serie TV, b) Videogames.

Il giovane saudita medio e’ nerd. MOLTO nerd. Cita con erudizione frammenti tratti dalle ultime tre stagioni di Marvel’s Agent of S.H.I.E.L.D, narra con dovizia di particolari tutti gli intrecci avventurieri di Games of Thrones e soprattutto conosce videogiochi incredibili, specie per il povero trentenne fermo agli arcade degli anni ’90 o ai piu’ umili giochetti dell’iPhone.

E poi, in un crescendo di sorpresa e follia, va pazzo per i cartoni animati giapponesi. Non solo conosce i grandi titoli che hanno caratterizzato i pomeriggi liceali degli early Millennials come me (tipo il celeberrimo Dragon Ball), ma ne sa un sacco di altre serie che a me dicono proprio niente. Di un vivace scambio di opinioni tra colleghi Saudi piu’ o meno della mia stessa eta’, ho solo capito “One Piece” all’interno di un lungo elenco di cartoni animati di cui non avevo mai sentito parlare.

Insomma, chi si immagina il ragazzo saudita solamente come un novello Del Piero sbaglia di grosso. Ce ne sono molti altri simili a quel tizio dei Simpson con la coda di cavallo che gestisce il negozio di fumetti. Attenzione pero’ ad associarlo ad un vostro collega: potrebbe passare una giornata a citare a memoria tutte le sue battute.

Meteo matto e clima anarchico: l’inverno di Saudi

Mentre ai Poli il ghiaccio si scioglie, il surriscaldamento globale sta probabilmente iniziando ad avere effetti anche nel deserto. Non che faccia più caldo, anzi, ma l’inverno appena passato ci ha mostrato quanto variabile ed imprevedibile possa essere anche nelle zone più aride del Mondo.

16730397_784265155056037_3600228883149100127_nGià a fine Novembre, con il cambio della stagione, non abbiamo visto la solita tempesta di sabbia, ma piuttosto siamo stati vittime di una tempesta di pioggia: la mancanza di canali di scolo efficaci ha portato ad allagamenti diffusi e al posticipo della visita del Re nella Provincia Orientale causa acqua alta, stile Venezia per intenderci. Eppure non avevamo ancora visto nulla: la forza della natura sotto forma di pioggia si è accanita sulle lande arabe per tutto Febbraio.

Non ci possiamo proprio lamentare delle piogge in sé, che spesso sono quasi provvidenziali e portano una ventata, seppur breve, di freschezza. Questa volta siamo stati letteralmente sommersi dalle acque: sottopassaggi diventati laghi artificiali, la sabbia talmente intrisa d’acqua da non riuscire più a vederne la consistenza, ormai diluita, con inevitabili ripercussioni sul traffico e sui viaggiatori, alcuni addirittura vittime del maltempo. La combinazione con il relativo freddo ha portato anche ad una spolverata di neve a Riyad!neve-arabia-saudita-deserto

Non siamo estranei alla pioggia, Milano ci ha sempre abituati ad inverni piuttosto umidi, ma non ci era mai capitato di camminare per le strade con l’acqua al ginocchio. Un altro fenomeno milanese che è nel nostro DNA è di certo la nebbia, ma anche in questo caso quest’anno abbiamo raggiunto livelli inaspettati proprio qui in Medio Oriente.

Tra Dicembre e Gennaio, se qualcuno fosse stato di passaggio dagli aeroporti di Doha, Dubai o Abu Dhabi potrebbe aver avuto il nostro stesso inconveniente, almeno a livello di ritardo nei voli. La nebbia era così fitta da bloccare tutto il traffico aereo per giorni, ma anche la viabilità a terra ne è stata fortemente compromessa.

nebbia-dubai-535x300Abbiamo viaggiato in macchina da Dubai a casa qui in Saudi – circa 800 km – con una visibilità praticamente nulla per i primi 300, passati a fermarci di frequente nelle aree di sosta sperando che la nebbia si alzasse. Ci siamo trovati in mezzo ad una superstrada in pieno centro cittadino non riuscendo a vedere neanche la fine del cofano della nostra auto: eravamo praticamente certi di finire in un incidente stradale. Un po’ la prudenza, un po’ l’esperienza da Milanesi – e un po’ la fortuna? -, siamo arrivati a destinazione sani e salvi ma i giornali del giorno dopo titolavano tutti: “La nebbia cala sugli Emirati Arabi: voli in ritardo e oltre 100 incidenti stradali”. Neanche a dirlo, non abbiamo faticato a crederci.

I 3 Teoremi sulla vita dell’expat

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Il viaggio in Mozambico raccontato qualche puntata fa ha ancora un angolo da svelare nel suo paragone con Saudi. Se, come avevamo visto, l’Hakuna Matata batte anche l’Inshallah piu’ sfegatato, la community degli expat vive secondo i suoi canoni internazionali, comuni anche nella zona di Maputo.

La vita dei lavoratori all’estero, infatti, si regge su tre fondamentali teoremi validi ovunque, almeno stando a quanto appreso dalla nostra seppur limitata esperienza:

Teorema 1 : piu’ il paese e’ degradato, piu’ l’abitazione sara’ di lusso

Per attirare il lavoratore in tutti gli angoli del pianeta, anche quelli piu remoti o impolverati, bisogna offrire un certo livello di comfort. Piu’ scassata la citta’ in cui si vive, piu’ il parquet dovra’ essere lucente, piu’ spettacolare la vista dalla casa, piu’ grande il salotto, piu’ ampia la parabola per ricevere canali in giro per il mondo.

Unico reminder: ricordarsi che tutto cio’ sparira’ una volta tornati in Italia, o in un paese normale che non richiede una fortezza dorata.

Teorema 2: le cose vietate sono quelle piu’ ambite

Se in KSA l’assenza di alcol rende tutti dipendenti da esso, in Mozambico abbiamo assistito a scene di autentica gioia alla scoperta di un salame nascosto con cura nel fondo del frigorifero del nostro gentilissimo padrone di casa. Entrati di notte come ladri incappucciati insieme ad altri amici, abbiamo pasteggiato a base di cracker e fettazze del suddetto insaccato sentendoci in paradiso. Per la cronaca: in Mozambico e’ vietatissimo importare qualsiasi prodotto alimentare per uso proprio.

Teorema 3: le feste si fanno sempre nelle case piu’ grandi

L’onere/onore di essere l’epicentro delle feste e’ sempre il proprietario di un luogo privato, seppur la mancanza di luogi dove far festa rimanga un’esclusiva della sola Saudi. A volte, infatti, rintanarsi in un luogo tra expat, parlando delle cose che ci accumunano, rende l’evento piu’ esclusivo.

Tra i temi che verranno discussi nella serata, selezionare a caso uno dei seguenti:

  • nostalgia di casa
  • tradizioni e festivita’ da rispettare ovunque si e’
  • lamentele varie sulla scarsa freschezza del cibo importato
  • stranezze comportamentali dei colleghi locali
  • paragoni tra vite di expat in paesi diversi, in cui il paese in cui si vive attualmente ne esce sempre sconfitto

Per gli expat sintonizzati su altre frequenze geografiche: ci abbiamo preso? Commenti sui tre teoremi dell’expat apprezzati come sempre!

Sua maestà il deserto – parte VII

Sembra incredibile, dopo 6 post dedicati al deserto, di avere ancora qualcosa da raccontare. Siamo noi stessi, in prima persona, a stupirci di quanto questa enorme distesa di sabbia sia uno scrigno di sorprese inaspettate.

img_9468L’ultima avventura tra le dune dietro casa ci ha fatto un regalo di quelli che mai avremmo pensato di trovare nel deserto: l’acqua. Tanta tanta acqua. Se ne trova sotto le oasi, ma questa volta si trattava di un vero e proprio lago. Viene chiamato “lago giallo” dalle tinte che assume – anche a causa dei metalli presenti nelle acque, che rendono il bacino non balneabile ne potabile. Nonostante questo, la vita che si trova a riva è relativamente ricca, principalmente di uccelli e di cespugli di spighe.

fullsizeoutput_1384Dopo 45 minuti di guida off road, il lago si riesce a scorgere solo dopo aver raggiunto la sommità di una duna molto alta, dalla quale si gode di una vista a 360 gradi che pochi metri sotto sarebbe sembrata impossibile.

La duna è diventata nel tempo luogo di ritrovo degli appassionati di escursioni nel deserto, ma anche di gente matta che ama guidare sulla sabbia al limite delle possibilità delle loro auto. Prendono la rincorsa e si lanciano verso la sommità della duna, sterzando a destra e sinistra come indemoniati per evitare di restare bloccati nella sabbia fresca, e una volta arrivati alla sommità si dedicano a dare spettacolo driftando, cercando di creare grandi cerchi concentrici.

img_9486In alcuni punti del lago si possono intravede delle carcasse di automobili ormai erose dall’acqua e dalla sabbia. A quanto pare, alcuni dei matti sopra citati sono soliti lanciarsi a capofitto verso l’acqua, attratti dalla sfida del non finire nel lago sterzando prima, ma senza troppo successo. Una curiosità interessante riguarda il “carro attrezzi” che si può contattare per chiedere aiuto per tirarsi fuori da questo impiccio bagnato: si tratta di un’auto un po’ arrugginita, con gomme potenti da sfruttare nella sabbia e un gancio da traino sul retro. Chi la guida? Una donna saudita!

Tecnicamente, le donne nel Paese non possono guidare sulle strade, ma non è raro vederle alla guida nel deserto. Resta un sogno vedere lo sguardo di un Saudita che guida come un pazzo e si schianta nel lago quando realizza che, a tirarlo fuori da quel casino, sarà una minuta donna velata che di pazzi come lui ne ha visti a centinaia – e nonostante tutto, li ha aiutati.

Chi volesse puo’ rinfrescarsi le idee sulle nostre precedenti avventure qui:

 

Tutto il mondo e’ periferia, o quasi

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Piccola premessa musicale. La moda del rap electro-pop italiana e’ giunta prepotentemente anche in Saudi. Fin da quando ero piccolo sono stato un fedele fan degli Articolo 31 e stimo Fedez perche’ con lui condivido le origini da provinciale milanese, ma soprattutto ammiro il non comune spirito imprenditoriale.

Nell’ultimo album scritto a quattro mani, c’e’ una canzone che e’ un manifesto del viaggiatore. Si chiama “Tutto il mondo e’ periferia” ed ascoltandola racchiude gran parte delle lezioni apprese dal girovagare di questi ultimi anni. Che poi sarebbero: con le dovute differenze di colori, viviamo in un piccolo paesone italiano.

Ecco qualche esempio direttamente estratto dal testo della canzone.

“La radio passa le stesse canzoni pop, che sono le piu’ trasmesse pure a New York”

Questo l’hanno sperimentato tutti. Basta accedendere la radio, ovunque si e’ nel mondo, e i pezzi saranno i soliti “Let me love you” di Justin Bieber o una Katy Perry o SIA o un ex cantante degli One Direction che si e’ dato alla carriera da single. Ogni tanto, nel marasma dominato da canzoni anglosassoni, spunta fuori un qualche cantante sconosciuto che canta in lingue incomprensibili.

SOLO IN SAUDI la stazione che passa queste canzoni e’ una (piccolo refresh).

“Gli italiani sono ovunque gli italiani sono global, li distingui perche’ hanno lo zaino Eastpak e le Hogan”

Anche questa e’ una grande verita’. Noi italiani ci riconosciamo nella folla dagli accessori che indossiamo (non necessariamente dai brand indicati nella canzone). Un classico evergreen: il marsupio e la polo Lacoste per i cinquantenni brizzolati. A chi non e’ mai capitato in un qualche mercato in giro per il mondo sentirsi chiamare in italiano dal negoziante, che subito aveva riconosciuto la nostra nazionalita’ da almeno 50 metri di distanza?

SOLO IN SAUDI e’ un po’ difficile riconoscere le marche dei vestiti sotto l’abaya scuro delle donne!

“I leader fanno promesse le stesse, dall’America alla Lombardia”

E’ che se poi tutti mettono in cima “prima gli italiani”, “America First”, etc etc, poi chi e’ che deve mettersi in coda? Solo l’Olanda per prima ha capito il suo posto: “Va bene America first, ma possiamo almeno dire Olanda seconda?“: https://www.youtube.com/watch?v=GFT-w686rdE

Ovviamente anche Saudi non e’ da meno: “Saudi first” e’ un mantra valido da decenni, da poco tempo rinforzato con tasse speciali che colpiscono sono gli expat.

SOLO IN SAUDI (ma anche in qualche altro posto al mondo) lo slogan non viene annunciato in campagna elettorale. Forse perche’ non ci sono le elezioni!

Insomma, Fedez e J Ax hanno ragione: anche il Saudi tutto il mondo è periferia!

Donne al lavoro e lavori da donne

In una società tendenzialmente maschilista come quella Saudita, lo spazio nel mondo del lavoro riservato convenzionalmente alle donne ha un aspetto unico nel suo genere, e su due livelli diversi.

141002172357-saudi-women-horizontal-large-galleryIn primis, lavori spesso svolti da donne nel mondo Occidentale sono qui ricoperti dagli uomini. Una su tutte la cosiddetta “donna delle pulizie“: sia in ambito pubblico che privato, qui esiste solo l’omino delle pulizie. Questo comporta diversi problemi.

Per le toilette pubbliche, ad esempio, come si risolve l’inevitabile incontro/scontro tra l’omino e le donne locali tutte velate che, nei bagni, si tolgono abaya e niqab – per ovvie ragioni logistiche? La soluzione è molto italiana: si urla. L’omino arriva alla porta, bussa con una foga inaudita gridando “housekeeping!! housekeeping!! HOUSEKEEPING!!!”(equivalente di “omino delle pulizie in entrata!!“). La mente cha ha partorito questo modus operandi si aspetta che una donna in bagno, appena captato il soave canto, risponda anch’essa con un urlo per segnalare la sua presenza e la conseguente necessità che l’omino attenda qualche minuto prima di entrare a pulire. Cosa che ovviamente non succederà mai.

housekeepingA livello di pulizie private invece, spesso gli “uomini delle pulizie” si offrono di rassettarti casa per arrotondare la paga miserabile che ricevono mensilmente per fare gli elettricisti, i giardinieri o gli idraulici. Ad esclusione di qualche illustre eccezione, non sono molto portati alla precisione e tendono a complicare le faccende di casa piuttosto che a semplificarle.

Le posizioni lavorative ricoperte dalle donne sono invece piuttosto standard: sono segretarie, o assistenti nel dipartimento residenziale – ovvero, dove aiutano i nuovi arrivati ad insediarsi nelle case a loro assegnate o i residenti a gestire i problemi di manutenzione. Poche ricoprono posizioni manageriali, e quelle che lo fanno hanno ovvi problemi nel farsi rispettare. Ad onor del vero, nulla di tutto ciò è poi tanto diverso nella società occidentale, ma quello che forse caratterizza le donne lavoratrici d’Arabia è una cosa che manca a molte di “noi“, emancipate ma poi forse non così tanto.

Quelle che ci credono davvero, studiano e reclamano il loro sacrosanto diritto a diventare una persona di successo sono letteralmente le migliori. Devono combattere di più, e non si tirano indietro. Spesso lo si vede anche nelle ragazze giovani: ad una gara di corsa, un’adolescente di origini arabe, vestita all’Occidentale ma con il velo, aveva una scintilla negli occhi che tutte le altre – e gli altri – non ci si avvicinavano minimamente.

131223_r24416-1200In Arabia, la gran parte dei disoccupati sono donne, e molte di queste (almeno la metà), hanno una laurea. Di recente, le aziende locali stanno iniziando ad introdurre le quote rosa, anche spinti da una crescente richiesta e necessità di indipendenza femminile.

Camera Cafe’ in diretta Skype

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Sono sicuro che molti lettori fino a qualche anno fa erano dei grandi fan dell’appuntamento pre-serale su Italia 1 con Camera Cafe’, la divertente sitcom con Luca & Paolo che sviscerava litigi, scherzi e storie d’amore davanti alla macchinetta del caffe’ in una tipica azienda italiana di medie dimensioni, dove tutti si conoscono e spettegolano su tutto.

Il rito del caffe’ ci rende famosi in tutto il mondo proprio per le sue caratteristiche irripetibili, ed in effetti qui in Saudi non ho trovato niente di equivalente. Certo, gli incontri “occasionali” con i colleghi per fare il punto della situazione non mancano, ma a parte la “Sinners Room” degli expat durante il mese di Ramadan (qui trovate un refresh), tali incontri spesso avvengono lontano dalla tanto famosa macchinetta per l’espresso.

Il problema principale parte proprio dalla macchinetta . Mentre in Italia ce n’e’ una per piano, incanalando decine di persone verso lo stesso luogo nelle stesse fasce orarie come fosse la tangenziale ovest, qui le macchinette del caffe’ automatiche che funzionano a gettoni o con la tessera non esistono proprio. Nello stesso piano possono essercene anche piu’ di dieci, sparse in tanti piccoli cubicoli e uffici adibiti a coffee room. C’e’ quella che fa il caffe’ americano, il bollitore per il te’, e la sempre presente macchina Nespresso di George Clooney.

Se va bene, la stanza del caffe’ (rigorosamente 1 metro x 1 metro) e’ una per dipartimento e di solito contiene un frigorifero con degli immancabili reperti archeologici abbandonati fin dall’era dei dinosauri da qualche collega che ha lasciato la societa’ o che e’ ormai defunto. Se va male, lo spirito di amicizia e condivisione saudita ha la meglio: in pratica ciascuno s’e’ fatto una macchinetta del caffe’ sua, che custodisce gelosamente nel proprio ufficio, con scorta personale di capsule sotto chiave e cassetto dotato di tagliola da volpi o, in alternativa, di un piu’ cordiale lettore di impronte digitali.

Qualsiasi sia lo scenario, incontrarsi per spettegolare alla macchinetta del caffe’ risulta improbabile: in un caso saresti costretto a ballare la lambada rinchiuso in uno spazio angusto con il collega di turno (se fossero due l’opzione rimanente e’ costruire una piramide umana), nell’altro dovresti infilarti passamontagna e dotarti di arnesi da scassinatore sperando di scambiare due chiacchiere col proprietario della Nespresso direttamente nel suo ufficio.

La tranquillita’ e la pace dell’intero ufficio forse ne giovano, ma vuoi mettere un sano cazzeggio al caffe’ come si deve? Qui ci tocca installare Skype e bersi il caffe’ col collega dell’altro ufficio in diretta video.