Lavori al limite: la casalinga del deserto

Essere espatriato in Saudi significa spesso, per le donne, rinunciare al proprio lavoro per fare la casalinga, di questi tempi mestiere bistrattato quanto periglioso. Per quanto possa rappresentare un salto indietro nella storia femminista, rimane un lavoro di magre soddisfazioni e un sacco di olio di gomito – la peggior combinazione di sempre.

Forse per questo motivo, molte delle donne expat passano almeno il 90% del loro tempo a lamentarsi. Spesso si parla di figli, soprattutto di quanto sia dura fare le madri – dimenticandosi di mondi dove si fa la madre, la casalinga, l’impiegata e l’infermiera tutto nello stesso momento. Ma il trend topic degli ultimi tempi è il supermercato, essere infernale e maledetto dal genere femminile.

In questo “nuovo” mondo di vegetariani, vegani, crudisti, chilometro zero, prodotti equo e solidali o d’agricoltura biologica, quanto offerto dai supermarket locali non basta più. La qualità dei prodotti non è proprio delle migliori ad essere sinceri, per ovvi problemi logistici e climatici: si coltiva quasi nulla nel deserto – i datteri che vengono venduti, seppur qui abbondino, sono di provenienza USA-, e quello che viene importato non è freschissimo. Anche la conservazione dei cibi lascia spesso a desiderare, con farine e cereali talvolta piene di insetti e frutta un po’ troppo matura ma ugualmente costosa.

Detto questo, si tende a dimenticare che ci troviamo praticamente in mezzo al nulla, più o meno lontani da tutto, in un ambiente ostile: questo è il deserto, ieri come oggi. Eppure abbiamo a disposizione un supermercato in ogni camp, aperto in molti casi 24/7, che vende praticamente di tutto. Eppure ci lamentiamo.

CansTra i documenti ritrovati in mezzo alle foto storiche del camp, mi è capitato di imbattermi in racconti più o meno dettagliati di come fosse la vita quotidiana agli inizi dell’era petrolifera araba, tra gli anni ’40 e ’50. Se si fa fatica a trovare ingredienti freschi oggi, immaginatevi a quei tempi: il supermercato del camp vendeva solo prodotti in lattina – se lo sapessero le terroriste del biologico gli prenderebbe un infarto! C’era una sorta di “chilometro zero“, che viste le distanze Saudite era più “chilometro 200“, ma tempo che l’omino delle uova arrivava, le uova erano andate a male.

Omino uova

L’omino delle uova

Per le mamme moderne perfette che cucinano i dolci in casa perché “no olio di palma, no additivi, no zuccheri industriali, no grassi saturi, eccetera eccetera“, che si lamentano perché non trovano la farina di tipo 2 non processata e macinata a mano, oppure che il forno non ha la modalità “grill dietetico e salutare” allego ricetta di una casalinga americana in terra Araba negli anni ’50 – a cui mancava lo zucchero di canna biologico, ma non un certo senso dell’umorismo:

Molto presto al mattino, battete lo zucchero con un martello per sbriciolare i grumi. Il cemento degli scalini d’ ingresso sembra essere il posto migliore per questa operazione. Prendete la farina che vi serve, mettetela su un piatto e lasciatela al sole finchè tutti gli insetti se ne siano andati. Cercate poi di fare un accordo con chiunque abbia un po’ di vaniglia e possa essere persuaso a darvene un cucchiaino.

Rompete 12 uova nella speranza che almeno 3 di queste siano utilizzabili. Non devono essere di colore verdastro, puzzare di marcio o essere annacquate. Aggiungete sale e lievito in polvere, mischiate tutto e versate l’impasto in una tortiera. Cercate 3 pietre di dimensioni simili e mettetele sulla base del forno (non c’erano i ripiani ndr). Cuocete nella modalità che preferite, ma a causa di possibili sovraccarichi di tensione, controllate la temperatura del forno frequentemente“.

Buon appetito – e buona fortuna!

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