Il brivido del proibito tra Pokemon go e inquisizione

In Arabia Saudita vige la legge della Shari’a, fondata principalmente sul Corano. Come immaginabile, il Corano non riesce a rispondere con puntualità a molte delle questioni moderne e per questo vengono spesso interpellate delle personalità giuridiche affinché esprimano il loro parere – cosiddette “fatwa” – in merito ad eventi o atteggiamenti propri del nostro tempo, per indicare ai fedeli se siano accettabili o da bandire.

Alcune fatwa hanno fatto il giro del mondo già qualche anno fa, come quella emessa dall’ayatollah iraniano Khomeini nel 1988 contro i “Versi satanici” di Salman Rushdie, decretando la condanna a morte dello scrittore – e ne hanno pagato le conseguenze molti dei traduttori del romanzo, come quello giapponese finito tragicamente ucciso. Queste “opinioni” non diventano legge, ma talvolta vengono accolte e applicate come tali.the_satanic_verses

Come accade spesso, le fatwa emesse da autorità saudite raggiungono livelli unici. Nel 2000, il Gran Mufti  d’Arabia- il più alto ufficiale della legge islamica – ha sostenuto che ci fossero prove inconfutabili del fatto che la Terra fosse piatta e centrica, con il Sole che le ruota attorno. Pare anche a voi un dejavù del 1600?

Nel 2008, un altro religioso ha definito Topolino “un soldato di Satana“, inserendolo nella lista dei cartoni impuri insieme a Tom e Jerry. Il rapporto degli scolari Arabi con i cartoni animati è da sempre piuttosto controverso: già nel 2001 i Pokemon erano stati bannati essendo il gioco considerato una forma di gioco d’azzardo, usanza che nell’Islam è fortemente osteggiata. Il tema è tornato alla ribalta in questi giorni per via della mania per Pokemon go, la nuovissima release della Nintendo: è prontamente arrivata conferma della posizione presa 15 anni fa, ribadendo che il buon Pickachu è proprio haram (proibito).pokemon-go-è-blasfemo

Il bando del popolarissimo gioco è stato argomentato in diversi punti, dai più improbabili – fomenta il politeismo! – ai più dettagliati – quando due giocatori si sfidano per ottenere una carta, chi perde deve pagarne il prezzo se vuole comunque ottenerla, trasformando la sfida nel suddetto gioco d’azzardo. Un aspetto curioso del gioco in terra saudita è l’utilizzo delle moschee – in termini di geolocalizzazione – come Pokestop, i punti chiave dove ritirare premi e gadget (virtuali, si intende!) per proseguire la propria caccia. Staremo a vedere che presa avrà questa fatwa sulla popolazione locale: per ora è piuttosto divertente vedere delle donne supervelate gironzolare per le strade bollenti dell’estate araba con cellulare prontissimo a catturare il primo Bulbasaur nelle vicinanze – ci piace immaginare che sotto il loro niqab esultino soddisfatte.

SAUDI-POKEMON-GAME-TECHNOLOGY

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