Il miracolo dell’oasi

I know a place where the grass is really greener
Warm, wet and wild
There must be something in the water
Sipping gin and juice
Laying underneath the palm trees

Così canta Katy Perry, facendo riferimento alla California, dove – a dir suo, che in questo caso mi pare affidabile – ci sono delle “gurlz” uniche al mondo.
Eppure, a parte il dettaglio del sorseggiare il gin, c’è un posto in Saudi che potrebbe benissimo adattarsi a quanto descritto dalla Katy – perfino riguardo alle “gurlz“, che già vi abbiamo raccontato essere uniche qui in Arabia.

Ahsa water

Che posto potrebbe avere erba verdissima, con clima caldo, umido e selvaggio, tanto da credere che “dev’esserci qualcosa nell’acqua“?! Un posto dove sorseggiare gin (analcolico) e succhi di frutta, sdraiati sotto le palme? Dove tutto ciò nel deserto?!
Qara2
Ma ovviamente nell’oasi! Quella di Al Hasa dista pochi chilometri da noi e attraversarla rappresenta una sorpresa per gli occhi. La caratteristica principale che non può sfuggire è la distesa di oltre 10 milioni di palme da dattero, non a caso pare se ne producano diverse decine di tipologie diverse. Se non avete mai avuto occasione di assaggiare i datteri del Medio Oriente – proprio come me prima di sbarcare in Saudi – la sola idea di questo frutto zuccherino potrebbe evocare gusti non troppo allettanti. Capirete la mia sorpresa quando assaggio un cioccolatino che in realtà era un dattero locale (sono morbidissimi!) ricoperto di cioccolato fondente e con una mandorla al posto del nocciolo: vi assicuro che è un’esperienza da provare. O forse no: una tentazione in meno dalla quale diventare dipendenti.

Hasa1

Arrivare all’oasi non delude le aspettative, soprattutto perché si ha la sensazione che il governo Saudita traduca di proposito il nome arabo dell’oasi in modi diversi, sicuramente per mantenere quell’aura di mistero ed esotismo che l’idea stessa dell’oasi evoca. Si legge quindi: Al Hasa, Hassa, Al hsa. Ma ci siamo capiti.

Dopo chilometri di distese sabbiose, sbuca da dietro le dune una macchia verde inaspettata che si apre in una sorta di vallata con casette che sembrano di argilla che si ammassano l’una sull’altra. È facile immaginare quanto, soprattutto nel passato, tutta l’area servita dalla falda acquifera fosse casa per tutte le persone non nomadi che abitavano la zona, essendo l’unica in cui sopravvivere non era così complicato. Proprio per questo, l’oasi è una location storica – e non ce ne sono molte (vere) in Arabia: per la sua vicinanza al mare del Golfo era una tappa quasi obbligata per chi commerciava sulla rotta orientale, ed in un passato molto lontano apparteneva all’area allora chiamata Bahrain – che oggi è un arcipelago, ma nella storia indicava l’area dell’odierno Stato, con in aggiunta due snodi commerciali importanti della costa – oggi saudita, uno di questi era Al Hasa.

Qara

Oltre ai datteri, si coltivano anche manghi, banane e albicocche, come in ogni oasi che si rispetti. La peculiarità di Al Hasa è però il panorama che la circonda: rocce rosse formate in strati ben visibili, che ne mostrano l’antichità, e che formano delle caverne perfettamente isolate termicamente – aspetto decisamente non irrilevante nel bel mezzo del deserto. Non sarà un caso che d’estate – che vi ricordo essere una stagione che qui dura 10 mesi – si trovano spesso e volentieri famiglie locali intente in pic-nic alternativi con aria condizionata naturale gratis. Geniale.

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