Un allegro pomeriggio in dogana

In passato decantavo la bellezza dell’avere il passaporto pieno di visti. Come si vedra’ qui sotto, ogni collezione ha le sue fatiche.

Queu

Quello che segue e’ un racconto di quanto e’ accaduto al confine tra Emirati Arabi Uniti e Oman. Una piccola anticipazione: se sono qui a scriverlo vuol dire che tutto e’ andato bene.

Sono le ore 15.10. Arriviamo alla frontiera, prima di noi un paio di auto in coda.

Valentina, con la sua efficienza svizzera, ha gia’ in mano tutti i documenti necessari per l’ingresso in Oman: passaporto, tesserino di residenza in KSA, foglietto multi-entry/exit da Saudi, assicurazione dell’auto (tre fogli di cui uno verde scritto fitto in arabo). Siamo pronti.

Mi fermo al primo gate. Guardo il tipo, fa un gesto con la mano indecifrabile senza aprir bocca. Valentina mi guarda: “Direi che possiamo passare”. E noi passiamo.

Secondo gate. Il tizio mi guarda, butta un occhio sui passaporti e indicando indietro dice: “Go back, stamp visa”. E il tizio con il gesto indecifrabile? Avremo interpretato male il movimento. Magari voleva dire: “Fermati qui che devo timbrarti il passaporto”. Che fesso a non aver studiato gestologia mediorientale!

Fare la retro in mezzo alle corsie sembra azzardato, opto per l’inversione nella carreggiata opposta verso gli UAE.

Problema: ci sono tre gate di uscita dall’Oman, con relativi controlli e noi non abbiamo nessun visto.

Mi fermo al primo. Gli mostro la pagina con il visto degli UAE spiegandoli che devo ritornare indietro perche’ non mi sono fermato al primo controllo. Quello non capisce. Cambio lingua: dall’inglese passo al linguaggio gutturale dei suoni. “Go Oman, stamp visa UAE, khalas!” Sembra capire: mi lascia passare e dice qualcosa in una radiolina.

Al gate successivo sono piu’ sofisticati e capiscono l’inglese. Dicono di passare che sanno gia’ tutto.

Il gate di uscita finale in direzione UAE decido di saltarlo: c’e’ una comoda corsia per fare una nuova inversione verso l’Oman e io devo tornare dal mio amico del gesto indecifrabile che e’ a pochi metri da li’. Col senno di poi, se avessi fatto il gioco dei suoni gutturali anche con le ultime guardie, la procedura sarebbe stata piu’ breve.

Torno dal gesticolatore. Mi fermo parcheggiando l’auto in mezzo alla strada. Scendo con i passaporti. Lui inizia a digitare dei tasti. Esclama ad alta voce: MATIU! (che sarebbe il mio nome rivisitato in arabo). Io annuisco come a confermare: si’, sono io! Lui dice ancora: “MATIU! right?”. Eh si’, te l’ho detto che sono io! Mi fa cenno di avvicinarsi e guardare lo schermo. Leggo il mio nome e cognome e annuisco ancora, stavolta con piu’ vigore, magari aiuta. Sembra convinto. Passa a Valentina e rifa’ la stessa cosa. Continuo ad annuire con i muscoli del collo in peggioramento. Prende il timbro e stampa l’uscita dagli Emirati.

Di nuovo al secondo gate. I tizi sembrano riconoscerci e stavolta ci fanno passare. A me ricordano quegli insegnanti che bocciano gli alunni in prima per poi promuoverli l’anno successivo senza fargli fare neanche una verifica.

Il terzo gate e’ gia’ in territorio omanita. Allungo il passaporto. Anche qui, l’intoppo: “Park, visa Oman” mi dice il ragazzo, che sarebbe anche gentile se non fosse che sta puntando il dito verso il nulla. Disegno una curva con il dito per dire che vorrei fare inversione. “No, go back”. Metto la retro e capisco che la proiezione del dito del ragazzo punta verso un gabbiotto anonimo. Forse li’ d’inverno si rifugiano i cacciatori per sparare, ma a quanto pare oggi ci sono delle persone che rilasciano i visti per l’Oman.

Entro ed in effetti c’e’ uno sportello tipo poste. Ci sono tre camionisti prima di me, ma noto che la procedura e’ veloce. Consegnano il passaporto marchiato Pakistan, strisciano la carta di credito e ritirano il visto: 30 secondi. Tocca a me: gli consegno tutto il fascicolo. La tizia in divisa mi guarda e chiede: “How many days?”. Rispondo. Lei mi riconsegna i passaporti con dentro dei foglietti da compilare e indica anche lei col dito lontano, verso il tramonto. Che poi sarebbe in Oman, quindi avrei bisogno del visto. Il camionista dietro di me mi fa capire che si riferiva al tavolo. Compilo i foglietti, che richiedono una serie di dettagli cui non so rispondere come ad esempio “Volo di arrivo” e “Nome dell’ufficiale”. Ritorno dalla ragazza e consegno i fogli. Lei guarda solo la riga in cui ho scritto nome e cognome. Digita dei tasti. “MATIU?”, “Yes that’s me”. Timbro. Esco.

Ora c’e’ l’ispezione dell’auto. Di solito mostrare il passaporto italiano semplifica la vita. Ma oggi non e’ un giorno qualsiasi. Mi guarda, apro il baule. Mi fa un gesto con la mano tipo scopetta che vuol dire: “Accosta di lato”. In realta’ io lo interpreto come l’ennesimo: “Fai inversione e vai diretto in prigione senza passare dal via”. Chiedo spiegazioni. Mi dice: “Park, yellow line, inspection”. Vogliono aprirmi i bagagli.

Scendo dall’auto, tiro fuori tutti i trolley. Uno contiene un gioco in scatola che devo riportare in Italia. Si chiama “Battlestar Galactica” ed e’ una roba con astronavi e piloti che ho intenzione di rispedire a mio fratello perche’ e’ incredibilmente complicato. Mi chiedono di aprire anche la scatola del gioco. Nessun problema: sono anche pronto ad abbandonarla li sull’asfalto della strada.

Sono le ore 16.05, siamo al gate finale di ingresso nell’Oman: al di la’ della sbarra si cela la liberta’. Il tizio mi sorride. Il sangue mi si gela in corpo all’idea di rifare inversione e ricominciare da capo. Ed in effetti mi dice: “Do you want to make a U-turn to the UAE?”. Sorrido confuso e scuoto la testa: manco morto! Mi spiega che ci stavano controllando dopo l’inversione all’ingresso della dogana: c’avevano schedati. Mi consegna i documenti. Davanti a noi sventola il tricolore omanita.

Questa volta il gesto del doganiere e’ inequivocabile: “Welcome to Oman”.

Una lacrima di felicita’ solca il mio viso.

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