È sempre bello atterrare

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Esistono due modi, più di altri, per comprendere un posto nuovo: prenderne i mezzi pubblici o guardarlo con attenzione fuori dal finestrino al momento dell’atterraggio. Si scoprono cose interessanti e si ricorda quell’esperienza con più facilità.

Faccio un esempio: di Copenaghen, una delle le prime capitali europee che ho visitato anni fa, più che le piazze dai nomi impronunciabili (che a pronunciarli si sbaglia di sicuro), ricordo con chiarezza la metropolitana, senza autista, pulita e con le barre per reggersi di un bel giallo. Ecco perché quando penso alla capitale danese la associo sempre a quelle barre, insieme ad un video che avevo fatto con Valentina seduta in prima fila – dove altrove ci sarebbe stato il macchinista – intenta a comandare il treno con la voce (“Frena, frena!” “Ecco, ora accelera!).

Ma dei luoghi che visito cerco sempre di non perdermi l’atterraggio: un po’ perché è un momento di spensierata serenità, che conclude il motivo del mio volare, e un po’ perché si impara molto di come sarà la città ai propri piedi.

Di Istanbul ricordo le prime vere moschee in vita mia, e di come i minareti fossero aguzzi e numerosi. Ricordo che poi, allontanandosi dal centro per atterrare, le case diventavano scrostate.

Di Londra, scendendo da lontano, si colgono il London Eye (la famosa ruota panoramica), il serpeggiare del Tamigi, il suppostone – detto cetriolo – della City.

Simile vista nel discendere a Parigi, dove la Torre Eiffel e le guglie di Notre Dame ti fanno capire che, sì, sei arrivato in Francia. Fino ad un momento prima, campi verdi squadrati dalle mille sfumature di verde.

Di Milano (Malpensa) ho imparato a riconoscere Novara (arrivando da sud) e l’autostrada per Venezia (arrivando da est).

Di tutti questi paesaggi, dopo il mio vivere in Medioriente, apprezzo il verde delle colture, le macchie più scure dei paesi, i rilievi del territorio. La mano dell’uomo è evidente, e i boschi sembrano ritagliati dai campi con un seghetto da traforo.

Non è in questi momenti che uno si domanda come vivono le persone sopra cui si sta volando? Se i pensieri espressi nelle loro lingue sono di preoccupazione, di frustrazione o di stanchezza? Ricordo che questo era il mio pensiero dominante sorvolando i tetti a punta dei paesi nordici, e cercando di capire se da lassù avrei trovato un senso all’alto tasso di suicidi.

E infine c’è il Middle East: Arabia Saudita, Emirati o Qatar hanno gli stessi colori – al netto della diversa quantità di acciaio e vetro, di cui Dubai è l’assoluto padrone. Avevo letto che atterrare a Dammam di notte è un po’ come atterrare nell’inferno, con il flaring dei giacimenti e delle raffinerie ad incendiare il buio. Da parte mia, devo confessare che la prima volta ho avuto altre sensazioni: ricordo le linee nette delle strade illuminate, che sembravano finire nel nulla (scoprii che ad un certo punto, invece, l’illuminazione finisce e sei abbandonato al deserto), le luci dei grandi impianti di raffinazione (ma senza fuochi demoniaci), la geometria rigorosamente cartesiana delle città, il nulla del deserto, le navi militari puntate verso l’Iran discendendo lungo il Golfo. E se di notte gli angoli retti dominano, di giorno tutto è dominato dal piatto del deserto, qui chiazze di marrone, lá grigio, laggiù arancio: sorprende la prima volta, piace la seconda, ma dal terzo momento in poi i pensieri ritornano ai boschi, ai torrenti, ai paesini della Pianura Padana.

Perché di tutto l’atterrare, il posto più bello rimane sempre quello che si conosce meglio.

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3 thoughts on “È sempre bello atterrare

  1. Struggente nostalgia. Ma soprattutto resti la certezza che i luoghi natii, verdeggianti, densamente abitati e irregolarmente pianeggianti… vi appartengono.
    E a loro appartenete e apparterrete. Sempre.

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